White Helmets al “Lucania Film Festival”: ecco chi è (veramente) Khaled Khateeb

Subito dopo l’Oscar consegnato al cortometraggio di propaganda politica sponsorizzato da Netflix che elogia i cosiddetti White Helmets, il Lucania Film Festival si è esposto in prima persona decidendo di invitare, per l’edizione del 2017, Khaled Khateeb, fotografo dell’organizzazione.

Un gesto probabilmente di rivalsa, poiché a quest’ultimo venne impedito di partecipare alla cerimonia dell’Academy a causa del Muslim Ban voluto da Donald Trump. Le reazioni sono state tra le più disparate; i più ingenui hanno accettato supinamente tale decisione, mentre coloro che hanno una visione a 360 gradi del conflitto siriano informandosi da giornalisti indipendenti quali Vanessa Beeley hanno alzato subito la voce, organizzando addirittura manifestazioni di protesta.

E’ stato il caso di Fratelli D’Italia, che ha immediatamente chiesto alla Regione Basilicata di revocare senza se e senza ma i finanziamenti all’evento. E non hanno mica torto. I White Helmets sono miliziani qaedisti legati a Jabhat al-Nusra aventi lo scopo di screditare il governo di Bashar al-Assad e di far apparire la stessa buona e caritatevole agli occhi dell’Occidente tramite video preconfezionati dall’Aleppo o dall”Idlib Media Center, a seconda della zona.

È dalle loro cineprese che proviene il filmato di Omran, il bimbo di 5 anni truccato ed impolverato a dovere affinché apparisse come vittima di un presunto raid aereo russo-siriano e smuovesse le coscienze sporche occidentali per un intervento contro il leader siriano.

Ed è sempre da questi centri che è stato registrato il video dell’”attacco chimico” di Khan Sheikhoun che ha portato Donald Trump a lanciare 59 missili Tomahawk sulla base aerea di Shayrat senza controprove da parte di osservatori indipendenti, dato che la notizia sull’uso di armi chimiche è stata diffusa tramite un video su Twitter da un tale Shajul Islam, un ex medico britannico trasferitosi in Siria, accusato nel 2012 del rapimento di 2 giornalisti e molto spesso intervistato da Bilal Abdul Kareem, un noto media attivista sostenitore della Jihad famoso per essere stato contattato da Repubblica per fare luce circa i “massacri” di Bashar al-Assad dopo la liberazione di Aleppo del 13 dicembre 2016.

Torniamo, tuttavia, a Khaled Khateeb, oggetto della contestazione. Tale sedicente fotografo, come immagine di copertina sui social, ha il logo di Jaysh al-Fatah, organizzazione islamista sunnita alleata di Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, supportata dall’Arabia Saudita e che si descrive come anti-Hezbollah ma non necessariamente anti-ISIS.

Il suo capo, Abdullah al-Muhaysini, saudita, è noto alle Intelligence di mezzo mondo per avere legami diretti con al-Zawahiri. Non solo, nel periodo antecedente la completa liberazione dei quartieri orientali di Aleppo ad opera dell’asse russo-sciita, Khaled Khateeb esprime rammarico pubblicando video nei quali elogia Fatah Halab.

Quest’ultima è divenuta tristemente famosa per l’attacco chimico contro l’enclave di Aleppo sotto controllo di YPG, Sheikh Maqsoud, e il suo leader Anas Sha’buq, detto “Abu Muhammad Armanazi”, considerato una specie di filantropo in Turchia al netto della sua volontà viscerale di scagliare 1000 bombe a gas contro le milizie sciite alleate di Bashar al-Assad e il suo essere promotore di sigle di matrice salafita quali Jaysh Halab, antenata di Nur al-Din Zanki, balzata alle cronache per essere stata protagonista della decapitazione di Abdullah Issa, bimbo palestinese di 12 anni scambiato per un membro della brigata al-Quds.

Alla luce di queste “belle cose”, è proprio necessario invitare sul nostro territorio nazionale questo sedicente fotografo e, di conseguenza, fare propaganda a chi ha deciso di dichiarare guerra al miglior governo del Medio Oriente? Noi crediamo di no.

(di Davide Pellegrino)