Gigi Meroni: storia di una farfalla ribelle

“Muore giovane chi è caro agli Dei” (Menandro)

In fondo Gigi Meroni, in maglia granata dal 1964 al 1967, è idealmente un giocatore di quel Grande Torino che si schiantò sulla collina di Superga il 4 maggio del 1949, direbbe un qualsiasi tifoso torinista. È un’appendice poetica e tragica che va ad aggiungersi a quel poema epico di un club esauritosi con l’epilogo più devastante e inaspettato. È il tremendismo granata che si fonde con l’inafferrabilità e l’indecifrabilità di un uomo, sia in campo da giocatore con i calzettoni perennemente abbassati, che fuori, dove Meroni diventa sfuggente e refrattario a ogni categorizzazione perbenista dell’epoca. È l’artista che sovente si rifugia nella pittura, la domenica sera dopo la partita, per esprimere la sua parte introspettiva che un campo di calcio non gli permetteva di sprigionare.

È l’autarchico che si disegna i vestiti, il folle che gira con una gallina al guinzaglio, l’istrionico che finge di essere un giornalista e chiede alla gente: “Lei conosce Gigi Meroni?”, il guascone con scarpe dai tacchi altissimi alla guida di una Balilla, ma è anche il timido che arrossisce davanti a una telecamera per rispondere alle incessanti domande sui suoi capelli lunghi. È l’ala destra che ama la libertà di stare a briglie sciolte in campo, come una farfalla, e mal digerisce i ruoli centrali. È l’uomo che si innamora follemente e alla sua maniera, ovvero andando controcorrente rispetto ai canoni dell’epoca, di una donna che lo protegge fino al giorno in cui un infame destino se lo porta via per sempre.

“Ma lei lo conosce Meroni?”
“No, personalmente no” (Gigi Meroni intervista un passante)

Luigi Meroni, detto Gigi, nasce a Como, il 24 febbraio del 1943. All’età di due anni perde il padre e la madre Rosa, di professione tessitrice, deve arrabattarsi come può per allevare i suoi tre figli (Celestino, Gigi e Maria). I primi calci al pallone comincia a darli in un piccolo cortile di 60 metri quadrati insieme ai suoi coetanei, poi gioca nell’Oratorio di San Bartolomeo a Como. Gigi inizia a lavorare come disegnatore di cravatte e foulard di seta, ma i guadagni scarseggiano. Per Meroni potrebbero aprirsi subito le porte del professionismo nel calcio, ma il prestigio e l’interesse di un club come l’Inter non scalfiscono più di tanto sua madre che si oppone al trasferimento perché non voleva che il figlio andasse a Milano per allenarsi, durante la settimana. Questione di pochi mesi perché poco dopo mamma Rosa accetta l’offerta del Genoa che lo preleva dal Como. In una città di mare e di cantautori Meroni si trova a suo agio. Genova gli porta in dono Cristina, la donna che diventerà la sua compagna.

“Che mestiere ha fatto prima di diventare calciatore?”
“Il disegnatore di foulard per donne, ma guadagnavo pochissimo” (intervista tratta da “Un Beatle Italiano”, di Emilio Fede)

L’incontro con la polacca Cristiana Uderstadt, giovane giostraia di un tiro a segno, è il classico colpo di fulmine che cambia la vita di una persona. Però l’ostacolo da superare per Meroni non è un giocatore avversario, ma un aiuto regista che gli ruba Cristiana, “promessa sposa” contro la sua volontà. Gigi, nonostante le rassicurazioni di lei che gli dice “Mi sposo, ma amo solo te” si reca a Roma per assistere al matrimonio di Cristiana e per sperare in cuor suo che alla domanda fatidica sull’altare lei risponda “no”. Cristiana, invece, accetta di sposarsi, ma poche settimane dopo è già una donna separata. Gigi e Cristiana decidono di andare a convivere sfidando apertamente le malelingue dell’opinione pubblica e le convenzioni morali e religiose dell’epoca. Cristiana era rifugio sicuro e fonte di ispirazione per Gigi. Ogni giorno, al ritorno dagli allenamenti, passava dal fioraio e le portava dei fiori. Cristiana chiede l’annullamento del suo matrimonio che arriverà solo qualche anno dopo, poco prima della morte di Meroni.

