Breve storia della sinistra, dal lavoro al consumismo capitalistico

Non pare ormai possibile riconoscere la cara vecchia Europa. Un continente plurimillenario fatto di storia e cultura, e forgiato dalle imprese di Leonida, di Giulio Cesare, di Giovanna D’Arco, Federico II di Svevia, Napoleone e dal sangue sulla Somme o sul Piave, attaccato quotidianamente da notizie terrificanti: uteri surrogati, suicidi assistiti, legalizzazione della polizia della Sharia e fine di ogni sentimento nazionale e identitario. Tutti figli non di un ventre materno, ma del perbenismo e del mondialismo, accuditi non da una levatrice, ma da una sinistra mondialista e globalista che ha ammainato ogni sua bandiera culturale.

La sinistra nata nel solco del marxismo ottocentesco, fondata su basi anti utilitariste e comunitarie e incentrata sulla fabbrica, sulla Nazione, ma anche sulla società patriarcale, che come centro nevralgico aveva la famiglia operaia, oramai non esiste più, come non esistono più i celebri manifesti del PCI o del PCUS inneggianti alla virilità dell’operaio e all’importante ruolo delle madri e delle figlie, oramai rimpiazzati dalla propaganda femminista più becera e dalla tutela dei “diritti civili” degli omosessuali. Così come il lavoro e i diritti sociali sono stati ampiamente sostituiti dal pareggio di bilancio, dallo Ius Soli e dalla volontà di creare masse apolidi, senza cultura e senza storia.

Il luogo natio di questa involuzione culturale della sinistra è la vicina Francia, madre del 68. La tesi è supportata Michel Clouscard, sociologo marxista, il quale riteneva che il movimento del 68 nato a Berkley ma esploso in Europa sulle sponde della Senna, e successivamente giunto anche in Italia, altro non sia stato che il cavallo di Troia del sistema capitalistico che ha portato la stessa sinistra a “liberalizzarsi” sostituendo così tutti i suoi storici valori con tesi finalizzate al raggiungimento del libertarismo dell’etica e dei costumi.

Massimo simbolo di questo mutamento fu senz’altro il francese, ed europarlamentare, Daniel Cohn Bendit, icona del 68 parigino, parlamentare europeo dei Verdi e simbolo europeista del cosiddetto progresso, noto per il suo europeismo sfrenato e per l’essere un pedofilo. E’ un dato di fatto che per mere finalità elettorali, le sinistre post marxiste di quegli anni abbiano abbracciato, sul solco della new left americana, i diritti civili delle minoranze a discapito dei diritti dei lavoratori, ritrovandosi però vuoti dal punto di vista culturale. Fu così quindi che, con la necessità di riempire tale vuoto, la sinistra fu costretta, nel tentativo purtroppo riuscito di seguire la new left, a sostituire definitivamente le masse operaie, i poveri, i pensionati e i disoccupati con entità eccessivamente quotate dal punto di vista numerico e nulle sotto quello produttivo, che hanno portato a battaglie assurde come le quota rose, discendenti dirette delle femministe sessantottine, la difesa perenne degli immigrati e dell’ambiente, per coronare il tutto con il sostegno incondizionato a ogni “missione umanitaria” a stelle strisce, come in Afghanistan, in Iraq e in Libia, e la tutela degli omosessuali, e di ogni loro capriccio esistenziale consumistico.

E’ in momenti come questi che si rimpiange la pochezza numerica di soggetti validi e mai domi come Georges Marchais, storico leader del Partito Comunista Francese, il quale negli anni 80 affermava tranquillamente e senza remore che l’immigrazione selvaggia sarebbe stata un male e che la si sarebbe dovuta fermare, comprendendone il danno identitario oltre che quello salariale, dato che è oramai lampante come gli immigrati che quotidianamente sbarcano sul suolo europeo e in particolar modo in italia, altro non siano che un esercito di riserva per il capitale che pregusta già di assistere a una gara, o più propriamente una guerra, tra il lavoratore europeo e l’immigrato per chi debba ottenere il posto di lavoro, ovviamente con salari bassissimi per poter risparmiare assumere il non europeo che certamente verrebbe a costare meno.

La galassia post marxista si è quindi, de facto, appiattita su tesi libertarie e liberali e si può, a ragione, parlare di un tradimento della sinistra nei confronti del popolo. Lo stesso popolo, inteso come il lavoratore, il piccolo imprenditore, o il libero professionista che oramai è diventato, a detta di questa sinistra radical chic, ignorante, omofobo fascista, becero e ignorante. Come nel caso della Brexit, o dell’elezione di Donald Trump, solo perchè ostile a quei valori del liberalismo e del libertarismo sfrenato promulgati dalla sinistra salottiera e progressista che ancora, come i suoi padri giacobini, parla fintamente di una libertà creata in realtà per sfruttare, di una fratellanza che è sinonimo di tradimento e di una uguaglianza che è solo ipocrisia figlia dell’ignoranza.

(di Tomaso Giaretti)