La rivoluzione: Idealismo contro Materialismo, eterno dibattito

Tutti i fenomeni rivoluzionari che nel corso della storia hanno sovvertito i sistemi dominanti, sono stati necessariamente anticipati o accompagnati da una ben definita speculazione filosofica, doveroso punto di partenza per una critica totale al potere egemonico. Non vi può essere alcuna vera rivoluzione senza l’elaborazione di un pensiero critico, che induce inevitabilmente l’uomo a indagare sulla realtà, a riflettere e a pensare una possibile alternativa, in una parola: a filosofare!

E non abbiano alcun timore gli scettici che storcono il naso al sol sentir parlare di filosofia, come qualcosa di astruso e di astratto, che complica la realtà invece di semplificarla.

Non si può uscire da un orizzonte filosofico, non si può sopprimere l’innato anelito dello spirito umano come attività creatrice del mondo morale. La filosofia rappresenta, per dirla con Gentile, quel grande sforzo compiuto dal pensiero per conquistare la certezza critica delle verità che sono il patrimonio della nostra coscienza. E Aristotele avvertiva che non si può non filosofare, anche qualora si volesse dimostrare che non si deve filosofare. La filosofia rappresenta, insomma, quello snodo fondamentale cui non è possibile soprassedere.

La storia delle rivoluzioni degli ultimi secoli è stata un susseguirsi di filosofie che hanno plasmato il volto dei regimi politici: da Locke a Montesquieu, da Rosseau a Marx, da Sorel a Proudhon, il mondo è profondamente mutato grazie ad una forte ed inestricabile simbiosi tra filosofia e rivoluzione, tra pensiero e prassi.

Con la fine della seconda guerra mondiale, e ancor di più con la caduta del muro di Berlino, il «pensiero unico dominante» (Ignacio Ramonet) ha imposto l’esistenza di un’unica filosofia mondialista, nume tutrice dei sacrosanti diritti individuali, spiccatamente materialistica ed edonistica, ferocemente intollerante contro ogni forma di dissidenza ai suoi dogmi ideologici.

Solo di recente hanno fatto la loro comparsa nel mondo filosofie dissonanti con il pensiero unico dominante, riconducibili a quel comunitarismo di matrice aristotelica elaborato da filosofi stranieri come Charles Taylor, Alasdair MacIntyre e Michael Sandel.

L’ Italia è stata, nei secoli passati, sempre all’avanguardia nella formulazione di filosofie genuinamente innovatrici e, perché no, rivoluzionarie. San Bonaventura e San Tommaso d’Aquino avevano promosso, col loro pensiero, la posizione della Chiesa Cattolica Romana in Europa e nel mondo.

Fu dal pensiero di un gruppo di pensatori italiani, da Girolamo Fracastoro a Giordano Bruno e a Tommaso Campanella, che giunse a maturazione e completamento il Rinascimento.

Contemporaneamente la vita europea fu plasmata e arricchita dal genio di Leonardo da Vinci e dal pensiero di Niccolò Machiavelli. Si tratta di un percorso che è proseguito attraverso il XIX secolo mediante importanti e influenti pensatori che hanno lasciato un’impronta inconfondibile sulla nostra epoca. Ricordiamo tra i tanti Giuseppe Mazzini, Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca.

Giovanni Gentile è stato l’ultimo autorevole e profondo filosofo che l’Italia abbia avuto, il cui pensiero ha influenzato esponenti rivoluzionari del calibro di Gramsci, Gobetti e Mussolini. «Con Giovanni Gentile – ha scritto Marcello Veneziani – finì la grande filosofia italiana. Dopo di lui o non fu grande, o non fu vera filosofia, o non fu italiana».

Con la morte di Gentile la cultura filosofica italiana sembra essere entrata in uno stato catatonico, facendo propri e assimilando acriticamente gli influssi filosofici provenienti da pensatori stranieri.

Nel bene e nel male, l’Italia ha dato luce a pensatori degni di nota, che hanno appoggiato i movimenti politici, religiosi, culturali e scientifici nel corso dei secoli, il cui pensiero in certi casi ha portato a profondi e radicali mutamenti rivoluzionari. D’altronde fu un altro italiano, Giambattista Vico, ad insegnarci che l’uomo – attraverso la storia – è il creatore della civiltà.

