Il KPRF di Zjuganov: modello per una coalizione antiglobalista?

Dopo l’Olanda, il 2017 vedrà i cittadini di due grandi attori europei andare alle urne. Gli eventi elettorali rappresentati dalle presidenziali francesi di aprile e, in Germania, dalle elezioni regionali in primavera seguite da quelle politiche a settembre, saranno anche tra i principali eventi politici di quest’anno. Benché non ci si debba attendere né pessimistici scenari catastrofisti di disgregazione dell’area euro, né ottimistiche prospettive di continuità della governance europea (o viceversa), tanto le aspettative quanto gli esiti elettorali influenzeranno le geografie dei partiti europei e le loro alleanze.

Certo, in Grecia e Ucraina – secondo gli ‘idòla fori’ dell’opinione pubblica – vi sarebbero al governo rispettivamente le avanguardie della cosiddetta “sinistra radicale” europea e della “destra radicale”. L’analisi geopolitica ci informa invece che questi non sono altro che laboratori dell’europeismo economico e militare secondo diversi indici economici, strategici, amministrativi. Esiste dunque un modo di guardare alle strategie partitiche, e alle coalizioni elettorali, distinto dall’ortodossia politologica eurocentrica, con una destra e sinistra di centro, e le rispettive ‘ali estreme’ sostanzialmente organiche alla dicotomia di centro?

La storia elettorale del Partito Comunista della Federazione Russa (Kommunistìčeskaja Pàrtija Rossìjskoj Federàcii, PCFR nell’acronimo italiano) dalla sua nascita ad oggi, può forse rappresentare un utile termine di confronto nella valutazione delle opzioni tattiche e direttive ideologiche dei movimenti di opposizione alla cosiddetta “troika” europea.

Dalle file del Fronte di Salvezza Nazionale (1991), movimento che riuniva un ampio numero di gruppi in un blocco nazional-patriottico di opposizione all’eltsinismo, Gennadij Zjuganov, suo co-fondatore, condusse i comunisti patriottici russi nel Partito Comunista della Federazione Russa (Kommunistìčeskaja Pàrtija Rossìjskoj Federàcii, PCFR nell’acronimo italiano), destinato a raccogliere notevoli successi elettorali.

Fu inizialmente un percorso travagliato: dopo la messa al bando del partito comunista da parte di Eltsin in seguito agli eventi dell’agosto 1991, in cui fallì miseramente il timido tentativo di colpo di stato di Janaev, nel novembre 1992 la Corte Costituzionale riammise le forze comuniste nel panorama partitico russo riconoscendone piena legalità. Dal congresso di febbraio del 1993 sorse il PCFR in una prospettiva di continuità con il PCUS, attestandosi sempre al secondo posto nelle successive elezioni politiche con il 40,3 % nel 1996 al secondo turno contro Eltsin, il 29,2% nel 2000, il 13,7% nel 2004, 17,7% nel 2008 ed infine il 17,2% nel 2012 (1). È significativo che l’appello alla messa al bando del PCFR sia giunto prima dell’era dell’“autocrazia putiniana”, e precisamente da esponenti dell’oligarchia eltsiniana quali Boris Berezovskij (2). Dagli anni 90’ ad oggi, ma soprattutto agli inizi della storia del PCFR, la missione politica del movimento di Zjuganov è stata duplice: offrire una soluzione al problema storico-identitario della metamorfosi dello spazio politico dei popoli russi, e dare risposta all’ineludibile quesito “che fare?” che si poneva come tatticamente necessario tanto al PCFR, quanto alla composita opposizione al liberalismo eltsiniano.

