Armi chimiche: storia di una menzogna

«Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente da parte di Saddam Hussein», pertanto «abbiamo concluso che il Regno Unito decise di unirsi all’invasione dell’Iraq prima di provare le alternative pacifiche per ottenere il disarmo del Paese. L’azione militare non era inevitabile all’epoca». Questo è il risultato, divulgato nel luglio 2016, di sette anni di lavoro svolto dalla commissione d’inchiesta Chilcot che fa luce sulle responsabilità dell’ex Primo Ministro laburista Tony Blair e sull’intervento del Regno Unito in Iraq. L’appoggio britannico alla dottrina della guerra preventiva di George W. Bush e dei neocon americani fu importante per questa guerra che si è rivelata una vera e propria aggressione giustificata da motivazioni fondate su prove false.

Ricordiamo ancora tutti il discorso di Colin Powell del 5 febbraio 2003 al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quando il politico statunitense agitò la famosa fialetta contenente a suo dire antrace e disse: «Saddam ha armi chimiche. Le ha già usate in passato, e non si farà scrupoli ad usarle ancora». Gli Stati Uniti affermarono di avere “solide fonti” fornite dall’intelligence per sostenere ciò, e per mezzo di questa motivazione cercarono di far accettare l’uso della forza contro l’Iraq.

Le “solide fonti” erano corredate da: testimonianze, immagini satellitari e ricostruzioni computerizzate dei famosi laboratori mobili per la produzione delle famose armi di distruzione di massa. Solo USA, Regno Unito, Spagna e Bulgaria al Consiglio di Sicurezza erano decisi a votare a favore della risoluzione. Altri paesi, come la Russia o la Francia che aveva annunciato il veto, rimasero però scettici sull’intervento militare. In un discorso, accompagnato da Jacques Chirac, Vladimir Putin affermò testuali parole: «Insieme a Francia, Germania e alla stragrande maggioranza dei rappresentanti della comunità internazionale, noi crediamo che il problema iracheno possa e debba essere risolto per via diplomatica». La risoluzione non fu votata ma la mattina del 20 marzo 2003 la guerra irachena ebbe comunque inizio.

Nel famoso discorso, l’ex Segretario di Stato americano disse: «Abbiamo descrizioni di prima mano su fabbriche di armi biologiche su ruote. La fonte era un testimone oculare. Un ingegnere chimico iracheno, che ha supervisionato a una di queste strutture ed era presente durante i cicli di produzione dell’agente biologico. Egli è stato anche sul luogo in cui si è verificato un incidente nel 1998. Dodici tecnici sono morti».

Ma da dove sono arrivate queste testimonianze “certe” che descrivevano le armi biologiche di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein?

Da tal Rafid Ahmed Alwan al-Janabi, nome in codice “Curveball”, un ingegnere chimico iracheno laureatosi con scarsi risultati all’università di Baghdad nel 1994. In Iraq lavorò fino al 1999 quando lasciò il posto, presso la società televisiva Babel di proprietà di Uday Hussein, figlio maggiore dell’ex presidente Saddam Hussein. Qualche tempo dopo venne emesso un mandato di cattura dal governo iracheno nei suoi confronti per furto ai danni proprio dell’azienda Babel. Janabi, che allora aveva circa 31 anni, fuggì a Monaco di Baviera dove arrivò con un visto turistico. Entrato in Germania da ricercato nel suo paese d’origine fece domanda di asilo politico in quanto ritornando a casa avrebbe rischiato la prigione o peggio la vita. L’organizzazione di gestione dei rifugiati tedesca lo inviò a Zindorf nei pressi di Norimberga dove cominciò a raccontare ai tedeschi diverse cose.

Nel 2011 in un’intervista al Guardian durata 3 giorni, Janabi raccontò di essere stato ospite dei servizi segreti tedeschi in una modesta villetta di Monaco di Baviera dove il servizio informazioni federali BND aveva una ditta, la Thiele & Friederichs Marketing GbR, che usava come copertura. I tedeschi molto interessati ascoltarono le sue affermazioni e lo interrogarono dal dicembre 1999 al settembre 2001. La “gola profonda” irachena raccontò di aver lavorato dopo la laurea alle dipendenze del microbiologo Rihab Rashid Taha, meglio conosciuto come “Dr. Germ”, e di essere stato direttore di un sito a Djerf al Nadaf, a sudest di Baghdad, dove a suo dire si costruivano laboratori mobili per la produzione di armi biologiche. Incentivato dall’ottenimento dell’asilo politico nel 2000, continuò a dare molte informazioni sulla produzione di armi chimiche in Iraq.

Anche se gli americani non ebbero accesso diretto a “Curveball”, le informazioni raccolte dal BND vennero trasmesse alla Defense intelligence Agency (DIA) negli Stati Uniti. Le descrizioni non erano perciò di prima mano come disse nel suo discorso all’ONU Colin Powell, e nonostante – secondo alcuni – gli esperti in armamenti, i tecnici della CIA, il tedesco BND e il britannico MI6 avessero riscontrato grossi difetti e incongruenze nelle dichiarazioni, e nonostante fosse stata messa in dubbio l’autenticità di quanto dichiarato da “Curveball” nel giro di tre anni queste informazioni diventarono un pilastro di quel famoso discorso. In merito a questa storia, invece, Tyler Drumheller, ex capo della divisione europea della CIA, ha affermato al Los Angeles Times che «tutti nella catena di comando sapevano esattamente cosa stava succedendo».

