Lo Stato turco da Kemal ad Erdogan

Amato alla follia da alcuni, da altri disprezzato – benché offenderlo in pubblico equivalga ad un reato penale – Kemal Atatürk è il fondatore di quella Turchia che oggi vediamo pezzo per pezzo smontata dall’attuale presidente Recep Erdogan. Mustafa Kemal, successivamente conosciuto come Atatürk, nacque nel 1888 a Tessalonica, la Salonicco di epoca imperiale turca, da un ufficiale dell’esercito del Sultano e una casalinga della classe media. Alcuni islamisti hanno recentemente divulgato la notizia che gli antenati del padre della Turchia moderna fossero ebrei, una fandonia inventata ad hoc per screditarlo agli occhi del mondo musulmano. In verità, visto l’aspetto di Kemal, ovvero capello biondo ed occhi azzurri, è più probabile che i suoi antenati fossero slavi, molto presenti nella regione.

La carriera nell’esercito di Kemal fu folgorante: combatté in Tripolitania contro gli Italiani nel 1911 e nel 1915 assieme al generale tedesco Liman von Sanders ottenne una schiacciante vittoria contro le forze alleate sbarcate a Gallipoli. Successo che gli fece guadagnare il titolo di Pascià, ovvero generale. Dal 1908 Kemal si iscrisse a quel partito che poi porterà al successo e alla guida del paese, quello dei “Giovani Turchi”, un gruppo di intellettuali e membri della classe media, istruiti per lo più alla occidentale, nemici delle tradizioni islamiche e dell’Impero Ottomano.

In seguito alla sconfitta degli Imperi Centrali nel 1918 e alla capitolazione del Sultano di Costantinopoli, l’esercito greco e gli alleati, fra cui un contingente italiano, occuparono parte della Turchia e Costantinopoli. Questa è una parte di storia poco conosciuta e trattata nelle nostre scuole, spesso banalizzata, ma soprattutto molto poco conosciuta. Le vicende che si sono susseguite dopo il crollo ottomano, oltre a coinvolgere molte potenze (in particolare gli inglesi), hanno cambiato radicalmente gli equilibri della regione, tellurici e soprattutto marittimi.

Pochi sanno che l’Impero Ottomano non solo venne smembrato e fagocitato da Regno Unito e Francia, ma l’Anatolia e Costantinopoli vennero occupate dalle forze alleate, composte in maggioranza da italiani, inglesi e greci. Non solo, ma con l’occupazione greca di Smirne si accese una nuova guerra fra Grecia e Turchia. Ora i turchi si sentivano minacciati dall’invasore e storico nemico greco. Nel clima di dissoluzione dell’antico regime, di abbattimento per la sconfitta e dell’umiliazione subita, giocoforza acquisirono fama personalità come Kemal, che propugnava una vera modernizzazione del nuovo Stato turco e la cacciata dei greci invasori.

L’esercito del Sultano fu però nuovamente sconfitto e con il Trattato di Sèvres la Turchia perse, in favore della Grecia, gran parte della Tracia e dell’Anatolia stessa. Da questa sconfitta bellica il movimento patriottico e nazionalista di Mustafa Kemal esce rinforzato, e sempre più turchi ormai non credono più nel Sultano e nel vecchio ed ammuffito impero. Il leader dei giovani turchi non permetterebbe ad ogni costo la spartizione della Turchia, divisione tanto reclamata dai Greci, che spinti da quella che è stata definita come “Megali Idea”, sognano di ricreare l’Impero Bizantino, annettendo al Regno di Grecia anche la Tracia, Costantinopoli e tutta l’Anatolia. A giustificare lo spirito greco vi è anche la presenza di un fortissimo nucleo di greci ortodossi nei territori sopraccitati, da sempre messi in disparte ed in secondo piano dal governo della Sublime porta.

Nonostante ciò la guerra non si interruppe mai e più attori combatterono sul campo: l’esercito greco, i rivoluzionari turchi guidati da Kemal, e l’esercito turco regolare. Il 26 agosto 1922 le forze rivoluzionarie turche lanciarono infine il loro contrattacco, conosciuto oggi sotto il nome di «Grande offensiva». L’avanzata di Kemal portò alla definitiva cacciata dei greci. Nella vittoria i rivoluzionari turchi persero il senno e si diedero a massacri di civili greci e a saccheggi incondizionati: tutta l’Anatolia venne messa a ferro e fuoco. In seguito alla vittoria Atatürk depose il sultano Maometto VI, divenne Leader del Partito Popolare Repubblicano, fondò la Repubblica turca, e fu il primo Presidente della Turchia dal 20 ottobre 1923.

