Libertalia, la (mai esistita) repubblica dei pirati

«Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.»
(Samuel Bellamy, pirata)

Il Madagascar è una grossa isola dell’Oceano Indiano, situata proprio di fronte alla costa orientale del continente africano. E’ famoso soprattutto per la sua biodiversità, che lo ha reso uno dei principali paradisi naturali del mondo. A nord-est del Madagascar si trova la piccola Île Sainte-Marie (nota anche come Nosy Boraha), un’isola lunga 60 km e larga 10. Oggi sia il Madagascar che l’Isola di Santa Maria sono mete ambite dai turisti, specialmente dagli appassionati di immersioni e di whale watching. Eppure, fino a qualche secolo fa, queste isole erano strategicamente posizionate nel mezzo della rotta per le Indie Orientali, e attiravano sulle loro coste tropicali un tipo ben diverso di visitatori.

Negli anni a cavallo fra il ‘600 e ‘700, infatti, il Madagascar fu scelto come base operativa da un gran numero di pirati, che erano soliti utilizzare la sua posizione strategica per insidiare le navi che tornavano dalle Indie Orientali. Inoltre, da lì partivano anche i vascelli che andavano ad attaccare i navigli indiani del Gran Moghul diretti alla Mecca, carichi di pellegrini e di ricchezze. Capitani famosi, come Henry Avery e Thomas Tew, furono solo alcuni delle centinaia di pirati che si stabilirono in Madagascar. E’ stimato che una buona fetta di popolazione di Nosy Boraha abbia sangue europeo nelle vene, tangibile eredità dei matrimoni misti contratti dai pirati con gli indigeni dell’isola. Nell’Île Sainte-Marie, inoltre, è ancora possibile visitare un vecchio cimitero. Molte delle tombe presentano incisi sul marmo dei disegni inequivocabili; teschi e ossa incrociate, il jolly roger. Sono le vecchie lapidi dei pirati che lì hanno vissuto e lì sono morti.

Un’isola abitata da soli pirati (escluso l’ovvio codazzo di contrabbandieri e baldracche), e governata secondo le loro leggi e i loro costumi. Non c’è da stupirsi quindi che il Madagascar abbia solleticato fin da subito la fantasia dell’opinione pubblica europea. Nel giro di pochi anni iniziarono a circolare numerose voci e leggende, secondo cui i pirati del Madagascar avessero fondato un proprio Stato. Uno Stato con un governo repubblicano e democratico, in guerra contro il Mondo intero. E tutto questo nell’epoca degli assolutismi monarchici! A questa nazione piratesca venne dato il nome di Libertalia.

A parlarci di Libertalia è il capitano Charles Johnson, autore del libro A General History of the Most Notorious Pirates, pubblicato a Londra nel 1724. E’ interessante notare come parte della critica odierna sia convinta che Charles Johnson non sia altro che uno pseudonimo dello scrittore Daniel Defoe, grande appassionato (e amico?) di pirati. Al di là del dibattito sulla reale identità del capitano, dobbiamo a lui la più completa descrizione di Libertalia. Johnson parla della fantomatica Repubblica dei Pirati solo pochi anni dopo la sua caduta, e sembra utilizzare fonti di prima mano. Secondo il capitano, l’idea di trasformare un semplice covo di filibustieri in una repubblica piratesca venne al già citato Thomas Tew, al francese Olivier Misson e al misterioso prete italo-dominicano Caraccioli. Questi tre personaggi sognarono, idearono e costruirono in Madagascar una cosa mai pensata prima. Ecco quali furono, secondo la General History of the Most Notorious Pirates, le parole con cui Misson gettò le basi di Libertalia:

«La nostra causa è una causa nobile, coraggiosa, giusta e limpida: è la causa della libertà. Vi consiglio come emblema una bandiera bianca con scritta la parola “libertà”, o se lo preferite, questo motto: per Dio e la libertà. Questa bandiera sarà l’emblema della nostra infallibile risoluzione. Gli uomini che sapranno prestare un orecchio attento al grido di: “libertà, libertà, libertà” saranno i cittadini d’onore.»

“Per Dio e la libertà” divenne dunque il motto dei pirati di Libertalia, che in contrasto col classico jolly roger nero presero a issarne uno bianco. Charles Johnson afferma anche che i seguaci di Misson e Caraccioli si governavano secondo un sistema repubblicano e democratico, eleggendo i propri rappresentati secondo libere elezioni. I loro modelli erano la Grecia antica e la Roma repubblicana. Questi pirati si definivano “Liberi” ed erano implacabili nemici di schiavisti e sovrani. Pur continuando ad assalire le navi, non erano più mossi dal desiderio di ricchezze, ma bensì da una sorta di voglia di riscatto sociale. I pirati di Libertalia volevano colpire le Nazioni, le aristocrazie, la borghesia.

Secondo la leggenda, l’esperienza di Libertalia durò solo venticinque anni. Il capitano Tew, ammiraglio della flotta pirata del Madagascar, abbandonò l’isola per tornare in America. Dopo che se ne fu andato, gli indigeni malgasci attaccarono la comunità, uccidendo Caraccioli e quasi tutti i pirati. Misson riuscì a fuggire con soli 45 compagni, ma fece naufragio e scomparve. Il capitolo della General History of the Most Notorious Pirates dedicato alla Repubblica dei Pirati si conclude così, con il naufragio di Olivier Misson e la frase “Ecco tutta la storia di Libertalia…”

Non è ancora chiaro quale verità si celi dietro le parole del capitano Johnson. Nè se la Repubblica dei Pirati sia davvero esistita. Che il Madagascar, fra il 17° e il 18° secolo, fosse abitato e popolato da un vasto numero di pirati è un dato storico assodato. Che questi pirati abbiano tentato in qualche modo di organizzarsi in società stabile è anch’esso un dato reale. Appare tuttavia poco probabile tutto il resto; l’idea di una Nazione di pirati, democratica e repubblicana, ispirata alla Grecia classica e a Roma, per quanto estremamente affascinante, non sembra un’ipotesi da prendere realmente in considerazione.

Al di là della veridicità o meno di Libertalia, resta il fatto che la società piratesca era forse una delle poche realtà davvero democratiche in un’epoca dove l’assolutismo monarchico stava raggiungendo il proprio apice. In una ciurma di pirati, tutti erano uguali; le decisioni venivano prese in assemblea, tramite alzata di mano, e nessun parere era più importante di altri. Lo stesso capitano veniva eletto democraticamente dai membri dell’equipaggio, e poteva venir destituito in qualsiasi momento. La divisione del bottino veniva fatta secondo un rigido regolamento egalitario, e nessuno ne era escluso. Inoltre, su una nave pirata, si potevano trovare ex schiavi, galeotti fuggiaschi, marinai delle più disparate razze e religioni. Attenzione però alle facili interpretazioni: bisogna ricordare che l’obiettivo principale dei pirati era quello di accumulare ricchezze, rubandole ad altri. E per farlo erano pronti a usare qualsiasi mezzo. Fare quindi azzardati paragoni fra il loro modus vivendi e la società di oggi (soprattutto in chiave politica o ideologica) può risultare, oltre che approssimativo, anche idiota.

(di Andrea Tabacchini)