Anti-italianismo, vero dogma semicolto di Stato

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dice all’Altare della Patria: “più uniti per salvare l’Europa”. Da Bruxelles ribattono: “più Italia per più Europa”. Il Tg5 definisce le parole di Mattarella “uno strumento per ribadire una cultura comune”. In un contesto nazionale completamente distrutto, in cui non si fa altro che ricordare da decenni, continuamente ed ossessivamente, differenze del tutto naturali tra un milanese e un napoletano, la semplficazione dell’unità paradossalmente si proietta a Nord e  viene espressa con tedeschi, fiamminghi e quant’altro. Vabbé.

In questo girotondo di dichiarazioni contraddittorie e incomprensibili, si svolge il 156esimo anniversario della bistrattatissima unità italiana. Certo è una buona notizia che tutti i canali tematici All News, così come i TG, non facciano altro che parlare di UE e pochissimo del 17 marzo, con la notizia da protocollo sparata lì, nel mucchio, impossibile da evitare come la storia stessa: e ogni tanto si sottolinea addirittura un maldestro tentativo di conciliarla con l’europeismo più becero.

Addirittura su Rainews, qualcuno parla, oggi 17, della Giornata delle vittime delle Mafie, in programma il 21. Per carità, iniziativa lodevole, ma l’impressione è proprio di essere andati a pescare il primo evento disponibile, pur di “distrarre” e sparare nel mucchio. Paolo Conti del Corriere della Sera riesce ad andare oltre: parlare della Shoah e della giornata della memoria perfino oggi. Facessero l’anno della memoria, dico io, e dichiarassero esplicitamente di cosa parlare o meno.

Un po’ di inibizione, e forse di timore di risvegliare chissà cosa in futuro, magari c’è. O forse no, ma non è quello il punto. Che è sulla “Giornata dell’Unità nazionale”, perché chiamarla festa è troppo brutto e forse anche troppo fascista, diciamo la verità.

Del resto lo stesso  presidente Mattarella ebbe il coraggio di sostenere all’inizio di quest’anno: “Il Fascismo ha indebolito il senso di coesione”. Detto dal massimo rappresentante di istituzioni che non rendono festivo né il 17 marzo o il 4 novembre ma il “dignitosissimo” 25 aprile, fa un certo effetto.

Istituzioni che hanno perfino timore di dare adito al benché minimo respiro di tipo patriottico, preoccupate come sono di non scomodare i loro padroni occidentali e oltreoceanici.

Istituzioni che capitalizzano quanto possono i numerosi strumenti utili alla distruzione ancora maggiore di questo già problematico Paese, spalleggiate da una stampa di massa complice e ben lieta di dare una mano. Una vera pedagogia della distruzione, che ha origine nella storia ma che si estrinseca nell’attualità.

I discorsi economici pro-Bruxelles sono i primi, da qualche decennio a questa parte, con cui l’anti-italianismo si fa vivo ed estende i suoi tentacoli, mortificando un popolo che già impiega poco per farlo da solo. Il “ce lo chiede l’Europa” ha fatto scuola per un buon decennio ed è stato scolpito anche nella pietra. Per fortuna, ha fallito miseramente con tutte le sciocchezze che derivavano da esso.

Il giornalista Massimo Giannini mercoledì sera al programma Matrix, su Canale 5, difendeva  l’Unione Europea così: “Non è l’Euro ad aver causato la situazione drammatica che viviamo oggi, ma la crisi immobiliare negli USA dal 2007. Noi dall’Euro abbiamo avuto soprattutto vantaggi, ma non li abbiamo saputi sfruttare”. Gli faceva eco l’inviato Mediaset in collegamento dall’Olanda, dove si stavano effettuando i primi conteggi posteriori al voto: “Io qui non vedo nulla di paragonabile a ciò che accade in Italia. In Olanda resiste anche il welfare e lo stato sociale. Perché gli olandesi possono lavorare nel regime della globalizzazione e noi no?”

Nessuna risposta degna di nota in studio, al massimo sbraiti da chi, come Paolo Becchi, è anti-europeista ma non riesce a partorire la più banale delle contestazioni: perché noi non siamo adatti a questo sistema economico. E non è una colpa.

Non lo esplicita nemmeno Fusaro, probabilmente la voce più dissenziente della serata, nonostante tenti una reazione alla magnifica pittura dell’Eden olandese, vero esempio da cui il barbaro e così poco liberista popolaccio italico dovrebbe trarre esempio (tutta roba detta tra le righe e con i soliti strumenti da quattro soldi: i vigliacchi agiscono così), quando sostiene un’altra cosa banalissima: “Se in Olanda c’è ancora una politica del welfare, esiste nonostante l’Europa e non certo grazie ad essa”.

Non è scritto da nessuna parte che l’Italia debba essere liberista, non sta scritto da nessuna parte che debba essere globalizzata, non è scritto nemmeno che debba essere multi-razziale e vi dirò, non sta scritto nemmeno da nessuna parte che debba dimostrare chissà quale valore nel resistere alle “competitività”, al “bisness”, e alle “sfide del mercato globale”.