“Curveball” nell’intervista al giornale britannico fece capire che molte di queste informazioni (se non quasi tutte) erano inventate, in particolare quelle sui suoi ruoli nella produzione di armi e sui camion per la produzione delle armi di distruzione di massa. Disse al giornalista del Guardian: «Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia», aggiungendo: «Quando penso che qualcuno viene ucciso, non solo in Iraq ma in qualunque guerra, sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità».

Questa ammissione, confermata dalla storia, dai fatti, nonché dalle inchieste, porta a ritenere la storia delle armi chimiche di Saddam una delle tante “fake news” inventate dall’impero americano per giustificare interventi militari atti a violare la sovranità di altri stati.

Fu così che, come ebbe a dire il Guardian, in un piccolo appartamento nella città tedesca di Erlangen seduto con la moglie a vedere la tv, il disoccupato iracheno “Curveball”, che non aveva mai visto un funzionario degli Stati Uniti, vide la sua storia di fantasia esposta da Colin Powell nell’atto di giustificare quella che poi diventò la guerra irachena, o meglio il pantano iracheno.

Daniel Ellsberg, l’uomo che ha divulgato nel 1971 i “pentagon papers” riguardanti le strategie e i rapporti del governo americano con il Vietnam tra il 1945 e il 1967, sostiene che se Wikileaks fosse esistito all’inizio del millennio la guerra in Iraq non avrebbe avuto luogo. Ho dei dubbi su questa sua opinione confermati da quello che poi è successo in Siria, perché bisogna sempre fare riferimento ai tempi di reperimento delle informazioni e alla penetrazione dell’informazione alternativa nell’opinione pubblica. Tuttavia è probabilmente vero che fatti come questi sarebbero venuti alla luce forse in tempi più brevi.

In questi giorni i media mainstream ci mostrano molto poco di quel che succede a Mosul rispetto a quello che ci mostravano di Aleppo, in quanto probabilmente questa volta con protagonisti diversi non c’è interesse nel descrivere una situazione identica. Tuttavia, per quel poco, ci vengono descritti gli orrori di ISIS nella capitale irachena del califfato anche per mezzo di immagini e video. A testimoniare la tragedia che avvolge quella zona di mondo qualche giorno fa abbiamo visto questa foto, dove si vede un uomo piangente scappare con la figlia in braccio dai territori controllati dai terroristi verso i soldati delle forze speciali irachene. La foto è stata scattata il 4 marzo 2017 per Reuters, ed è stata rilanciata dalla NBC su twitter con una notizia allegata che recitava: “ISIS avrebbe usato armi chimiche a Mosul, ferendo donne e bambini”.

Purtroppo non è la prima volta che lo stato islamico fa uso di armi chimiche dall’Iraq alla Siria (report giungono anche in queste ore). Quelle armi chimiche che poco tempo fa i media mainstream ci confermavano essere prodotte in prima persona dall’organizzazione terroristica, a dispetto di tutte le accuse lanciate dall’occidente e dagli stessi media contro Bashar al-Assad e a dispetto di chi affermava che nessuno a parte il Presidente della Repubblica Araba Siriana poteva averle usate in determinate occasioni. Affermavano questo mentre i due studiosi Richard Lloyd e Theodore Postol del Massachussetts Institute of Technology smentivano le accuse di Obama rivolte ad al-Assad sull’attacco con armi chimiche nel Ghouta del 21 agosto 2013 e mentre Ahmed Gaddafi Al-Dam, cugino del colonnello Mu’ammar, affermava che una certa quantità di armi chimiche era stata rubata dai miliziani dell’ISIS nei depositi libici e probabilmente aveva mosso verso altri lidi.

Dopo l’intervento americano giustificato dal pretesto delle armi di distruzione di massa di Saddam, fa pensare il fatto che 14 anni dopo si stia ancora a parlare di armi chimiche in Iraq. 14 anni di una guerra sanguinosa che ha portato centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati, la distruzione di uno stato e il depauperamento di trilioni di dollari americani che potevano essere sfruttati in ben altra maniera. Una guerra che ha trascinato nell’oscurantismo la regione mediorientale scoperchiando un vaso di pandora in cui si sono rinforzate le cellule terroristiche internazionali, già costituite anni addietro per il contenimento di quello che chiamavano il “pericolo comunista” sovietico. In un simile terreno ISIS ha trovato il modo di crescere sotto gli occhi dell’occidente come era già successo in altri luoghi. ISIS a cui, dopo lo scioglimento del partito Baath e dell’esercito iracheno, nel caos generale conseguente, gli ex gerarchi di Saddam come il “re di fiori” del famoso mazzo di carte dei ricercati, Izzat Ibrahim al Douri, hanno dato una mano a diventare quello che è oggi.

Proprio Hussein, uno a cui gli americani strizzavano l’occhio finché era utile, in occasione degli attacchi di 9/11 disse: «Gli Stati Uniti stanno raccogliendo le spine che i loro governanti hanno seminato nel mondo». Le spine in questa storia però non le stanno raccogliendo solo gli americani, ma anche le persone colpite dal terrorismo e i popoli di quell’angolo di mondo che prende il nome di Medio Oriente.

(di Roberto Casagrande)