Il tramonto della vita: se l’uomo si rivolta contro se stesso

Viviamo in un’epoca in cui negare la vita è spesso più encomiabile che supportarla. Questo fenomeno si riflette in questioni tra loro differenti: la volontà di legalizzare l’eutanasia, le battaglie per l’aborto e quelle per consentire l’uso delle droghe, la promozione della libertà sessuale a favore di chi non può procreare naturalmente, il dominio della tecnica come fattore in grado di trasformare l’essere in non-essere. A questa visione distruttiva si devono contrapporre delle altre riflessioni. Affermare la nostra vita e quella altrui significa anzitutto prendersene cura, ma sembra defluito il bisogno di farlo. Si confonde il concetto di cura con quello di una misera libertà priva di vincoli: libertà d’espressione, stravaganza dei costumi, disinibizione e rimozione di ogni tabù.

In pochi sono in grado di sentirsi liberi dedicano loro stessi a qualcuno o ad un valore trascendente. La consacrazione dell’individualità a discapito d’altri è ormai l’unica cosa che conti veramente. In assenza di una sensibilità che generi una diversa apertura al mondo, la cura ha perso il carattere della preoccupazione rivolta all’esistente. E così, si è passati ad una lotta di prevaricazione in cui tutto è strumentalmente utile ai nostri scopi egocentrici e dove la funzionalità di una cosa è ciò che esaurisce il suo orizzonte di senso. Come aveva ben visto Günther Anders, a causa di tale mancanza di rispetto e attenzione, l’umanità è giunta a trattatare se stessa come qualcosa da buttar via, così come tratta il mondo in cui abita come un mondo da buttar via. È la diretta conseguenza del considerare l’uomo come un mezzo e non mai come un fine. Da qui sorge quel coordinamento di mezzi e fini che, con Horkheimer, potremmo definire secondo l’espressione “ragione strumentale”.

Il rapporto con il senso della vita sta assumendo una lacerazione preoccupante. Sono in molti a farci credere che, di fronte ad ostacoli insormontabili, il maggior tributo all’esistenza sia quello di negarla. Questo giustifica e favorisce il conformismo di coloro che fanno scialo di solidarietà verso chi abbraccia un decesso o lo favorisce. Il sostegno umano, infatti, giunge con grande risonanza quando ci si oppone alla vita piuttosto che alla morte. Le scelte che negano l’esistenza sono spesso dettate da circostanze di agonia che rendono in parte comprensibile una tale volontà; ma la forza di chi non si arrende e affronta aspre difficoltà, meriterebbe un più sincero supporto. Quest’ultimo, ahinoi, viene a mancare. È disorientante vivere in un contesto politico, sociale e religioso in cui non esiste un’idea condivisa su cosa sia la vita; tantomeno è attivo un serio confronto, in grado di proporre una molteplicità di opinioni per ricercare delle ragioni comuni. È invece significativo che problemi bioetici così delicati vengano affrontati nelle aule parlamentari solo in seguito allo scalpore sollevato da qualche caso giornalistico. E con quale serietà se, al momento di assumere delle decisioni, la Camera dei Deputati si presenta vuota?

Oggi ognuno ha maturato – ammesso che l’abbia fatto – una visione arbitraria della vita e in base a questa è persuaso di poter fare ciò che gli pare con essa. Del resto, nuotiamo nelle acque gelide del completo non-senso, nel vuoto assoluto, nella reciproca estraneità in cui ci è impossibile comprendere la rete di relazioni entro la quale siamo inseriti. Per ciò stesso, in pochi considerano la vita come un dono prezioso da cui congedarsi a prescindere dal nostro intervento e secondo le necessità da essa imposte. La superbia dell’uomo contemporaneo è quella di voler decidere su tutto, sentendosi a fondamento di ogni cosa. Anche se nessuno si è mai conferito la vita da sé, in molti credono che essa sia in totale proprietà del singolo soggetto; diverso è invece pensarla come un dono venerabile, consegnatoci affinché se ne abbia cura con disciplina e costanza. Ricevere la vita è infatti la prima manifestazione di un destino che trascende il nostro dominio. Venire al mondo ci ricorda che, di tutte le scelte, noi non abbiamo mai potuto prendere quella sostanziale di essere nati. Nessuno di noi ha mai chiesto che gli fosse consegnata l’esistenza, eppure ci è stata destinata. Il coraggio di affrontarla fino in fondo non può e non deve mancarci.

La vita non è superflua come la tela di Penelope: va rispettata, meditata, ordinata e trattata con responsabilità in ciò che scegliamo di farne. Solo con la nostra sollecitudine possiamo imparare a morire e consegnando un senso all’esistenza motiviamo l’amore, la gioia, il dolore e la disgrazia. Ma la civiltà occidentale sta indorando il suo tramonto: elogia chi si dà la morte, gioisce se i bambini vengono acquistati dagli omosessuali abbattendo la struttura tradizionale della famiglia, preferisce non procreare, pretende il soddisfacimento di ogni desiderio individuale, favorisce l’ibridazione tra umano e tecnico, nonché la realizzazione della post-umanità. L’uomo è in rivolta contro di sé, contro la propria identità, contro i propri limiti, contro la natura, contro Dio, contro tutto ciò non gli conceda di essere una sua autocreazione. La sua volontà è quella di controllare ogni cosa lo concerne e la via che si sta velocemente dischiudendo davanti a lui è più sinistra di quanto qualsiasi previsione possa dichiarare.

(di Enrico Nadai)