Il declino della sinistra: il cinema che racconta il fallimento di un’idea

In principio era “Ecce Bombo”, pellicola tragicomica di un esordiente Nanni Moretti, a mettere a nudo sul grande schermo i difetti dei giovani militanti della sinistra extraparlamentare, dipinti con grande maestria come oziosi, incapaci di esprimere i propri sentimenti più autentici (con le donne quanto in famiglia) e ierofanti di quel conformismo borghese che si illudevano di combattere a parole, con sterili riflessioni da intellettualoidi.

Il film, stroncato dalla critica italiana ma adorato da quella francese e , soprattutto, dal pubblico , è ancora oggi il manifesto, nel mondo della settima arte, della denuncia ad una sinistra salottiera non poi così differente dalla mentalità borghese che si prefiggeva eroicamente di combattere, come già denunciato dalla politologa Simone Weil.

Moretti è da sempre, per usare un’espressione della ex parlamentare forzista Gabriella Carlucci, “il megafono della sinistra e dei suoi luoghi comuni”; tuttavia non ha mai indugiato dal rappresentare nelle sue opere le carenze dei compagni di partito e dei leader della sinistra, che, addirittura, accuserà di inettitudine al termine di una manifestazione antiberlusconiana nel 2002, dando vita, in segno di protesta al loro “modus operandi”, al movimento politico dei “girotondini”, che però avrà vita breve.

Su un regista così talentuoso e controverso c’è tanto da dire, ma per ora è importante sottolineare che nella sua produzione cinematografica troviamo critiche più o meno marcate alla sinistra borghese, riparata sotto “l’ombrellino della NATO”, antesignana dell’odierno clintonismo “open-minded”. Attraverso il cinema italiano ed europeo, possiamo pertanto tracciare un originale percorso di analisi e denuncia politica, che ci aiuterà poi a capire i nostri nemici di oggi.

Nel 1972, al prestigioso Festival del cinema di Cannes, un film italiano viene insignito del “Gran Prix”; è “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri, una disamina sulla vita quotidiana della classe operaia, nella vita privata e sul luogo di lavoro. Protagonista della storia è Ludovico “Lulù” Massa, interpretato da un fantastico Gian Maria Volontè, un operaio meneghino con due famiglie da mantenere. Lavoratore instancabile, quasi stacanovista, Lulù diffida dell’utilità dei sindacati e delle idee comuniste, propagandate ogni mattina fuori dai cancelli della fabbrica da un gruppo di giovani attivisti politici.

Egli, difatti, non si interessa della vita politica, limitandosi a svolgere le sue mansioni il più diligentemente possibile, ragion per cui è apprezzato dai padroni che lo considerano un esempio per gli altri operai. La situazione però muta quando Lulù perde un dito sul posto di lavoro; non trovando sussidio da quei dirigenti di fabbrica che prima lo osannavano, il protagonista comincia a riflettere sullo sfruttamento dei lavoratori e il conflitto di interessi, tanto da entrare nella cerchia dei giovani militanti politici sopracitati.

Le reazioni dopo l’uscita nelle sale furono feroci da parte dell’area progressista per il modo in cui si dipingevano i sindacalisti, burattini nelle mani dei padroni o anche i giovani militanti, intellettuali che, non conoscendo le dinamiche del lavoro in fabbrica, si rifugiano dietro gli astrattismi dei testi filosofici di Marx ed Engels, e gli operai, associati grossolanamente alla figura del “crumiro” Lulù. Un regista francese, Jean Marie Straub, chiese addirittura che venissero bruciate tutte le copie e bloccata la distribuzione. L’elegante denuncia provocatoria di Petri aveva così ricevuto gli effetti sperati: suscitare scandalo nel mondo della sinistra, semplicemente mostrandone i limiti.

Altro regista avversato per il contenuto di una sua opera è il tedesco Rainer Fassbinder, uno dei massimi esponenti del “Nuovo cinema tedesco” degli anni settanta, assieme a Werner Herzog e Win Wenders. Nel 1975 gira “Il viaggio in cielo di Mamma Kusters”, avente come tema predominante l’arrivismo intrinseco nell’animo umano. Protagonista è un’anziana donna di Francoforte, Emma Kusters, che, all’inizio del film, si scopre essere diventata tragicamente vedova. Il marito, difatti, temendo un imminente licenziamento, uccide sul posto di lavoro un superiore, per poi suicidarsi.

Fassbinder mostrerà i personaggi che appariranno da questo momento nel loro più perfido opportunismo: Corinne, figlia della protagonista, che sfrutta l’accaduto per far carriera; suo fratello Ernst che abbandona la madre in preda al dolore, pur di partire per la Finlandia con la moglie Helene e, soprattutto, i coniugi Thulmann, dirigenti del Partito Comunista della Germania dell’Ovest (DKP).

Questi convincono Emma Kusters a presenziare ai loro comizi, presentandola come “vittima della lotta di classe”, e poi a tesserarsi al partito; ma dietro il loro apparente interesse c’è solo propaganda elettorale, con la speranza che la strumentalizzazione del suo dramma possa portare voti alle imminenti elezioni. L’aver paragonato il modo di agire del Partito Comunista a quello delle formazioni dichiaratamente “borghesi” garantiranno a Fassbinder insulti e proteste, che porteranno alla sospensione della proiezione del film al Festival di Berlino del 1975.

Fomentatori di tutti questi dissensi sono, in particolar modo, i giovani militanti della sinistra extraparlamentare che, considerandosi sempre dalla parte della ragione, hanno reagito alle critiche in modo violento, tacciando di ignoranza i loro accusatori, facendo riecheggiare un aforisma anonimo: “Critica una persona intelligente e la renderai più intelligente, critica una persona ignorante e la farai tua nemica”.

Torniamo ora ad “Ecce Bombo”, dove Nanni Moretti propone una versione diversa di questi giovani ex sessantottini, che hanno mutato il loro spirito rivoluzionario di qualche anno prima (il film è del 1978) in uno sterile bivacco quotidiano, fatto di luoghi comuni , frasi fatte e “imprese” inconcludenti, come passare la notte “à la belle étoile” per vedere l’alba, senza però essersi resi conto, la mattina seguente, che il sole è sorto alle loro spalle, mentre un anziano in bicicletta, passando, grida ripetutamente “Ecce bombo”, frase nonsense come le loro vite.

Uno dei personaggi del gruppo di amici, Mirko, in un’altra importante scena della pellicola, confessa agli altri, tra cui Michele Apicella, interpretato dallo stesso Moretti, che secondo lui si stanno approcciando alla vita in modo sbagliato (“Penso che sbagliamo quasi tutto: nei rapporti con le donne, tra noi, con lo studio, in famiglia, nel lavoro”), ma la riflessione resta inascoltata. Inascoltata non solo dai personaggi che sono, appunto, vittime del “sistema” che non riescono a cambiare (e qui si potrebbe tracciare un parallelismo con l’inetto sveviano) ma anche dai giovani in carne ed ossa, accomunati dallo stesso destino dei corrispettivi fittizi.

La questione è più che mai attuale, con i “figlioletti”, in senso politico, dei sessantottini di allora pronti a sguainare la spada senza raziocinio contro le idee a loro avverse, anche se queste trionfano democraticamente, e incapaci di sostenere un esame di autocoscienza, senza vedere fascismi e analfabeti funzionali ovunque dall’altra parte della barricata. Per sensibilizzare queste coscienze la strada è ancora lunga; speriamo dunque che il cinema ci possa dare una mano, oggi come ieri.