“Cosa preferirebbe tra un gita al mare, una gita in montagna e una passeggiata in bici?”
“Preferirei restare a casa a dormire …”

All’ombra della Lanterna Meroni trascina la squadra rossoblu allenata da Beniamino Santos all’ottavo posto in classifica e alla conquista per la seconda volta della Coppa delle Alpi. Il suo biennio genovese termina nell’estate del 1964, quando viene ceduto al Torino di Nereo Rocco per 300 milioni di lire (cifra record per un giocatore di soli ventuno anni) nonostante le rabbiose proteste della tifoseria ligure. Nella Torino granata ancora ferita a morte dalla tragedia che 15 anni prima spazzò via in un colpo solo la squadra più forte di tutti i tempi, Gigi Meroni irrompe con la sua capigliatura e l’indole anarcoide prendendosi tutta la scena. Viene soprannominato affettuosamente “Calimero” dai tifosi torinisti e insieme al franco-argentino Nestor Combin forma una coppia di attacco che infiamma le folle. Nel 1967 l’avvocato Agnelli prova a portarlo alla Juventus offrendo 750 milioni di lire, la cifra più alta mai offerta fino ad allora per un calciatore. Ma i tifosi del Torino insorgono scendendo in piazza e i dirigenti del club rivale, saggiamente, decidono di non accendere una pericolosa miccia in città.

“Lei deve avere un disegnatore speciale per i suoi vestiti”
“Sì, sono io il disegnatore speciale… li disegno e li porto dal sarto (tratta da “Un Beatle italiano”, intervista di Emilio Fede)

A 23 anni viene convocato per la prima volta nella Nazionale Maggiore allenata da Edmondo Fabbri. Il rapporto con il tecnico romagnolo è sin da subito tutt’altro idilliaco. “Se ti tagli i capelli la maglia numero 7 è tua” , gli dice Fabbri. A 19 anni, in occasione di una convocazione nella Nazionle B, Meroni cedette all’invito che lui reputava seccante di tagliarsi la chioma da Paul McCartney, ma a 23 anni rifiuta motivando con frasi eloquenti la sua scelta: “Quella richiesta è stata un attentato alla mia vita privata. Credo di assolvere fino in fondo i miei obblighi verso lo sport, perché dovrei rinunciare a quel poco di vita privata che mi resta? Non è una questione di capelli o di gusti musicali, è una questione di libertà”.

A prendere le sue difese è prima il cantautore Luigi Tenco a Genova e poi un uomo d’altri tempi come Nereo Rocco, che lo assolve sempre rispondendo con le sue tipiche battute bonarie: “Lui è come Sansone, probabilmente se gli tagliamo i capelli rischiamo che non riesca più a giocare bene…”. La sorella, Maria Meroni, ricorda in un’intervista che a casa arrivavano i vaglia con i soldi per invitare Gigi ad andare a tagliarsi i capelli. Non va certamente meglio quando il Torino gioca in trasferta: Moschino, suo compagno di squadra, racconta che prima dell’inizio delle partite il rito d’obbligo era recarsi sotto la curva avversaria per raccogliere le monetine che i tifosi tiravano. Soldi che sarebbero serviti per… l’aperitivo del dopo partita.

Meroni e Fabbri, nel frattempo, riescono in qualche modo a trovare un punto di incontro almeno da un punto di vista meramente professionale. I Mondiali in Inghilterra si avvicinano e Gigi mette a segno la prima rete in maglia azzurra a Bologna il 14 giugno 1966, marcando il sesto gol di Italia-Bulgaria 6-1, partita amichevole di preparazione alla competizione più importante. Segna un gol anche nell’altra amichevole Italia-Argentina 3-0, disputata a Torino otto giorni dopo. In Nazionale, però, resta un jolly da utilizzare raramente in un gruppo formato prevalentemente dal blocco milanista e interista (Domenghini, Mazzola, Facchetti…). Ai Mondiali gioca solo contro l’URSS e non partecipa attivamente alla disfatta epocale dell’Italia contro la Corea del Nord. Al rientro in Italia i tifosi contestano duramente Fabbri, ma anche e inspiegabilmente Meroni che lontano dall’ambiente granata è sempre più odiato.

“Lei è di un’altra generazione e, forse, non può capirmi; io faccio così non per esibizionismo, ma perché sono così; perché anelo alla libertà assoluta e questi capelli, questa barba sono uno dei segni di libertà. Può darsi che un giorno cambierò quando la mia libertà sarà un’altra”.

