Ungern Khan, Dio della guerra

Le bandiere dorate come il sole garrivano sospinte dal forte vento della Mongolia. Su queste campeggia nera la U della Divisione Asiatica di Cavalleria, la U di Ungern Khan. I cavalieri che portavano i vessilli procedevano lentamente nella vasta distesa dell’Asia centrale. In testa alla colonna vi erano i Tibetani con i loro sgargianti abiti tradizionali e i moschetti in spalla. Seguivano a ruota tutte le etnie che componevano l’esercito del liberatore della Mongolia: i pochi Russi rimasti con lui, fedeli allo zar e nemici della rivoluzione, i Buriati, i Mongoli, che ormai veneravano Ungern come un dio della guerra, alcuni Caucasici, dei Cinesi, dei Siberiani, addirittura dei Giapponesi e Coreani, ed infine i suoi temibili Cosacchi. Tutti questi uomini procedevano silenziosi ed attenti, il sole cocente batteva sulle loro armi e sui loro capi, il forte vento muoveva a ritmo i loro vessilli. L’armata del barone Roman Von Ungern-Sternberg, conosciuto anche come il Barone Nero o Ungern Khan, procedeva da Urga, che aveva da poco liberato, in direzione del lago Bajkal, per attaccare i bolscevichi.

Cavalleria tibetana in marcia.

Ultimo comandante bianco ancora in vita, Ungern, dopo aver liberato la capitale della Mongolia dall’oppressione dei repubblicani cinesi, vi aveva rinstaurato il governo del Buddha vivente, il bogdo-khan. Questi era la suprema autorità religiosa mongola, che i cinesi avevano deposto nel 1919. Dopo un primo tentativo fallito il “barone folle”, così chiamato per la sua ferocia e la sua totale mancanza di pietà, riuscì a conquistare la città e nel giro di pochi mesi a cacciare i Cinesi dall’intera Mongolia. Con appena 5000 uomini l’ufficiale zarista era riuscito a scacciare un numero più che doppio di repubblicani cinesi, che, a suo dire, non erano altro che discepoli dei Bolscevichi. La domanda sorge spontanea: perché un ufficiale zarista, impegnato nella guerra contro i rivoluzionari comunisti, si era messo a combattere i cinesi in Mongolia? Cosa centrava questo con la guerra civile combattuta dai comunisti contro i bianchi di Kolčak?

Per rispondere a questa domanda bisogna conoscere l’intimo pensiero di Roman Ungern-Sternberg, i suoi ideali e la sua visione del mondo. Quando si vuole parlare di personaggi come il barone è però praticamente impossibile non confondere il reale con l’irreale, la verità scientifica dei fatti accaduti con la loro interpretazione ultrasensibile e irrazionale. Il barone stesso, da come ce lo dipingono coloro che lo hanno conosciuto, viveva in bilico fra realtà e mito, credendo di essere leggenda e divinità egli stesso. Proprio per questo sono pochi coloro che hanno affrontato le vicissitudini di Ungern da un punto di vista puramente “scientifico”, e uno di questi è stato il professore Aldo Ferrari dell’Università Ca’Foscari, che nel suo libro “La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa”, ha dedicato al barone pazzo un capitolo.

Il barone Roman Ungern-von Sternberg vestito alla mongola con la Croce di S. Giorgio  sul petto.

 

Nicolaus von Ungern-Sternberg nacque da una famiglia di origini tedesche ma fedelmente al servizio degli Zar ormai da generazioni. Fu spedito, una volta entrato nell’esercito come da tradizione familiare, al comando di un reggimento di cosacchi in Transbaikalia dove entrò in contatto con lo sciamanesimo mongolo e i suoi riti iniziatici. Avviato al buddhismo dal nonno paterno, Roman era divenuto con il tempo un fervente buddista. Fu durante la sua permanenza in Siberia che, secondo la leggenda, uno sciamano mongolo gli lesse il futuro.

Possiamo benissimo immaginare la scena: Ungern, novello ufficiale dell’esercito, era incantato dalle numerose azioni che lo sciamano eseguivano con fare serio e posseduto. Il fumo nella tenda, lo sciamano che, in estasi, gesticolava e mugugnava suoni incomprensibili, e quindi Roman, pronto a ghermire qualsiasi parola sacra da questo pronunciata. Dal mondo degli spiriti lo sciamano poté interpellare il Cosmo che gli sussurrò all’orecchio che Ungern sarebbe diventato un conquistatore: un dio della guerra. Scoppia quindi l’Apocalisse della modernità: Austria-Ungheria, Germania, Russia, Francia e Regno Unito si dichiarano vicendevolmente guerra, è la prima guerra mondiale.

Il barone Von Sternberg servirà in Galizia dove combatterà con grande onore tanto da meritarsi la Croce di S. Giorgio. Implode dunque, in seguito alla sollevazione e creazione dei Soviet, la guerra civile russa in cui Ungern si schiera senza batter ciglio dalla parte dei bianchi. Vi è però qualcosa di diverso in lui, non è un nobile russo come tanti altri, benché animato da un forte spirito antibolscevico e reazionario, come tutti i suoi commilitoni, ciò che odia di più della rivoluzione è il suo livellamento, il suo materialismo. Non vi è nulla di più disgustoso per Ungern che un uomo che non creda in nulla, che non creda nello Spirito e nelle divinità. Coloro che vedono solo la materia sono per Ungern delle bestie, che meritano quindi di essere trattate come tali.