Se oggi la dialettica politica italiana si è atrofizzata nei giochi elettorali di una classe dirigente vuota e insulsa, che in settant’anni di governo è stata solo capace di soffocare il genio prorompente della civiltà italica, lo si deve al fatto che non esiste alcuna reale alternativa rivoluzionaria in grado di mettere la parola fine alla falsa e ignobile “democrazia recitativa” in cui viviamo.

L’assenza, nel panorama politico italiano di una èlite rivoluzionaria capace di sostituirsi alla disastrosa ed ormai inutile èlite attuale, si deve molto probabilmente alla contestuale assenza di una filosofia rivoluzionaria capace per l’appunto di forgiare una tale èlite. Quali grandi pensatori e filosofi italiani si sono impegnati, negli ultimi decenni, a dare vita ad un nuova, moderna, filosofia rivoluzionaria? Chi ha aperto una strada razionalmente percorribile?

Di questa assenza e di questo vuoto hanno approfittato movimenti tipicamente populisti, come quelli di Grillo e di Salvini, abili catalizzatori del malcontento popolare. Ai ragionamenti logici a argomentati di una filosofia politica, hanno contrapposto l’abile uso dei social network da cui veicolare messaggi ad alto potenziale demagogico, ma privi di alcuna sostanza rivoluzionaria.

Scrutando con più attenzione nello sclerotizzato panorama culturale e filosofico italiano, si può tuttavia riconoscere un’originale nota di dissidenza provenire dal giovane filosofo Diego Fusaro, che alla teologia neoliberale ed al rassegnato fatalismo che ne consegue, ha dichiarato di opporre l’antidoto di uno spirito dissidente perennemente in rivolta (Pensiero in rivolta, 2014).

La filosofia di Fusaro, se in apparenza può sembrare un’ anacronistica riesumazione del marxismo classico, in realtà si innesta nel solco dell’idealismo. Il Marx di Fusaro è sorprendentemente affine a quello che emerge dalla rilettura in chiave idealistica attuata da Gentile. Quest’ultimo aveva infatti pubblicato un saggio (La filosofia di Marx, 1899), nel quale ravvisava in Marx un filosofo idealista che aveva avuto l’intuizione di affermare la prassi quale attività creatrice del processo storico.

Sulla scorta dell’interpretazione gentiliana di Marx, Fusaro ha brillantemente posto in correlazione tra loro Fichte, Marx e Gentile (Idealismo e prassi, 2013), ed il loro comune richiamo ad una prassi trasformatrice contro la logica postmoderna del capitalismo globalizzato.

E se Gentile definiva il materialismo di Marx come «uno dei più sciagurati deviamenti dell’hegelismo», Fusaro non è da meno nel sostenere che Marx fraintende se stesso quando si definisce materialista, dato che nella sua filosofia, spiccatamente idealistica, non v’è traccia di richiami alla “materia”.

La speculazione di Fusaro rappresenta una rinascita dell’idealismo, un’ attualizzazione dell’attualismo di Gentile, e potrebbe costituire un buon punto di partenza rivoluzionario. Dico potrebbe, perché occorrerebbe valutare quali siano concretamente le prospettive e le implicazioni politiche dell’idealismo fusariano. Fusaro sarebbe disposto ad accettare le implicazioni politiche dello Stato Etico gentiliano? Sarebbe disposto, cioè, a riconoscere che allo Stato spetti l’educazione delle coscienze in vista dell’unità morale e della cancellazione di ogni conflitto politico o di classe?

Sarebbe decisamente impossibile conciliare uno Stato Etico con lo Stato atomistico e partitocratico delle democrazie occidentali. O la libertà fuori dallo Stato (e quindi contro lo Stato, come avviene oggi grazie al “libero mercato”), o libertà nello Stato (come ha preconizzato l’idealismo attualistico). Tertium non datur.

