La passione di Idlib. I cristiani martiri in Siria

Siria. Idlib, regione sotto controllo di Fronte Islamico, Al nusra e altre sigle “ribelli” foraggiate da Qatar, Giordania e Arabia saudita, da 6 anni la comunità cristiana (almeno quelli che sono ancora vivi) è costretta a vivere letteralmente nelle catacombe.

Una regione della Siria salita nuovamente alle cronache dopo il presunto bombardamento “chimico” attribuito a prescindere al presidente Bashar al Assad. Senza alcuna prova filmata, senza alcuna testimonianza valida se non quella dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, gestito da un anti-Assadista che vive a Londra, lontano dai luoghi del conflitto, ma comunque ritenuto credibile dalla comunità internazionale. Tutto quello che è contro Assad va bene. Ma ad Idlib la comunità cristiana vive una seconda “passione”, ancora più lunga e forse più straziante di quella di Cristo. Una passione che nessuno vede, un urlo che nessuno sente. Vivere segregati in catacombe super affollate. Avete letto bene. In vecchie catacombe.
Mangiare, dormire, vivere lontano dalla luce del sole.

E qui ci viene in aiuto un articolo di Nello Scavo, giornalista dell’Avvenire che, proprio dalla regione di Idlib, ci narrava il 21 febbraio del 2016 “Tra vicini di sepolcro la convivenza non è facile. Nella tomba al piano di sotto hanno dovuto arrangiarsi, facendo del sarcofago un letto matrimoniale. Nella catacomba accanto, i loculi di notte si trasformano in cuccette, di giorno in dispensa. Sopra, a un palmo dalla testa, sulla terra che era dei vivi ma che in cinque anni ha visto straziare mezzo milione di vite, intanto si spara mentre dall’alto precipitano tonnellate di esplosivo che fanno sembrare le catacombe una miniera sul punto di crollare. L’olocausto siriano è anche questo. La guerra sotterranea che i satelliti militari non riescono a vedere. Nei villaggi sulla strada che conduce a Idlib e Aleppo nessuno sa dire con esattezza quanti siano i civili costretti a una vita da topi.”
Le catacombe romane o scavate dagli jhiadisti stessi sono l’unico luogo dove “i ribelli moderati” che lottano contro Assad il “liberticida” consentono ai cristiani il “dono” della vita. Se dono si può chiamare vivere da insetti in una terra che fino a 6 anni fa era considerata la patria della convivenza tra religioni nel cuore del Medioriente. Lodata da Giorgio Napolitano nel 2011, così come da Gianni Minà in un documentario su Palmira “ove ho visto razze e religioni diverse stringersi la mano, oggi vedo uomini in nero che fanno rotolare teste”. La comunità cristiana in Siria nel 2010 contava 2 milioni di unità. La diaspora sanguinaria, la primavera del nostro scontento iniziata nel 2011 con le proteste di piazza guidate dal salafismo e dai soldi provenienti dalle petromonarchie l’ha decimata pian piano e oggi sono solo 400mila. Costretti, nelle zone governate dalla ribellione, alle peggiori angherie. Come le catacombe dove a volte, per puro divertimento, i “ribelli” passando lanciano dentro una bomba, una raffica di mitra o allagano tutto con i cristiani dentro. Questa è la storia di una “passione” che dura da troppo tempo, di una “minoranza” costretta a vivere come dei morti, nonostante siano ancora vivi e con la speranza di tornare ad esistere. Una storia che arriva dal buio, la storia dei cristiani di Idlib, una storia che nessun Osservatorio siriano per i diritti umani vi narrerà mai.

(di Luigi Ciancio)