Le riforme che questo grande condottiero, amato allora da tutti i turchi, sia laici che islamici ortodossi, furono molteplici e volte a riorganizzare e a rifondare completamente il paese. Atatürk venne festeggiato anche dalla frangia più ortodossa dei musulmani poiché aveva liberato la Turchia ed il popolo turco dal giogo delle potenze cristiane europee e soprattutto dagli odiosi greci, nemici ormai secolari.

Le sue politiche furono di stampo occidentalista, nazionalista, laiche e avverse al clero musulmano: egli abolì il califfato e pose le organizzazioni religiose sotto il controllo statale, laicizzò lo Stato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal governo dell’attuale presidente Recep Erdogan), e abrogò qualsiasi legge di stampo religioso. Kemal venne poi chiamato Atatürk, ovvero “padre dei Turchi”. Fu un eroe di guerra, un generale ed un rivoluzionario; ebbe successo dove molti fallirono, riuscì infatti a modernizzare un paese da tempo arretrato, lo rivoltò da capo a piedi lanciando la Turchia rinata nel XX secolo.

Egli fu fortemente laico ed anti-fondamentalista, impostando il nuovo stato in maniera totalmente laica. In Turchia è infatti l’esercito a garantire la laicità dello Stato e della Costituzione, e per lo stesso volere di Kemal, conoscendo forse troppo bene il suo popolo, è dovere delle forze armate compiere un colpo di stato al fine di garantire la laicità delle istituzioni e il corretto funzionamento del paese. Come disse lui stesso: “Un governante che abbisogna della religione è un debole. E nessun debole dovrebbe mai governare”.

Qualsiasi giudizio positivo verso questo leader turco necessita però di una correzione. Come membro del movimento dei giovani turchi dal 1908, Kemal era sicuramente a conoscenza di ciò che accadeva nei primi anni 10 del ‘900 in Armenia. Il genocidio degli Armeni ortodossi e delle popolazioni cristiane dell’Armenia vennero massacrate senza pietà. Con il governo di Atatürk episodi del genere non si ripeterono più, forse perché ormai la maggior parte degli Armeni era morta, o forse perché effettivamente lui stesso non condivideva appieno le motivazioni del massacro. Detto ciò è da considerarsi, per una corretta analisi storica della figura di Kemal, anche la linea e il comportamento dei membri del suo partito, prima e dopo che lui ne venisse al comando.

Il nuovo regime “kemalista” riuscì a rifondare e pacificare la Turchia, allontanando il clero estremista dal potere e razionalizzando lo stato seguendo uno stretto percorso politico statalista, nazionalista e laico. La sua eredità per tutto il mondo musulmano fu controversa, e tuttora da alcuni esaltata e da altri screditata. Kemal morì di cirrosi epatica nel 1938, a causa dell’ingente mole di alcol che assumeva, una morte che ha attirato le critiche di Erdogan, il quale, varando nel 2013 una legge più restrittiva sull’alcol, si riferì all’estensore della legge che legalizzava le bevande alcoliche come a “un ubriacone”.

Sta qui l’abisso ed il confine fra i due presidenti, l’uno del passato e l’altro del presente. Ovviamente non nell’alcol, bensì nel loro rapporto con il mondo islamico. Kemal fu convintamente ostile al potere degli imam e dei religiosi, avversario delle tendenze confessionali e favorevole alla laicità. Il secondo è un credente musulmano osservante, vicino ai Fratelli Musulmani e anche foraggiatore, stando a numerose prove, dei terroristi dell’ISIS (almeno prima della nuova svolta a favore di Mosca). Unica cosa che li accomuna è l’amore per la patria, per quella Turchia che tutti e due desiderano vedere egemone nel Medio Oriente.

Un nazionalismo che li ha spinti, tuttavia, su sentieri sempre più lontani. Se Atatürk pose fine al sultanato e all’Impero Ottomano, Erdogan di contro sembra sempre più vicino alla sua restaurazione: con forte presa sulla popolazione più estremista e una sempre più marcata correlazione tra Islam e politica nazionale, in quindici e più anni di comando è riuscito ad accentrare sempre più potere nelle sue mani, e con una vittoria nel referendum sulla riforma costituzionale presidenzialista del 16 aprile potrebbe dare compimento totale ai suoi progetti.

Ora, in seguito al fallimento del colpo di stato militare, ideologicamente vicino ad ambienti kemalisti, l’attuale Presidente turco ha la strada libera per accentrare sempre più nelle sue mani il potere, grazie anche al sostegno che il popolo turco ha sempre mostrato. Con la forza popolare dietro di lui, Erdogan ha potuto inserire migliaia di persone nelle sue liste di proscrizione: medici, giornalisti, professori, militari, politici, magistrati, avvocati. Si teme ora che Recep voglia pian piano smantellare quella Costruzione laica e pluralista varata da Kemal nel 1920, per re-islamizzare totalmente la Turchia, lanciandola verso una posizione di assoluta egemonia nel Vicino Oriente.

(di Marco Franzoni)