Marocchinate: il 25 aprile simbolo anche degli stupri di massa

«Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete »

Cosi recitavano i volantini di guerra francesi che “ingolosivano” i goumier, i soldati marocchini assoldati tramite il cosiddetto Cef (l’esercito coloniale francese) che aveva lo scopo di aiutare i comparti alleati durante la campagna d’Italia, negli ultimi atti della seconda guerra mondiale.

Le parole sono state attribuite al generale Alphonse Juin, che dopo le prime operazioni promise le “cinquanta ore di libertà” ai soldati. Dopo il 14 maggio del 1944 i goumier del Corpo di spedizione francese in Italia, che evitarono le linee tedesche nella Valle dei Liri, in provincia di Frosinone, e permisero all’esercito britannico di superare la Linea Gustav (ovvero la fortificazione che divideva l’Italia tra RSI e zona di occupazione alleata), razziarono senza troppi complimenti le aree circostanti, del basso Lazio, attuando violenze sulla popolazione – in particolare sulle donne – che oggi tutti ricordiamo e definiamo amaramente marocchinate. Nell’anno in cui perdurarono le violenze, si spinsero fino alla bassa Toscana.

In realtà, gli stupri delle truppe marocchine erano cominciati già nel luglio ’43, dopo lo sbarco alleato in Sicilia.  In quell’occasione oltre 800 magrebini compirono saccheggi di ogni genere, violentando donne e bambini nella zona di Troina, in provincia di Enna. Secondo lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

Ma quello che accadde in ciociaria e nei territori circostanti produce dei numeri ancora più drammatici. Nel 2011 Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, dichiara:

“Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

Juin era alle dipendenze dirette del generale De Gaulle, sul quale grava la pesante responsabilità del crimine. Si potrebbe dire che in guerra accade di tutto. Si può sostenere un po’ meno quando una fazione vincente da 70 anni ci fa la morale sull’invenzione del crimine di guerra, dopo aver gettato due bombe atomiche e aver commesso eccidi di ogni genere, passati sotto silenzio perché “dalla parte giusta della storia”.

I goumier erano poco meno di 8mila. Le dimensioni della loro azione criminale parlano in modo inequivocabile. Sebbene, ovviamente, ci siano le solite dissidenze sulle cifre. Le fonti specificamente straniere, riprese “stranamente” da un testo adottato dalla Regione Basilicata, parlano di 3500 donne e 800 uomini. Ma per quanto ci possa essere corsa al ridimensionamento – reale o presunto – il concetto non cambia di una virgola.

L’Archivio Centrale dello Stato  riporta responsabilità anche di francesi autoctoni: a Pico furono violentate 51 donne da 181 franco-africani e da 45 bianchi. Nove di loro erano minorenni.  Tutti sapevano tutto: “governo” italiano, governo francese e, ovviamente, anche gli americani. Ma nessuno fece nulla.

Delle marocchinate si è parlato poco o nulla fino a pochi anni fa. Che la cosa fosse avvenuta era questione già comunicata (dal momento che ne parla una deputata comunista in una seduta della Camera, per l’appunto) a differenza degli episodi delle Foibe, e il fatto che uno dei massimi capolavori del cinema italiano, La ciociara di Vittorio De Sica, affrontasse l’argomento, ne è sicuramente testimonianza.

Oltre la comunicazione di un dramma che pare quasi inventato per la sua follia, però non c’è.

Il brevissimo dibattito parlamentare di cui sopra era stato generato nel 1951, in seguito a un’ assemblea di donne in un cinema di Pontecorvo che affrontò la questione. Nessun approfondimento e diffusione sulle cifre, sulla massificazione incredibile del fenomeno. Nessun racconto mai apparso in altre lingue. Nonostante il lavoro di alcuni cittadini locali che si adoperarono immediatamente per farlo emergere, come il noto professor Bruno d’Epiro, cittadino di Esperia.

Anzi, le autorità si permisero non solo di glorificare gli invasori, ma addirittura di ricordarne la memoria collettiva: il cimitero di Venafro ospita i caduti del Cef come se fossero non solo dei valorosi difensori di un Paese che stavano aiutando a distruggere definitivamente, ma anche tralasciando la pesantissima macchia che gravava su di essi.

Perché è bene che si sappia, mettendo in ordine le cose e non raccontando frottole: oltre ad essere occupati militarmente, socialmente e culturalmente, rendiamo onore a criminali che hanno seviziato senza troppi complimenti la nostra popolazione civile. Circuiti da uno Stato complice e connivente, nonostante qualche “reazione” di nicchia del tutto ininfluente.

Uno Stato che paga 30 miliardi dovuti alla Francia per le riparazioni di guerra. Non si dica, per piacere, che è colpa degli italiani. Gli italiani sono semplicemente vittime di una pedagogia criminale, ed è perfettamente logico che la facciano propria.

Il dramma delle marocchinate è stato ulteriormente vilipeso dall’uscita di un remake pornografico del film di De Sica, diretto dal noto regista hard Mario Salieri. Una vergogna contro la quale si è mosso, per fortuna, il Prefetto di Frosinone.

Qualche reazione spontanea popolare, tuttavia, resiste alle imposizioni e mostra insofferenza. Quando nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra, i francesi non vennero invitati. Non si parlava ancora di marocchinate, ma i locali, nel silenzio drammatico di chi non ha voce se non per ricevere ridicole pacche sulle spalle, reagirono. E tutt’oggi, spesso, il cimitero di guerra di Venafro viene imbrattato di vernice. Si dirà che avviene per molte cose, al giorno d’oggi.

Ma il luogo è troppo simbolico per essere ignorato.

“Buon 25 aprile”.

(di Stelio Fergola)