Il disumano business dell’utero in affitto

Non chiamatelo utero in affitto, maledetti bigotti! Già, che brutto modo di dirlo. Fortunatamente, però, oggi la pratica dell’acquisto di un bambino partorito da terzi può essere definita in modi molto più attraenti.

Surrogazione di maternità (“surrogacy” per i più moderni e internazionalisti), gestazione per altri (GPA, per coloro che preferiscono usare un acronimo che fa sempre molto “scientifico”) fino all’ultimo ritrovato della “gestazione d’appoggio”.

Trattasi, brevemente, del classico schema politicamente corretto di distorcere la realtà tramite neologismi fantasiosi, al limite del delirante, un po’ come fu per la metamorfosi tra “immigrato clandestino” e “richiedente asilo”.

In soldoni: un po’ tutti sono portati ad essere ostili verso la clandestinità, molti meno sono quelli che oserebbero macchiarsi della colpa di negare una “richiesta di”. Instillare il senso di colpa è come sempre la parola d’ordine. Meglio adeguarsi, piuttosto che sembrare razzista. Meglio tacere, pur di non risultare bigotti. Meglio negare una verità, invece di esprimere le proprie idee.

Allo stesso modo, infatti, è un istinto naturale quello di restare disorientati dalla pratica di negare il primo contatto fra un neonato e la donna che lo ha tenuto in grembo nove mesi, ma lo è molto meno dichiararsi contrari alla “gestazione d’appoggio”, dipinta come la soluzione per le coppie infertili (poco importa se lo siano a causa della terribile, omofoba e fascista, legge di natura). Posso, quindi voglio.

È davvero singolare che questa nuova prospettiva della riproduzione venga difesa e propagata soprattutto da quella sinistra che un tempo si ergeva a paladina dei diritti dei più deboli, mentre oggi si trincera dietro argomentazioni inconsistenti come il sempreverde “ho la libertà di decidere cosa fare con il mio corpo”. Fingendo, ovviamente, di non sapere che il corrispettivo economico per raggiungere l’agognato obiettivo è commisurato alle necessità economiche delle donne che sottostanno a questa agghiacciante regola di mercato.

Sta tutta qui, evidentemente, la differenza fra le via via crescenti richieste economiche di India (dove sfruttare sovrappopolamento e povertà è cosa buona e giusta), Ucraina, Russia (in questo caso faro di civiltà nonostante la presenza del terribile nemico Putin), la sempre più povera Grecia (con buona pace delle politiche di austerità, che in questo caso fanno comodo) e gli Stati Uniti, un santuario per i più abbienti che potranno qui scegliere, oltre alla donatrice d’ovulo e l’incubatrice umana che più gli aggrada, anche il sesso del nascituro ed elementi più secondari come colore degli occhi, della pelle e dei capelli.

Anche in questo caso, il protocollo di colpevolizzazione prevede prima di minimizzare e poi di demolire un fatto abbastanza rilevante, ovvero che si tratti di pratiche vietate in Italia.  I “Paesi civili”, improvvisamente, diventano tutti quelli in cui questa cosa è permessa, in un cortocircuito pazzesco che riabiliterebbe la Russia per affossare Francia, Germania, Spagna o Norvegia (che la vietano).

Sul punto i sostenitori dell’abominio sono parecchio combattivi. In nome del liberismo più spinto dimenticano, volontariamente, la presenza di un terzo, il bambino, nel contratto di compravendita. Essere umano presente, che non può fornire la sua opinione, ma pur sempre titolare di diritti.

Tutto questo, però, sembra non contare nulla, tornando alle considerazioni espresse all’inizio dell’articolo. Queste persone si crogiolano nella loro oscena ipocrisia con riferimento al termine “utero in affitto”, che contrastano nel vano tentativo di applicarvi orpelli retorici di solidarismo.

Bene, benpensanti moderni, ecco la sfida: cercate queste parole su Google e realizzate finalmente chi le utilizza per primo, a sostegno dei propri sporchi fini commerciali. Siti registrati proprio con questa denominazione, in cui troverete pacchetti “bimbo sicuro”, “pacchetti Economy” o “Vip”, pagine intere in cui si spiega come evitare che il bambino si attacchi all’essere sprovvisto di cromosoma Y che lo ha tenuto in grembo, spiegazioni dettagliate delle clausole contrattuali che tutelano da rivalse da parte della madre-forno (non sia mai che sviluppi qualche forma di affetto verso quel nuovo umano che si forma dentro di lei).

A tal proposito, è illuminante il sito della BioTex, agenzia ucraina, che non potendo negare scientificamente l’importanza del legame post-parto fra madre e neonato, spiega come tutto ciò sia in qualche modo evitabile. Cito: «Un punto molto importante nel programma della maternità surrogata in Ucraina prevede che, dopo la nascita, la madre surrogata non entri in contatto con il neonato. Così facendo, il bambino non può abituarsi a lei, all’odore della sua pelle e alla sua voce. È inoltre vietato l’allattamento al seno di qualsiasi tipo. Subito dopo la nascita, il bambino surrogato cade tra le braccia dei propri genitori, anche se non quelli che sono stati con lui per nove mesi, ma coloro che hanno aspettato con ansia la sua nascita e che già lo amano immensamente».

Sconvolti? Questo è il meno. Infatti, sempre dal sito BioTex: «Naturalmente, non si può nascondere il fatto che il bambino stia vivendo un certo tipo di stress. Dopotutto, per nove mesi lui ha sentito la voce di una madre, e una volta nato, non la sente più. Al contrario, sente delle voci a lui totalmente estranee e persino parlanti una lingua diversa. Come sappiamo, la fonetica di lingue diverse è alquanto differente, pertanto il bambino può avvertire questa sostituzione».

Insomma, anche gli autori materiali di questo crimine (in qualche posto) legalizzato, riconoscono come “madre”, quella effettivamente incinta, ma non si fanno nessun problema a negarlo successivamente.

Voi quindi venite dire a noi, che ci opponiamo a questo delirio, di non utilizzare questa terminologia, sponsorizzata invece largamente da chi realizza i vostri sogni eugenetici? Lamentatevi e piangete pure per tutto il tempo che vorrete in nome di questo “mondo colorato” in cui le persone si comprano con pacchetti da 30.000 euro, in cui si sfogliano MADRI allo stesso modo in cui si sfoglia il catalogo degli elettrodomestici Rex.

Vi va bene che in una madre indiana possa essere impiantato un ovulo svedese, dal quale nascerà un bambino biondo e con gli occhi azzurri, che verrà poi consegnato ad una coppia statunitense? Vi va bene che ad un bimbo venga negato a priori, per contratto e per sempre, il diritto a conoscere i suoi veri genitori biologici? Vi va bene che la moneta arrivi al punto di poter comprare le vite, aumentando il divario fra chi non ha nulla e chi invece può?

No, avete ragione. Non chiamatelo “utero in affitto”. Compravendita di esseri umani è decisamente più corretto. A noi non va bene. A noi fa schifo.

(di Danny Dusatti)