USA: perché Trump sta perdendo

E anche Steve Bannon viene rimosso. Che negli USA sia in atto una guerra di potere tra il nuovo presidente Donald Trump e i cosiddetti neocon, ovvero l’èlite che ha dimostrato concretamente di governare gli Stati Uniti negli ultimi 40 anni, non c’erano dubbi. La campagna di demonizzazione dell’imprenditore americano, le dichiarazioni ufficiali di Soros, addirittura chi preconizzava una fantapolitica guerra civile nelle settimane successive all’election day dell’8 novembre.

Quello a cui stiamo assistendo è una palese certificazione della totale inconsistenza della democrazia occidentale. In appena due mesi e mezzo tra decreti attuativi bloccati e rimozione di uomini di fiducia, le istituzioni americane stanno facendo terra bruciata intorno al presidente. Niente blocco dell’immigrazione dai Paesi islamici, non si può: sebbene la prerogativa di uno Stato e di un governo dovrebbe essere quella di decidere del destino del proprio territorio, la Corte Suprema impedisce di fatto l’azione. Bocciato anche il ricorso un paio di settimane dopo. Niente abolizione dell’Obamacare, non si può. L’opposizione del Congresso è decisiva. Qualsiasi opinione si abbia del nuovo approccio di Trump e della legge approvata dall’ex-presidente, sia chiaro.

Si dimette Flynn, vicino a  Trump almeno nelle versioni iniziali, per non meglio precisati rapporti con la Russia pre-elettorali, il tutto nel già fragile atto d’accusa che vuole i cosiddetti “hacker russi” come centro nevralgico di influenza per l’elezione dell’imprenditore statunitense.

“Viene dimesso” Bannon dal Consiglio di sicurezza nazionale, lo stratega personale del presidente e il mezzo con cui sviluppare una politica estera che aveva proposto una discontinuità rispetto a quella democratica.

È chiaro che le ultime siano azioni endogene, sebbene su pressioni provenienti dall’esterno. I primi invece sono blocchi apertamente esogeni. Qualcuno li chiama controlli, ma sorge spontaneo domandarsi che senso abbiano se, di fatto, impediscono a un politico di attuare il suo programma, o comunque lo intimano a ridurlo notevolmente. Un altro modo per definire tutto ciò è “salvaguardia” dei poteri che realmente dominano la politica: non solo negli USA, ma in tutto il mondo occidentale.

Sotto questo profilo, come sosteneva il sottovalutatissimo Gaetano Mosca, non esiste nessuna differenza tra le monarchie assolute, i totalitarismi e le democrazie liberali. Semplicemente, le ultime hanno prodotto un sistema di controllo del governo più subdolo, sostanzialmente privo dell’elemento civico, stra-dominato da quello economico e dalla propaganda di massa.

Le garanzie costituzionali altro non sono che uno specchietto per le allodole: hanno la stessa funzione dell’affermazione “Lo Stato sono io” del buon vecchio Re Sole. Invece di reprimere il dissenso, impediscono a qualsiasi politica deviante dalle dinamiche strutturali e sistemiche di dispiegarsi. Tutto qui.

Il sostegno che abbiamo dato a Trump non può che inquadrarsi in un banalissimo ragionamento di realpolitik. Il nuovo capo del governo è un liberista convinto ma, se non altro, proponeva un ritorno ad alcune prerogative dello Stato, in particolare sulla gestione dei confini e del divieto di immigrazione, e ad un mutamento della politica di Washington verso la Siria e la Russia.

Oro colato, tutto considerato, e soprattutto guardando all’alternativa, responsabile di tutta la destabilizzazione del Medio Oriente, di bombardamenti molto gravi contro la popolazioni civili, di un boom di emigrazione che sta danneggiando la nostra vita di tutti i giorni attuali, per non parlare di quelli futuri.

Che Trump stia provando a giocarsela è quanto meno da mettere in conto, almeno guardando ai fatti con maggiore profondità: da ciò che emerge, Bannon non ha partecipato a una sola riunione e la sua eliminazione sarebbe simbolica, permettendo al presidente di continuare a lavorare con lui al di fuori del quadro istituzionale. Lo stesso Bannon era stato insediato per controllare Flynn, che prima delle dimissioni non godeva evidentemente di una fiducia cieca da parte dello stesso Trump. A festeggiare però sarebbe il generale H. R. McMaster, ovvero colui che ha sostituito Flynn. Senza contare che nella vita contano i risultati: il cambio di rotta sulla Siria non sembra deporre a favore anche di un’auspicata distensione con Mosca.

Dunque la sensazione, ad oggi, è che stia perdendo Trump. Tutto ciò che voleva, ostacolato dal primo giorno, si è tramutato in ciò che desideravano i neocon.  A questo punto, un saluto con la manina a tutti i sostenitori religiosi della democrazia liberale, ovvero il più grande annullamento della politica che la storia abbia mai vissuto, è d’uopo.

Le vostre elezioni sono una sciocchezza, un’illusione di cui i più intelligenti di voi probabilmente sono consci ma indifferenti. Almeno fin quando sussiste questo status quo, si intenda. Con un sistema economico e istituzionale che ridia seri poteri allo Stato, probabilmente, potremmo raccontare una storia parzialmente diversa. Ma nell’inesistenza del concetto di limite, sposato a quello di “fascismo” per qualsiasi proposta alternativa, risiede l’immobilità di un sistema che non ha nessuna voglia di riformarsi.

Gli intelligentoni che ragliano contro – esempio – il finanziamento pubblico ai partiti dovrebbero capire di cosa si parla, prima di sparare sentenze. Se oggi la politica è sottomessa, umiliata e inutile, domani lo sarà ancora di più.