Già nel suo saggio “Deržava” (trad. it. G. A. Zjuganov, Stato e potenza, a cura di M. Montanari, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1999) Zjuganov suggeriva una «deideologizzazione dell’idea patriottica» (3) attraverso un recupero del suo carattere ecumenico, popolare ed interclassista, in una prospettiva di convergenza politica tra comunisti-deržavniki (da grande potenza), centristi rappresentati da statalisti-deržavniki, e forze tradizionali di orientamento religioso. Pertanto, riconosceva lo stesso Zjuganov, nel contesto del panorama politico e partitico russo si esauriva la possibilità di applicare la tradizionale terminologia politologica occidentale (4). Il progetto del PCFR si caratterizzò per una grande attenzione accordata alle questioni di politica estera ed al ruolo assunto della Russia nella politica internazionale, al punto che si può parlare di una vera svolta geopolitica nella revisione zjuganoviana dei fondamenti ideologici e programmatici del PCFR.

Quali dimensioni poteva avere una simile alleanza contro la governance liberale eltsiniana? Ciò che in Occidente poteva apparire come ibrido connubio populista tra nazionalisti russi e nostalgici post-sovietici, nell’alchimia politica di un fronte anti-egemonico rispetto a quello liberale si apriva invece il campo di azione per “patrioti-statalisti” (5) accomunati dalla difesa degli interessi delle masse lavoratrici, dal patrimonio energetico e strategico del Paese, quindi del suo patrimonio culturale in senso ampio. Essendone esclusi esponenti manifestamente fascisti e nazisti, percepiti come orientamenti xenofobici ed estranei alla tradizione politica ‘grande-russa’, residuali ideologie micro-nazionaliste di importazione occidentale, tale fronte si sarebbe configurato più propriamente come coalizione “bianco-rossa” (6), di contro alla caricaturale demonizzazione in voga presso commentatori occidentali.

Per i comunisti russi tale compromesso tattico non comportava affatto un’abdicazione all’ideale di uguaglianza sociale, bensì la forma in cui una campagna “di sinistra” poteva essere condotta nella Russia post-sovietica, minacciata, come negli anni ’40, da alcune forme di espansionismo ideologico e militare occidentale. Come ha rilevato recentemente uno storico dell’Europa orientale, “l’idea russa del XXI secolo è la democrazia sovrana: nell’epoca della globalizzazione compiuta, la sovranità è sinonimo di concorrenza politica ed economica con l’Occidente” (7).

Oggi, l’opposizione costruttiva di Zjuganov – attualmente a capo del secondo partito della Federazione Russa – verso la politica economica del partito governativo “Russia Unita” si distingue per responsabilità e riflessiva condivisione delle posizioni assunte dal Cremlino sul piano internazionale. Recentemente, lo zelo patriottico del PCFR si è manifestato in occasione dello scatenamento di una campagna mediatica occidentale a sostegno di una manifestazione non autorizzata nel centro di Mosca. Tra i comunicati diramati dal PCFR è significativo un passaggio che attesta l’ampiezza strategica della prospettiva zjuganoviana, capace di legare analisi domestica ed internazionale in una lettura militante ed unitaria assieme: “All’ultimo plenum del Comitato Centrale abbiamo giudicato con durezza la pericolosità della fusione tra oligarchia compradora, iniziativa antisovietica dei seguaci di Zhirinovsky e russofobia liberale: una miscela esplosiva che può nuovamente sconvolgere il paese. Da molto tempo siamo convinti della necessità di coniugare la lotta sociale-di classe con quella di liberazione nazionale” (8).

Il panorama partitico russo, oggi, appare pertanto caratterizzato da un unico blocco patriottico, con un centro-destra governativo, che raccoglie tra le sue file ex comunisti, conservatori, e statalisti-deržavniki, e un movimento di opposizione capeggiato da Zjuganov, partigiano di una tradizione comunista riconciliata con altri settori ideologico-culturali di un Paese multi-etnico e multi-religioso. Del carattere centrista del PCFR era perfettamente consapevole Zjuganov nel 1998, laddove il “centro” acquisiva un’altra accezione e valenza politica rispetto alla dicotomia occidentale, da concepire cioè come reale sinergia tattica e programmatica tra forze sociali diverse: “Il ‘centro’ significa statalità, pragmatismo, stabilità, capacità di unificare tutte le posizioni […]. Sono uno statalista. Siamo figli di una tradizione millenaria, un popolo millenario. Per uscire dall’attuale situazione ci vuole una forte e potenze coalizione di centro-sinistra”. (9)

