Svezia, dal miraggio dell’accoglienza alla realtà dei ghetti islamici

Un segnale l’aveva dato la scrittrice ex deputata PD Marzano, che in una puntata di “CartaBianca” di Bianca Berlinguer dichiarava scioccata “in Francia c’è una forte radicalizzazione, ma non come in alcuni posti della Svezia . In una classe periferica di Stoccolma ben 7 ragazzi su 10 si sono rifiutati di stringermi la mano, in quanto donna. E non parlo di anziani, ma di diciassettenni. Il radicalismo islamista in Svezia è una realtà.”

Solo quattro giorni dopo è arrivato l’attacco rivendicato da Isis, una strage in pieno centro che ha aperto il vaso di Pandora. La Svezia si sta uccidendo, la Svezia sta morendo di “senso di colpa bianco” e accoglienza mal gestita. Dopo la strage del centro commerciale, rimangono molti cocci ed interrogativi, domande a cui una risposta su cosa sia diventata oggi la Svezia può darla solo un quartiere come Rinkeby.

Rinkeby, periferia di Stoccolma, dove la Svezia non è più Svezia, dove l’ultimo censimento comunale del dicembre 2016 dice che il 96% dei residenti è di origine straniera, dove più di 45 etnie si sono barricate e chiuse in una bolla di vetro, restii ad aprirsi alla nazione ospitante in vere e proprie palestre di salafismo. I primi segnali preoccupanti ma totalmente ignorati dalla politica svedese vengono da lontano, da un 8 marzo del 2012, quando una manifestazione in occasione della festa della donna era stata presa a sassate da donne velate e uomini con la barba all’urlo di “Puttane! Puttane! Puttane!”.

Un gesto passato quasi inosservato, insabbiato per non creare “allarmismi”. Oggi Rinkeby sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno, un enclave di salafismo, di jihadismo militante che dall’attentato del 2011, fallito, in pieno centro di Stoccolma, fino ad oggi ha donato carne fresca al fondamentalismo. Dal 2015 al 2017 sono state 4 le librerie assaltate da giovani somali (la nazionalità che popola Rinkeby per 40%) radicalizzati perché vendevano ed esponevano “materiale pornografico e libri impuri”.

Ma non è l’unico episodio, vere e proprie ronde in stile “sharia police” britannica sorvegliano il quartiere notte e giorno, riprendono le donne “succinte” e non velate, aggrediscono i chioschi che vendono alcolici e ragazzi sorpresi a bere anche solo una birra. Il quartiere ghetto di Stoccolma ha donato, stima della polizia, circa 123 foreign fighters ad Isis e un numero imprecisato miliziani ad Al Shabab in Somalia. Il tutto per una popolazione di 14000 residenti. Tutta questa ricerca della “purezza” e del salafismo religioso stride, però, con la totale tolleranza di spaccio e prostituzione.

Pusher e clienti di prostitute che a Rinkeby coabitano spalla a spalla con centri islamici finanziati da Qatar e dalla Fratellanza musulmana, che spadroneggia in questo e altri quartieri della capitale e di Göteborg. E ai molti è venuto il dubbi del “modello Isis”, ovvero, che la tolleranza dello spaccio e della prostituzione degli “sharia ghetto” derivi dal fatto che i proventi dell’illegalità servano “alla causa” della guerra santa, a finanziare i viaggi per la Siria, l’acquisto di armi e il sostentamento alle vedove dei foreign fighters, un sostentamento capace di reggere lutto e omertà.

Il reclutamento e la radicalizzazione trova terreno fertile nella disperazione, che neanche il welfare state svedese riesce a colmare e nell’eccessivo permissivismo nordico. Una vera e propria contraddizione vivente, che non tutti gli svedesi sono più disposti a tollerare. Nemmeno tra gli immigrati di prima generazione, che come in Francia, non esitano a dare il sostegno ai nazionalisti del Partito Democratico Svedese, in continua crescita di consensi, oggi dato al massimo storico del 16%, un fatto straordinario se si pensa che in Svezia, il partito del centro destra per anni ha fatto politiche che in qualsiasi altra nazione verrebbero ritenute di Sinistra.

Varie denunce arrivano anche da un parte dell’Islam, la comunità sciita di Stoccolma, poco tempo fa ha denunciato con un comunicato “l’eccessiva indulgenza mostrata dal governo svedese nei confronti degli islamisti. La Svezia consente ai predicatori dell’odio di entrare nel paese e tenere conferenze per diffondere i loro messaggi. La Svezia dovrebbe occuparsi di questo problema”. Una denuncia inascoltata e minimizzata dal governo che, purtroppo, meno di una settimana fa ha dato i suoi frutti. La Svezia oggi è il simbolo vivente del fallimento totale dell’accoglienza basata sul “senso di colpa” e l’eccessivo permissivismo, che negli anni hanno prodotto in tutta Europa comunità ghetto, chiuse in sé stesse e capaci di sviluppare, tramite il finanziamento di petrolmonarchie Whaab e movimenti salafiti di moschee e centri, vere e proprie enclavi stile califfato, dove il terrorismo trova carne da macello da sacrificare sull’altare del buonismo.

Ad oggi del “modello Svezia”, del successo del “nord multirazziale e tollerante” resta un lontano miraggio reperibile nei km di inchiostro di giornalisti nostrani “lefty”. Lassù a nord resta solo un TIR schiantato davanti un centro commerciale, che ha lasciato una scia di sangue e disillusione.

(di Luigi Ciancio)