Nel campionato 1966-67 le abilità calcistiche di Meroni crescono con il numero gol. In quella stagione Rocco va ad allenare il Milan e a Torino arriva Fabbri, un antipatico scherzo del destino per Meroni. I due, tuttavia, cercano intelligentemente di avere un semplice rapporto tra professionisti. Segna la sua rete più bella contro l’Inter interrompendo l’imbattibilità casalinga della fortissima compagine di Helenio Herrera. Il tiro a giro dalla traiettoria beffarda, con il pallone che si insacca all’incrocio opposto, incanta tutti.

“Dopo la mia carriera di calciatore mi piacerebbe diventare giornalista così per una volta potrei essere io a scrivere degli altri e non viceversa”.

15 ottobre 1967. È sera, Meroni e il suo amico e compagno di squadra Fabrizio Poletti abbandonano l’usuale ritiro post-partita. Gigi non ha con sé le chiavi di casa e per avvertire Cristiana l’unico modo è farle una telefonata dal bar che frequenta spesso. I due attraversano un trafficatissimo Corso Re Umberto. Avventatamente e fermandosi proprio al centro della strada, in attesa del momento buono per percorrere l’altra metà. Dalla loro destra un’automobile sopraggiunge pericolosamente, Meroni e Poletti fanno un passo indietro e vengono investiti da una Fiat 124 Coupé proveniente dalla direzione opposta. Poletti viene colpito di striscio, mentre Meroni, investito alla gamba sinistra, viene sbalzato in aria dall’impatto e cade nell’altra corsia dove una Lancia Appia lo prende in pieno e trascina il suo corpo per 50 metri. L’ambulanza tarda ad arrivare per l’intenso traffico del dopo partita e un passante decide autonomamente di trasportare Meroni all’ospedale Mauriziano. Gigi Meroni muore alle 22,40 con il corpo martoriato dalle escoriazioni, le gambe e il bacino fratturato e un grave trauma cranico.

L’ultimo capitolo dell’intreccio beffardo e tragico tra la storia di Gigi Meroni e un club come il Torino somiglia più a una trama di una sceneggiatura. Alla guida della Fiat 124 Coupé c’è Attilio Romero, un diciannovenne neopatentato della buona borghesia torinese che abita proprio in Corso Re Umberto, a soli 13 numeri civici di distanza dalla nuova abitazione di Meroni. La Polizia lo interroga fino a tarda notte, poi lo rilascia. Attilio Romero nel giugno 2000 diventa presidente del Torino.

La morte di Gigi Meroni lascia sbigottita un’intera città. Sul feretro Nestor Combin, suo compagno di reparto in attacco, resta intontito per molti secondi prima di accarezzargli il volto tumefatto. Al funerale partecipa una folla di 20.000 persone. Tutti si stringono intorno alla famiglia di Meroni e al Torino, dal carcere “Le Nuove” alcuni detenuti fanno una colletta per mandare fiori. Per la stampa, adesso, è il momento del cordoglio e della commozione, è finito il tempo dei rimbrotti al giocatore che non voleva tagliarsi barba e capelli. La Diocesi di Torino si oppone, però, al funerale religioso di un “peccatore pubblico” che conviveva con una donna sposata e critica aspramente don Francesco Ferraudo, cappellano del Torino calcio. Il parroco, bastian contrario come Meroni, decide di celebrarlo comunque.

La domenica seguente il Torino affronta la Juventus in un derby dal sapore tristissimo per i colori granata. I bianconeri sono favoriti, ma il Toro, tramuta la tristezza in rabbia e vince 4-0, trascinato dalla furia di Nestor Combin che segna 3 gol. Lo aveva promesso sulla bara di Meroni. La quarta rete la segna Carelli che quel giorno indossa proprio la maglia numero 7 di Meroni. Il ricordo di Gigi Meroni è ancora molto vivo negli ambienti del Torino: a distanza di quasi 50 anni tifosi e appassionati granata portano ancora fiori sul luogo dell’incidente. Il Meroni artista: persino pittori come Renato Guttuso e Vincenzo Calli hanno elogiato i suoi lavori. La sua prima mostra di quadri è stata inaugurata nel 2005.

(di Antonio D’Avanzo)