Si tratta di un modello esportabile? Zjuganov sarebbe certamente il primo a farci desistere da simili infatuazioni esterofile: la particolarità storica di ogni Paese plasma lo spettro dei suoi partiti politici in modo determinato, specifico. Ciò non impedisce di riconoscere due grandi tendenze storico-politiche alla base dell’Unione Europea e della Federazione Russa, una considerazione preliminare per la comprensione tanto della geografia politica dell’europeismo, quanto per la geografia politica dei suoi partiti.

A seguito del secondo dopoguerra, la Russia e gli Stati europei hanno conosciuto un processo di consolidamento opposto: la prima rafforzò, rispetto ad una società internazionale esterna percepita come inaffidabile, sia la propria sovranità interna che la propria ‘polarità’ sul piano internazionale; i secondi, invece, demonizzando il proprio recente passato, delegarono la propria sovranità verso un centro europeo, ridimensionando la propria posizione globale, e abdicando la propria ‘polarità’ sotto la tutela politico-militare atlantica. In questa alterità di fondo è possibile misurare le incomprensioni politiche, ideologiche e storiche che caratterizzano i rapporti russo-europei anche a seguito della Guerra Fredda, quindi le divergenti letture politiche, in Occidente, sul futuro dell’Unione Europea. “Quando brucia il tetto sulla testa, – chiosava Zjuganov in “Stato e potenza” – in una società normale non ci si comincia a dividere secondo schieramenti ideologici, ma si corre tutti a prendere gli idranti e si comincia a spegnere l’incendio” (10).

Alla problematica incomparabilità del sistema politico e dell’esperienza storica russa rispetto a quella europea, si può sommare dunque un altro drammatico quesito, essenziale per poter intraprendere l’impresa di costruire un fronte patriottico trasversale nei singoli Stati europei: quali e quante forze politiche e sociali riconoscono che il “tetto sulla testa” dei popoli europei sta scricchiolando? Fintantoché a questa fondamentale questione non vi sarà una risposta univoca nemmeno tra i movimenti di opposizione allo status quo europeo, una via ‘zjuganoviana’ di opposizione al “Bruxelles Consensus” rimane preclusa.

(1) M. COSTA, Oltre la nostalgia. Ricostruzione, idee e prospettive dei comunisti nella Russia post-sovietica, introduzione a G.A. ZJUGANOV, La mia Russia. Ideologia del patriottismo russo, Anteo Edizioni, Cavriago 2015, p. 14.
(2) P. BORGOGNONE, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon Editore, Milano 2015, p. 616.
(3) G.A. ZJUGANOV, Stato e potenza, a cura di M. Montanari, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1999, p. 170.
(4) Ivi, p. 167.
(5) Ivi, p. 169.
(6) P. BORGOGNONE, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, cit., p. 591.
(7) R. VALLE, La Grande Russia e l’Eurasia. La geopolitica russa e l’asia centrale tra il Great Game del XIX secolo e il New Great Game del XXI secolo, in “Storia del Pensiero politico”, (3, 2015 settembre-dicembre), pp. 469-470.
(8) G. ZJUGANOV, I comunisti russi e l’offensiva di Navalny e dell’opposizione liberista, trad. it. in “Associazione Marx XXI”, 2 aprile 2017.
(9) S. SERGI, “I veri russi hanno battuto i traditori. Senza alternative un governo di coalizione”, intervista a G. A. Zjuganov, in “l’Unità”, 19 marzo 1993.
(10) G.A. ZJUGANOV, Stato e potenza, cit., p. 39.

(di Davide Ragnolini)