I “diritto-umanisti”, pedine dell’Imperialismo

La teologia dei diritti umani è oggi un vero e proprio pilastro del Politicamente Corretto, in quanto esplica una funzione multiuso: risposta al senso di colpa del consumismo individualistico occidentale, che cerca un risarcimento morale nel bombardare gli stati-canaglia in nome dei diritti umani, e si sente così “coinvolto” nella lotta del Bene contro il Male; legittimazione delle guerre di aggressione imperialistica USA, fatte per ragioni materiali, come il petrolio e la geopolitica di accerchiamento di futuri concorrenti strategici, ma “coperte” con motivazioni umanitarie pseudo-universalistiche (liberare dal burka le donne afghane, liberare gli iracheni da un dittatore nazionalista baffuto, eccetera).

Da un punto di vista storico, la teologia dei diritti umani (perché di ideologia idolatrica si tratta, o più esattamente di una teologia idolatrica al servizio di un eccezionalismo messianico imperiale con applauso servile della claque neroniana degli intellettuali europei ex-marxisti scoppiati) si può definire come una secolarizzazione individualistica manipolata del vecchio giusnaturalismo. […]

Hegel e Marx, sia pure per ragioni opposte a quelle di Hume, furono anch’essi avversari del diritto naturale. Per ragioni che qui per brevità non posso discutere (ma sarebbe interessantissimo farlo), essi ritenevano che il diritto naturale non fosse adatto a legittimare la comunità politica statuale moderna (Hegel), fosse pericolosamente incline a legittimare l’estremismo giacobino di Robespierre su basi russoviane (sempre Hegel), e non si prestasse a fondare la concezione materialistica della storia, nella misura in cui era sorpassato come ideologia settecentesca della borghesia rivoluzionaria (Marx).

Il pensiero borghese dopo il 1795 (termidoriani) abbandonò del tutto il diritto naturale, considerato potenzialmente pericoloso in quanto fattore di possibile legittimazione di una rivoluzione sociale (Bloch), per adottare il cosiddetto “positivismo giuridico”. Dietro questa espressione pomposa c’era semplicemente l’abbandono di qualunque fondazione filosofica della società, in quanto “positivismo giuridico” significa semplicemente che quello che fanno i legislatori capitalistici è valido in sé, e non ha bisogno di nessuna legittimazione filosofica esterna al principio stesso della legge. Si riproponeva così la brutalità del punto di vista degli imperatori medioevali, per cui il principe decideva lui che cosa fosse legale e che cosa no (quod principi placuit legis habet vigorem).

La necessità nuova, da parte del capitalismo dominante, di contrapporsi alle nuove anomalie fasciste e comuniste, non previste nella politologia classica, portò ad una strumentale ed ipocrita riscoperta del diritto naturale. Insisto sul carattere strumentale di questa riscoperta, puramente ideologica e per nulla umanistica e universalistica. Karl Schmitt fece correttamente notare che in nome dell’Umanità si legittimava oggi una guerra senza quartiere, in cui l’avversario diventava un Nemico Assoluto (in quanto appunto “disumano”). Danilo Zolo ha fatto abbondantemente notare che “chi dice Umanità” (titolo di un suo magnifico saggio chiarificatore) si sente abilitato a fare qualunque cosa, a sferrare qualunque aggressione, eccetera.

(di Costanzo Preve – da «Elementi di Politicamente Corretto. Studio preliminare su di un fenomeno ideologico destinato a diventare in futuro sempre più invasivo e importante»)