Addio a Chuck Berry, storia del rock

Il Rock ‘n Roll, nella storia, ha avuto 2 grandi amori: quello anticonformista, spregiudicato e violento del “Killer”, Jerry Lee Lewis, e quello più metodico di Chuck Berry che permise a gente come i Rolling Stones, di fatto, di nascere e a Jimi Hendrix di cominciare a teorizzare la sua filosofia musicale, la chitarra quale elemento protagonista all’interno di un gruppo e non più di solo accompagnamento.

Mai prima del 1955, anno del suo debutto, nel quale si cominciavano a respirare le essenze del Blues urbano dei vari Howlin’ Wolf e Elmore James, si erano sentiti quei riff secchi, eccitanti e un po’ Twang che lo faranno entrare di diritto, come primo artista in assoluto, nella “Rock ‘n Roll Hall Of Fame” nel 1986. Forse solo da T- Bone Walker, noto ai più per la sua versione di Stormy Monday, ma questa è un’altra storia.

Muddy Waters è, per Chuck, la rampa di lancio; è infatti grazie al padre assoluto del blues di Chicago e ai suoi contatti con Leonard Chess, produttore discografico di origini polacche alla cui corte vi sono presenti anche un certo Bo Diddley e Jimmy Reed, che Berry poté entrare nei Chess Brothers e registrare “Maybellene”, adattamento di “Ida Red” di Bob Willis contenuta nell’album di esordio “After School Session”, nel quale si avvalse della collaborazione di musicisti di spessore quali Willie Dixon e Jimmy Rodgers e che vendette circa 1 milione di copie raggiungendo il primo posto della classifica Billiboard R&B.

Le venature blueseggianti e i fraseggi leggermente rozzi all’interno del brano costituiranno successivamente le sonorità dalle quali sarebbe poi nata la sperimentazione del rock verso altri sottogeneri. Le tematiche trattate da Chuck Berry nei testi sembrano non rispecchiare affatto le sue esperienze avute in adolescenza; la sofferenza di un ragazzo ribelle che faceva dentro e fuori dalle patrie galere viene soppiantata da tematiche allegre quali la passione per le auto sportive e le belle donne. Lui stesso, in quegli anni, dirà che il suo obiettivo è quello di essere la voce di coloro impossibilitati ad esprimere le proprie emozioni a causa della segregazione.

Ma, come in ogni regola che si rispetti, vi è sempre l’eccezione: “Johnny B. Goode”, registrata nel 1958 e lato A del 45 giri insieme a Around & Around, nella sua apologia del sogno americano visto attraverso gli occhi di quel ragazzino che “sapeva suonare la chitarra come un campanello” rappresenta probabilmente la prima opera autobiografica del Crazy Legs; la tenacia e il duro lavoro, così come il sacrificio, che lo hanno portato al successo planetario.

Ispirata da Johnnie Johnson e con un riff che, insieme a quello di “Smoke On The Water” dei Deep Purple, è probabilmente il più famoso e il più suonato al mondo dai chitarristi in erba, “Johnny B. Goode” è un autentico feticcio della cultura popolare; suonata, in “Ritorno al Futuro“, da Marty McFly con la Gibson ES-335 (il grande amore di Chuck Berry) e utilizzata persino da John Kerry come colonna sonora della campagna elettorale dei Democratici durante le elezioni presidenziali del 2004.

Oggi, insieme ad un altro suo grande successo, quella “You Never Can Tell” che ci riporta alle atmosfere tarantiniane del ballo tra Uma Thurman e John Travolta al Jack Rabbit’s Slim in “Pulp Fiction”, è la nostra compagnia che addolcisce la sua dipartita e ci permette di vedere, ancora, le sue gesta funamboliche sul palco.

(di Davide Pellegrino)