Crisi del 2008: i retroscena, dagli errori di Clinton al collasso finale

All’indomani della crisi del ’29, causata in parte dalla speculazione finanziaria molto diffusa in quegli anni, il Congresso degli Stati Uniti d’America rispose con il Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori), sostenuto anche dall’allora presidente Roosevelt. La novità più rilevante introdotta da questa legge fu la netta separazione tra le banche commerciali, che operavano tradizionalmente nell’ambito del deposito e del prestito, e le banche di investimento, invece attive nel mercato finanziario.

La ratio di questo provvedimento stava nella volontà di evitare che gli effetti di un possibile fallimento della banca avessero ripercussioni anche sull’economia reale: ad esempio con la volatilizzazione dei risparmi e crisi di liquidità. Le garanzie ottenute grazie al Glass-Stegall Act iniziarono ad essere messe in discussione a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando le politiche di Reagan, da una parte, e della Thatcher, dall’altra, aprirono la strada alla deregulation.

Ma il vero cambiamento ci fu alla fine del millennio sotto l’amministrazione Clinton. Il primo strumento per la soppressione del Glass-Steagall Act fu il Financial Services Modernization Act, voluto dall’allora ministro del Tesoro Lawrence Summers, che sarebbe stato poi un personaggio di spicco anche nella futura amministrazione Obama. Questa prima legge rendeva nuovamente possibile alle banche commerciali di operare allo stesso tempo come banche di investimento.
Il colpo di grazia venne dato nel dicembre del 2000 con il Commodity Futures Modernization Act, anch’esso firmato dal Presidente Clinton e che ha spalancato le porte alla moltiplicazione smisurata dei derivati.

Questa deregolamentazione del mercato finanziario incentivò le banche ad espandere la pratica del mutuo subprime, ossia un mutuo concesso a persone il cui reddito è molto basso o addirittura incerto, un’operazione a dir poco rischiosa. La liberalizzazione del mercato finanziario venne qui in aiuto delle banche, che poterono ricorrere ad un nuovo strumento: la cartolarizzazione. Con essa si creavano pacchetti di titoli, il cui esempio più pericoloso è costituito dal CDO (di cui si parlerà in seguito), in cui erano inseriti gli stessi mutui per poi rivenderli.

Questo trasferimento del rischio era reso possibile mediante la creazione di Società Veicolo, che acquistavano i mutui cartolarizzati per poi redistribuirli ad altri investitori, consentendo così alle banche di incrementare notevolmente i prestiti e così i profitti. In aggiunta a questo, la costante crescita del valore delle abitazioni permetteva di coprire il rischio di insolvenza del debitore: l’immobile eventualmente divenuto di proprietà della banca veniva poi rivenduto ad un prezzo maggiore. L’idillio venne bruscamente interrotto nel 2004, quando i tassi d’interesse crebbero in conseguenza delle politiche della Federal Reserve, rendendo per i mutuatari sempre più difficile il pagamento dei propri debiti. Poco tempo dopo, nel 2006, la crescita dei prezzi delle abitazioni si fermò per iniziare a scendere nel 2007. Con i mutuatari incapaci di pagare le rate e con la riduzione dei prezzi delle case, il flusso di denaro alla base del sistema di cartolarizzazione si bloccò, innescando dunque un meccanismo a catena per cui le perdite non si limitarono a coinvolgere solo le banche ma anche tutte quelle istituzioni finanziarie che avevano acquistato i subprime e quegli investitori a cui erano stati a loro volta rivenduti.

Per capire come questa pratica si diffuse a livello globale, andiamo ora a vedere i già citati CDO e cosa sono realmente. Come accennato i CDO (Collateralized Debt Obbligation) sono un pacchetto di titoli costituiti da centinaia di altri pacchetti di titoli minori, accorpati per essere venduti a grossi investitori. Ma perché sono considerati così rischiosi e che ruolo hanno avuto nella crisi del 2008? Cerchiamo di semplificare. All’interno dei CDO veniva inserita una maggioranza di pacchetti con alto rating e una minoranza con rating più basso, il che ne rendeva appetibile l’acquisto, in quanto garantiva anche un alto rendimento.

Da queste CDO si andarono a creare ulteriori CDO (come i CDO al quadrato o i CDO sintetici) e il loro numero crebbe a dismisura, divenendo incontrollabile, ed andando a confondere ulteriormente il lavoro delle agenzie di rating, chiamate a valutare l’affidabilità di un titolo. Si arrivò addirittura a valutare con la AAA (classe di rating che indica l’elevata capacità di ripagare il debito e ne determina quindi l’attendibilità) dei CDO con al loro interno una maggioranza di titoli ad alto rischio. Nel 2007 si era perso completamente il valore reale dei CDO.

A ciò si aggiunse l’uso improprio dei CDS (Credit Default Swaps). Si tratta di un contratto che vincola un soggetto finanziario che chiameremo B a versare una determinata somma ad A, nel caso in cui un terzo soggetto C non rimborsi ad A in tutto o in parte il credito da questi ricevuto: insomma una sorta di assicurazione per difendersi dall’eventuale insolvenza del debitore. Mano a mano che i CDO si rivelavano spazzatura, le assicurazioni che avevano emesso i CDS si trovarono a rischio fallimento. Il valore dei CDS arrivò a superare i 50 trilioni di dollari, segno che le cose erano ampiamente sfuggite di mano.

Tra il settembre e l’ottobre del 2008 il sistema finanziario rischiò di andare in frantumi e venne salvato solo dal pesante intervento pubblico. Nonostante ciò molte banche e compagnie assicurative fallirono, coinvolgendo spesso piccoli investitori e risparmiatori. Ben presto gli effetti coinvolsero anche il mercato reale, poiché si era venuta a creare una crisi di liquidità senza precedenti, che tolse linfa vitale ad imprese e privati.
Così, a causa della deregulation che toccò il suo apice negli anni Novanta sotto l’amministrazione Clinton, si giunse alla necessità di un intervento statale che solo poté contenere i devastanti effetti dell’abuso degli strumenti finanziari.

(di Marco Montanari e Lorenzo Tubani)