Altrettanto ambiguo si dimostra Fusaro quando scrive: «se leggete Marx e Gramsci, trovate che la priorità è la lotta per il salario e per i diritti sociali, contro le assurde leggi del libero mercato (…) Io sto con Marx e con Gramsci». Qui il filosofo sembra ricadere nell’errore, tipico delle filosofie materialistiche, di vedere la soluzione di ogni problematica politica nell’esclusivo raggiungimento dei tanto agognati “diritti”. Errore grave, oserei dire letale.

Per secoli il socialismo ha persisito nella lotta per l’ottenimento dei “diritti sociali”, al pari del liberalismo, che ha posto l’accento sui “diritti civili” e individuali. Entrambe le filosofie, speculari tra loro, non si accorsero del terribile errore in cui sono precipitate: quello di ridurre l’Uomo ad homo oeconomicus, animale perennemente affamato di diritti, dedito al soddisfacimento dei propri interessi materiali. Per tali ragioni, non bisogna stare con Marx e con Gramsci, ma con Gentile e Mazzini. E non si capisce bene il perché un giovane filosofo italiano debba ricercare i suoi profeti tra i pensatori d’Oltralpe, quando la nostra storia nazionale presenta fulgidi esempi e gloriose tradizioni.

Il fondatore della “Giovine Italia”, che non a caso era odiato a morte dal filosofo di Treviri, aveva ben capito che la lotta non deve essere condotta soltanto per il raggiungimento di determinati diritti, ma per l’attuazione dei più alti doveri. Mazzini rigettava il materialismo marxista, ed affermava la centralità dell’educazione religiosa e politica del popolo, per spingerlo all’unità e per l’attuazione del bene comune. Dal momento che Dio ha assegnato agli uomini e alle nazioni una missione storica da compiere nel mondo, bisogna «mettere al centro della propria vita il dovere senza speranza di premio, senza calcoli di utilità».

Quando Fusaro attacca le logiche del sistema, l’incombente minaccia del capitalismo assoluto, le storture del neoliberismo, l’economicizzazione integrale della vita, la distruzione delle sovranità nazionali etc. – per tutto ciò, insomma che concerne la “pars destruens” – non vi è nulla da eccepire. Laddove, invece, continua ad adoperare una semantica marxista, assolutizzando il raggiungimento dei diritti sociali ed esprimendosi in favore di un non ben specificato conflitto classista (pars construens), lì v’è il grave rischio di incorrere nell’equivoco.

Se il capitalismo assoluto ha spostato il conflitto da un piano sociale ad un piano individuale (conflitti orizzontali: bianco contro nero, musulmano contro infedele, omosessuale contro etero, femminista contro maschilista etc.), Fusaro parla invece di verticalizzare nuovamente il conflitto, tra la classe degli sfruttati (che, di fatto, non corrisponde a nessuna specifica classe sociale) e il sistema dominante. Ma una rivoluzione non può e non deve ridursi ad uno scontro per il raggiungimento del benessere economico e di un migliore “welfare state”.

L’unico vero e autentico conflitto che può e deve essere combattuto, è quello tra la “civiltà dello spirito” e la “civiltà del profitto”. La prima è la civiltà fondata non sui diritti, ma sui doveri, su una concezione spirituale dell’esistenza, sulla coesione e l’unità morale, sulla fede nei destini dell’Italia nel mondo. La seconda è invece la civiltà dei consumi di massa, dell’individualismo, dell’egoismo edonistico, dei “diritti” (sociali o individuali), dei conflitti politici, della ricerca del benessere materiale e della distruzione delle identità e delle sovranità nazionali.

Ecco perché alla materialistica lotta di classe bisognerà sostituire la lotta di civiltà, per la liberazione del popolo italiano e del mondo da un sistema assurdo e criminale che ha degradato gli uomini a bestie senza cervello, interessate soltanto a ricavare profitti. Ma l’uomo non è un animale, la vita non si riduce al soddisfacimento dei bisogni materiali, ma a scopi più grandi che ci trascendono e ci guidano. Di qui l’impellente necessità di una filosofia rivoluzionaria, che possa preparare il terreno per un nuovo, glorioso, Risorgimento Italiano.

(di Antonio Messina)