Il “Bigio”, simbolo di un paese che non accetta il proprio passato

“In Via Rose si trova […] l’illacrimata sepoltura del Bigio”, recitava sprezzante e foscoliano il coccodrillo apparso su Il Giornale di Brescia nel lontano ottobre 1945. Chi è mai, per coloro che non abitano nella industriosa città alle pendici del Cidneo, tale celeberrimo “Bigio”? In tutta la Leonessa non esiste giovane né vecchio che ne ignori l’ingombrante esistenza, da settant’anni causa di dispute, discordie e grattacapi per le amministrazioni comunali.

Ex casa del colossale Bigio è la moderna Piazza Vittoria, inaugurata in pieno regime fascista sulle ceneri di un quartiere medievale appositamente demolito e “firmata” dal maggiore urbanista dell’epoca, Marcello Piacentini. All’ombra del Torrione INA, il primo grattacielo costruito in Italia, lo scultore Arturo Dazzi issava sul piedistallo al centro della fontana un giovane nudo, dallo sguardo fiero, il corpo teso e pronto all’azione, settecentocinquanta centimetri di levigato marmo di Carrara. “L’Era Fascista” la battezzò Benito Mussolini, il quale “si avvicinò alla fontana e, osservando di sotto in su la statua, si dice abbia esclamato: È potente!”. Per i bresciani, semplicemente “il Bigio”, un soprannome ironico. Detestata per il suo legame con il regime fascista, disprezzata dal pubblico pudore per la sua nudità al punto che su esplicita richiesta della Chiesa vi si coprirono i genitali, sfregiata da due bombe alla fine della guerra, essa rappresenta secondo i critici l’apice della produzione artistica del Dazzi. Eppure, da quell’ottobre 1945 la statua riposa in un magazzino; restaurata in anni recenti, pare non vedrà presto o forse mai più la sua originale collocazione. Perché?
Partendo dal fatto che la città di Brescia conserva una tradizione fortemente cattolica e antifascista, riassumibile nella figura del leggendario “sindaco per sempre” Bruno Boni – partigiano, membro fondatore della DC, in carica di primo cittadino per ben 27 anni -, nelle camere della Loggia aleggia un clima di fastidio e sconcerto ogni qual volta la questione del Bigio viene sollevata. Sì, perché dopo decenni di degrado e incuria Piazza Vittoria, inaugurata nel 1932, è stata riportata allo splendore originario: completamente pedonalizzata – prima era adibita a squallido parcheggio -, ricostruita la pavimentazione in marmo e impreziosita dalla fermata della Metropolitana, che ha portato alla luce i resti di una torre medievale; la restaurazione della piazza del Piacentini è forse l’unico atto notevole di una giunta, quella del centrodestra di Adriano Paroli e Fabio Rolfi, altrimenti poco brillante. Con la Piazza è stata restaurata anche la fontana e il piedistallo del Bigio, ma di riportare la statua al suo luogo originario non vi è alcuna intenzione concreta, e di motivi per lasciarla nella sua “illacrimata sepoltura” di Via Rose se ne sono addotti infiniti: è ad alto rischio di vandalismo – vero, quanto qualunque muro della città -, non è bella – qui se ne potrebbe discorrere -, è una “statua fascista”. E piantandola finalmente con i panegirici è questa, purtroppo, la motivazione principale.

Il sito ANPI cittadino, in una lettera datata 7 aprile 2013, la prende larga e ricordando “le stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, del treno Italicus e della stazione di Bologna”, indubbiamente provocate dal marmoreo sguardo del giovine, dice “le ideologie […] non sono frivole come le mode e non basta mezzo secolo a disperderle, a maggior ragione quando sono ancora visibili nell’arte e nella simbologia”. Si potrebbe allo stesso modo affermare che settant’anni sono nulla per le ideologie, ma sono molti per soffrire di recentismo; l’Italia, d’altro canto, è disseminata di opere artistiche e architettoniche costruite durante il Ventennio, e alcune di esse conservano richiami espliciti al Regime (il Foro Italico a Roma come la stazione di Milano Centrale e intere città del Lazio) senza che nessuno, eccetto una buffa signora allo scranno della Camera, osi evocarne la demolizione iconoclasta. A completare le novantacinque tesi dell’associazione partigiana, si conclude che l’opera manca di brescianità: “vorremmo ricordare […] come la statua sia stata mandata a Brescia come ripiego, dopo essere stata eliminata per la sua scadente qualità artistica dalla serie di sculture destinate allo Stadio dei Marmi di Roma.” Questa, purtroppo per loro, è una voce vecchia e mai provata; una fake news, come va di moda dire oggidì. Non ricordiamo loro – per carità! – che il marmo è carrarese: potrebbero scoprirsi improvvisamente nazionalisti padani.

Tornando all’innegabile origine fascista dell’opera (ironia della sorte, il giovine che fece da modello al Dazzi si unirà poi alla Resistenza), l’odio riversato sulla statua è il sintomo di un paese che con il suo passato non ha mai realmente fatto pace e, senza sminuire quanti non reputano opportuna la sua ricollocazione né fare elogi al Regime – la excusatio non petita è purtroppo necessaria, in tempi di facilissime calunnie -, sente ancora troppo vicino il Ventennio, dimostrandosi incapace di storicizzare quanto avvenuto. Storicizzare, contestualizzare non significa ignorare né dimenticare, bensì accettare quanto accaduto e rilegarlo nel proprio tempo, non lasciare che gli eventi del passato influenzino il presente. Che il Fascismo sia vicino o lontano dal nostro tempo è una questione di punti di vista: sideralmente lontano da noi sotto il profilo storico, per molte persone incredibilmente vicino nella memoria e per tale motivo, comprensibilmente, difficile da vedere in maniera distaccata. Forse proprio per ciò, una ricollocazione dell’opera del Dazzi al suo piedistallo originale sarebbe salutare: passata l’iniziale ritrosia, superate le inevitabili proteste – per lo più dei soliti noti -, essa tornerebbe ad essere il complemento architettonico di una piazza per la quale è nata e da sempre è appartenuta; non più opera di un regime per lo più finito decenni orsono, ma gioiello artistico fine a sé stesso, estrapolato dal suo tempo per essere riportato nel nostro. Ricollocato, dunque, per essere finalmente apprezzato come merita. Nulla potrebbe essere migliore per Brescia, e per l’Italia in generale, che chiudere definitivamente uno dei suoi tanti conti con il passato nel modo più decoroso possibile: accettando. Finché il Bigio marcirà nel magazzino di Via Rose, incancrenirà con lui anche la nostra capacità di accettare il passato per guardare al futuro in modo più sereno e razionale.

Allo sfregio indecoroso di un’opera d’arte di grande valore, in questi giorni reclamata a gran voce da altri enti che se la porterebbero volentieri in casa pur di non vederla ammuffire in un magazzino – il comune di Maclodio, sempre nel bresciano, e il Museo di Salò -, si aggiunge un altro problema: eliminata la statua della discordia, cosa si metterà ora sul piedistallo vuoto? Sono arrivate infinite proposte, alcune degne di attenzione, altre decisamente indecenti. Cosa decideranno di stagliare lì sopra, in spregio allo stile razionalista della Piazza, forse è meglio non saperlo mai.

Arturo Dazzi, dal proprio canto, ha detto la sua già nel 1932; commosso dai complimenti che ricevette al momento dell’inaugurazione, disse: “Adesso anche se la vogliono buttar giù, non me ne importa niente!”.

Comunque la si pensi, in alto i calici – di brescianissimo Pirlo – per questo immenso artista!

(di Federico Bezzi)