Non c’è una legge divina che sostenga questa colossale scemenza, non c’è una prova che ne dia maggiore risalto. A meno che non si parli di un principio accettato per fede, un aspetto – come sappiamo – non nuovo a questo colossale esercito di laici contestatori delle religioni classiche pur essendo profeti di quella materiale.

Ogni popolo ha il sacrosanto diritto a organizzarsi autonomamente, nei modi che sono più congeniali alla sua prosperità e alla sua crescita. La storia dell’Italia è storia di un’ economia mista, protezionista più di altre. Non è il solo Paese del vecchio continente ad aver sviluppato questa tradizione e non è il solo Paese che “a causa sua” sta pagando le gravissime conseguenze di scelte prese esclusivamente dall’alto, da un gruppo di burocrati pseudoeconomisti che oltre ad aver imposto una nuova organizzazione economica mondiale ha pure il coraggio di farci sentire in colpa per non essere riusciti ad applicarla, ben aiutato dal ceto medio semicolto e radical chic che detta la linea etica in questo Paese da almeno 40 anni.

Per non dire oltre, se ricordiamo le vergognose omertà che lo Stato italiano ha contribuito a promuovere,  fomentate da una DC proamericana e ad un PCI che si scagliava contro gli esuli istriani e giuliano-dalmati, in quelle foibe sottaciute all’opinione pubblica fino a qualche decennio fa.

Perché un’altra delle ferree regole dell’anti-italianismo è quella di intervenire sulla storia. L’ obiettivo di delegittimare l’unità italiana dalle fondamenta è perseguito tramite un’altrettanto subdola, ma efficace, rivalutazione di tutte le storie politiche preunitarie della nazione, come se non ci fosse un domani.

Anche se, Venezia a parte,  per tutti si può parlare di qualche anno o decennio al massimo immerso in secoli di totale sottomissione, di pochezza politica ma anche di una grandiosità artistica e letteraria che dovrebbe essere ricordata tutti giorni, con una pedagogia almeno minimamente paragonabile a quella “degli altri”, ovvero coloro che aiutano a dipingere l’Italia come il Paese peggiore su questo pianeta, il più arretrato, il più corrotto.

Oggi è il giorno tramite la cui indifferenza innumerevoli cittadini di ex-colonie o stati vassalli da Sud a Nord presumono di vantare chissà quale autodeterminazione o preesistenti nazioni locali, mentre la pura verità è che si autogovernano dal 1860.

Al netto di qualsiasi retorica patriottica, la realtà è questa e non c’è niente che la possa mettere in discussione. Né l’inesistente amore degli italiani per il loro Paese, tanto meno il tentato omicidio della oltre cinquecentennale tradizione della lingua italiana tramite la retorica dialettologica, ben sostenuta da organismi internazionali come l’Unesco, sempre pronta a raccoglier grana dai suoi associati.

Il dialetto e le lingue locali di per sé sarebbero un approfondimento che “in un Paese normale” avrebbe anche il suo senso e la sua curiosità, non lo neghiamo. In Italia però è solo pretesto per sputare per l’ennesima volta addosso alla cultura nazionale e ridimensionarla a un valore inferiore anche a quella degli Stati Uniti.

È l’ennesima prova di una tendenza, abilmente sfruttata in modo subdolo, a ridimensionare costantemente, ma senza dirlo tanto ad alta voce, la scrittura di Dante, Petrarca, Torquato Tasso, Giordano Bruno, e poi la pittura di Caravaggio, Bernini, Luca Giordano, Salvator Rosa fino a tornare alla letteratura con Leopardi, Manzoni, Verga e Pirandello.

Il Regno di Sardegna era alla completa mercé degli stranieri, il Lombardo-Veneto era austriaco, il ducati centrali politicamente inutili, sullo Stato Pontificio è meglio esprimere un “no comment”, il Regno delle Due Sicilie nient’altro che il residuo di un plurisecolare ente territoriale governato da viceré spagnoli e francesi, la cui unica eccezione “autoctona” era stato il regno di Ferdinando II e Federico I di Napoli, comunque del ramo aragonese sebbene nati nella capitale: 7 anni (1455 – 1502) dal XI secolo al 1759. Che sia ridicolo non è nemmeno necessario ricordarlo.

Perfino l’unico Stato di realmente indipendente di dimensioni reali e non cittadine, Venezia, ovvero la più grande autodeterminazione preunitaria mai conosciuta nella penisola, poneva fine nel 1797 a 1100 anni vissuti da grande potenza economica e politica. Tutti le altre rivendicazioni di cartone nascono dalla re-interpretazione della storia successiva al 1945, quella de La Grande Guerra, quella delle analisi alla De Mauro, quelle della morte.

Auguri, Italia. Nonostante loro.

(di Stelio Fergola)