Egli era promotore di un’ideologia tutta personale, fanatico buddhista, il suo spirito si era ormai volto ad Est dove credeva di scorgere, lontano dai rifiuti ideologici dell’Occidente quali la democrazia, il liberalismo, l’ateismo e la rivoluzione, la più antica tradizione umana. In Oriente Sternberg vedeva gli ultimi fuochi della Tradizione ed i suoi più strenui difensori. Un mondo organizzato in caste, verticalmente spinto verso l’alto, Dio e l’infinito. Una società ancora pura ed lontana dai mali dell’Occidente. Proprio per questo fra tutti i generali zaristi egli fu il più singolare: non nell’Europa e nella Russia di Mosca e San Pietroburgo egli vedeva le fondamenta che avrebbero ricostruito l’impero degli Zar, bensì nelle distese della Mongolia, nelle antiche tradizioni di Cina e Giappone, sulle sponde del lago Bajkal e nei canti monastici buddhisti egli rivolgeva le speranze per una nuova purificazione del mondo.

Al comando di un contingente di Cosacchi egli servì prima l’atamano Semenov, un cosacco mezzo mongolo che oscillava fra i bianchi di Kolčak e i Giapponesi, ma che pensava prettamente a sé stesso. Con i pochi uomini che l’atamano gli aveva messo a disposizione decise quindi di realizzare il suo sogno: creare un forte stato centroasiatico, Tradizionalista e nemico giurato della Rivoluzione, da cui far ripartire la rivincita dello Spirito sul mondo materiale. Da questo grande stato doveva riunificare i due imperi più grandi del mondo, quello cinese e quello russo e quindi mondare l’Europa dal cancro della modernità in ogni sua forma.

Se ci fu un uomo che non solo surfò il Kali Yuga come piace dire oggi, ma che lo combatté con tutte le sue forze quello è il barone sanguinario Ungern Von Sternberg. Ciò che fece però gli si rivolse contro, lo stato di terrore che instaurò una volta divenuto dittatore della Mongolia, la ferocia delle rappresaglie contro ebrei e comunisti e la sua insofferenza per anche il più minimo sgarro alla disciplina lo fecero primo responsabile dell’inferno in terra. Nessuno poteva fermarsi di fronte ad Ungern-Sternberg ed alla sua visione di un nuovo ordine mondiale, creato nell’attesa del risveglio del Re del Mondo di Agharti, e proprio per questo cavalcò follemente contro il suo nemico più odiato: i bolscevichi.

La decisione di invadere la Siberia comunista fu folle, avanzata che lo vide inizialmente vittorioso, ma quindi clamorosamente sconfitto e costretto alla fuga. È nella sconfitta che la realtà spirituale prese il sopravvento e che Ungern perse qualsiasi contatto con la realtà, decise infatti non di procedere verso est e di mettere in salvo i suoi uomini dai Rossi; bensì di attraversare il deserto del Gobi per entrare in Tibet e visitare il Re del Mondo che viveva nella città segreta di Shambala.

Egli –citando Pio Filippani Ronconimosse solitario verso una direzione che non aveva più rapporto con la realtà geografica del luogo e militare della situazione, nel postremo tentativo, non di salvare la vita, bensì di ricollegarsi, prima di morire, con il proprio principio metafisico: il Re del Mondo”.

Avanti, alla ricerca delle nostre follie e delle nostre glorie!” Il barone nell’episodio di Corto Maltese “Corte sconta detta arcana“.

 

Tradito dai suoi soldati che non volevano attraversare il deserto del Gobi in piena estate ed insofferenti della sua crudele tirannia, fu consegnati ai comunisti e quindi processato. Ungern von Sternberg cessò di esistere il 21 settembre 1921. Ungern Khan è stato definito da Juzefovič come un “eurasiatista in sella”, egli visse infatti in maniera intima e filosofica l’eurasiatismo, una corrente politica e filosofica di numerosi emigrati russi in fuga dalla Rivoluzione, senza neppure conoscerla. Come scrive Ferrari: “se per gli eurasiatisti la svolta verso Oriente era l’esito di una ricce e complessa teoria intellettuale, Ungern-Sternberg la visse come azione e destino personale”. Nulla si sa dell’anello rosso con la svastica del barone, donatogli dal bogdo-khan in persona ed appartenete a quanto pare a Gengis Khan, si dice che fu tra le mani di Zukhov, il generale dell’armata rossa, e poi di sua figlia, ma in verità esso si è perso fra le nebbie del mito e del tempo. Ciò che ci rimane di Ungern, la cui parabola e cometa ha più influenzato la storia della Mongolia che quella della Russia, è il mito. Mito che egli ha impersonato fin dall’inizio, diventando una figura leggendaria e per questo evanescente. Per chiudere con le parole di Aleksander Dugin:

In Ungern-chan si unirono nuovamente le forze segrete che avevano animato le forme supreme della sacralità continentale: gli echi dell’alleanza tra Goti e Unni, la fedeltà russa alla Tradizione Orientale, il significato geopolitico della Mongolia, patria di Čingischan”.

(di Marco Franzoni)