Il Canto degli Italiani

17 Marzo 1861: Vittorio Emanuele II viene proclamato Re D’Italia. È il culmine della stagione risorgimentale e l’Italia è finalmente unita (anche se in realtà alla completa unità del paese mancano ancora le regioni del Triveneto). Parallela alla storia dell’Unità d’Italia c’è la storia di un canto che ha accompagnato la nascita del nostro paese sin dagli albori dei moti risorgimentali: quest’opera è “Il Canto Degli Italiani” o “Inno di Mameli”. Esso nasce da una poesia di Goffredo Mameli, giovane di sentimenti mazziniani, e viene messo in musica da Michele Novaro.

Analizziamo ora strofa per strofa tutti i riferimenti storici presenti all’interno del nostro inno nazionale, in quanto essi sono molti e purtroppo non noti a tutti.
Prima strofa:

Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

In questa strofa troviamo tre riferimenti storici: il primo in ordino cronologico è quello a Scipione L’Africano, generale romano che sconfisse Annibale nella battaglia di Zama nel 202 a.C. segnando così la vittoria romana nella seconda guerra punica. Il secondo riferimento è legato alla tradizione dell’antica Roma di tagliare i capelli alla schiave, in questo caso è proprio la Vittoria che porge i suoi capelli a Roma per farne la sua schiava. Infine, troviamo un terzo riferimento, che è quello alla Coorte, che troveremo anche in tutte le altre strofe: la Coorte rappresenta un’unità militare dell’esercito dell’antica Roma.
Seconda strofa:

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

In questa porzione del nostro inno non è presente riferimento analogo a quelli della strofa precedente, viene evidenziata però la situazione italiana dell’epoca, ossia quella di un paese diviso in vari stati regionali che non riesce a tenere il passo degli altri Stati-nazione europei. Nella seconda parte della strofa è quindi presente l’appello ad unire tutti gli Stati italici in una singola nazione e sotto una stessa bandiera.
Terza strofa:

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Prosegue ancora l’appello di Mameli ad unirsi in un unico Stato, in quanto così sarebbe stato possibile trovare ‘’Le vie del Signore’’ (punto cardine della dottrina mazziniana). Successivamente si trova il giuramento di liberare delle occupazione straniere il suolo natìo, (Triveneto e Lombardia all’epoca erano sotto controllo austriaco). L’ultimo riferimento presente è il molto discusso “Uniti per Dio” in quanto esso può essere interpretato in due maniere: la prima la più classica e canonica è quella letterale del termine, la seconda è nascosta e non accettata da tutti, in quanto vorrebbe che in realtà il testo fosse “Uniti, per Dio” e il significato sarebbe un’imprecazione a Dio legato al fatto che lo Stato Pontificio era uno dei principali ostacoli all’unità nazionale.
Quarta strofa:

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

La quarta strofa è ricca di riferimenti a battaglie ed insurrezioni. Nei primi due versi viene espresso l’opinione dell’autore che in qualsiasi parte d’Italia (“Dall’Alpi a Sicilia”) vive lo spirito della Battaglia di Legnano, nella quale nel 1176 la Lega Lombarda sconfisse l’esercito del Sacro Romano Impero guidato da Federico Barbarossa. Nei secondi due versi, analogamente ai primi due, viene detto che in ogni italiano vive lo spirito di Francesco Ferrucci, simbolo dell’estrema difesa di Firenze assediata nel 1530 dall’esercito imperiale di Carlo V. La terza analogia è legata al mito di Balilla, secondo la quale questo ragazzino, soprannominato appunto Balilla, scagliò una pietra contro una guardia austriaca facendo così iniziare la rivolta di Genova del 1746 che mise fine all’occupazione della città dopo mesi e mesi. L’ultimo riferimento va ai Vespri Siciliani, ossia alla rivolta di Palermo del 1284 nella quale tutte le campane suonarono all’ora dei Vespri chiamando alla rivolta l’intera città contro i francesi di Carlo D’Angiò.
Quinta strofa:

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

In questa strofa troviamo tre riferimenti all’occupazione austriaca: il primo sta ai “giunchi che piegano le spade vendute” ossia i giunchi, intrecci di paglia simbolo delle lotte contadine, che piegano le spade vendute dell’Austria, ossia i mercenari che costituivano buona parte del suo esercito. Il secondo, molto semplice e chiaro, si riferisce all’Aquila, simbolo dell’Austria, che perde le penne (e la sua forza). Il terzo riferimento va alla situazione polacca, analoga a quella italiana, che vedeva la Polonia vessata dalla Russia, ai tempi alleata dell’Impero asburgico.

Come abbiamo potuto vedere il nostro inno nazionale è composto da molti simboli dell’identità italiana. Sperando che in un futuro molto prossimo le note di questo splendido canto possano ancora destare lo spirito nazionale italiano.

“SIAM PRONTI ALLA MORTE L’ITALIA CHIAMO”

(di Pietro Ciapponi)