La Corea del Nord tra propaganda e falsificazione

Quando in Occidente si scrive di Corea del Nord – e se ne scrive piuttosto spesso, però mai come in questo caso la qualità è inversamente proporzionale alla quantità, – sia che si tratti di un articolo di gossip, di una notizia della stampa generalista oppure di un’analisi più o meno seria della storia del paese e delle sue prospettive, è possibile individuare un certo numero di espressioni ricorrenti usate per descrivere icasticamente la realtà coreana, quali il “regno eremita”, l’“ultimo bastione della guerra fredda” o addirittura l’“ultimo gulag”. Queste formule stereotipate, prima ancora di esaminare nei dettagli la vita del paese, il suo sistema sociale e la sua ideologia, trasmettono al lettore l’immagine di un popolo completamente isolato dal resto del mondo, intrappolato ai margini della storia sotto la campana di vetro del regime ed ignaro di tutto ciò che gli accade intorno – innalzando preventivamente una muraglia ideologica che, fra i non addetti ai lavori, solo pochi avventurieri col gusto dell’esotico si azzardano a valicare.

Uno di questi è il signor Felix Abt, un coraggioso imprenditore svizzero che nel 2002 si recò a Pyongyang con lo spirito di Joseph Conrad e vi rimase per sette anni. In questo periodo poté constatare di persona che i nordcoreani in tutta tranquillità leggono i romanzi di Hemingway e Dumas, ascoltano le composizioni di Stephen Foster (noto come il padre della musica americana) e guardano film come Titanic, Spiderman e perfino Kill Bill di Tarantino, e non poté far altro che sottoscrivere la franca ammissione di un ex dirigente del Dipartimento di Stato americano: «Sulla Corea del Nord sappiamo meno di quanto loro sanno su di noi».

E non potrebbe essere altrimenti, quando le informazioni pervengono all’opinione pubblica attraverso un regime di totale irresponsabilità professionale in cui ogni giornalista può scrivere quello che vuole, copiando e riciclando i pettegolezzi diffusi a scopo sensazionalistico o propagandistico dai media di Seul e di Hong Kong, alimentando un circolo vizioso capace di sfornare fantasiose storie come quelle dello “zio del leader sbranato dai cani”, della sua “ex fidanzata fucilata per pornografia” e puntualmente resuscitata, proprio come il “ministro delle difesa giustiziato con la contraerea per un pisolino di troppo”, ecc. Testate che altrimenti ambiscono alla credibilità giornalistica offrono le loro pagine a queste imbarazzanti favole, certe che quasi nessuno fra i lettori si prenderà la briga di verificarne l’autenticità, e solo sporadicamente pubblicano la smentita delle bufale più palesi.

Eppure proprio sulla base di simili “notizie” si formano le rappresentazioni della Corea del Nord sedimentate nell’immaginario collettivo e l’atteggiamento che si suol assumere nei suoi confronti. In questo atteggiamento le ormai note tare mentali del progressista semikolto si fondono con l’ottuso anticomunismo di matrice reaganiana in un fatale connubio – esemplificato dalla pittoresca stupidità di chi, da un lato, è pronto a schernire il taglio di capelli del giovane leader Kim Jong Un e, dall’altro, si rivela disposto a credere seriamente che tale acconciatura sia stata resa obbligatoria per la popolazione con un apposito provvedimento draconiano.

La Corea del Nord riflessa nelle immagini demonologiche, caricaturali e il più delle volte semplicemente false propinate al pubblico straniero è in realtà lo specchio dell’Occidente, com’è stata recentemente definita dall’antropologa Marcella Guidoni, lo specchio di tutte le fragilità e le debolezze della “società aperta” in cui dalla libera discussione democratica dovrebbe scaturire la verità, dal confronto dei diversi punti di vista ciascuno dovrebbe formare il proprio senso critico, secondo il classico copione dei falsi profeti del liberalismo da Locke a Russell, da Dewey a Popper, le cui utopie restano prigioniere di quella concreta impotenza che a suo tempo afflisse l’imperativo categorico kantiano.

Insomma, posto finalmente faccia a faccia con quel famigerato “diverso” che in teoria bisognerebbe rispettare e capire ma i cui valori, ahimè, offendono la nostra profonda sensibilità e vanno dunque trattati a colpi di embarghi terapeutici e di bombardamenti etici, il “mondo libero” non ha saputo fare altro che spacciare frottole propagandistiche di bassa lega – le quali sarebbero immediatamente smascherate se riferite a qualunque altro settore, – non è stato in grado di recare alcun apporto conoscitivo utile a far luce sulla realtà del paese, su cui ha preferito proiettare nevroticamente i propri fantasmi.

Chi legga fino alla fine un articolo della stampa mainstream sulla Corea del Nord ne sa in genere quanto prima, perché in fondo «la Corea del Nord siamo noi», secondo l’efficace paradosso di Marco Del Corona: le immagini e le rappresentazioni diffuse dai media stranieri non servono a conoscere quel paese ma, in quanto caso tipico, permettono ai lettori più accorti di farsi un’idea dei gravi limiti gnoseologici della società occidentale.

Per fortuna esiste anche un altro approccio alla Corea del Nord, particolarmente diffuso tra i comunisti ortodossi e nostalgici del Patto di Varsavia, che dopo le “aperture” cinesi, cubane e vietnamite ripiegano sul remoto paese asiatico quale ultimo baluardo del socialismo reale di stampo sovietico. Ne apprezzano la posizione antiamericana e la fedeltà all’economia pianificata, ma più in là non si spingono; tendono anzi a ridurre l’originalità del socialismo coreano al modello sovietico, pongono l’accento sugli aspetti comuni a tutto il socialismo reale più che sulle novità introdotte dai leader coreani. Dei quali in genere non conoscono né gradiscono gli importanti contributi teorici, ascrivendoli frettolosamente al carattere nazionale coreano e giudicandoli inapplicabili altrove.

Non è difficile notare che questo è solo un capovolgimento meccanico del paradigma dominante: i diversi orientamenti ideologici trasformano le note di demerito in successi encomiabili, ma la conoscenza della realtà coreana si mantiene sempre ad un livello superficiale ed epidermico. Il “carattere nazionale”, da sinonimo di assurdità anacronistica e di violazione dei “diritti umani”, diviene un contenitore indifferenziato in cui gettare tutte le caratteristiche del socialismo coreano di cui i suoi malintesi estimatori stranieri non riescono a venire a capo.

Naturalmente esistono tratti legati alla tradizione coreana ed intraducibili in altri universi simbolici, e questo Kim Jong Il lo ribadì a chiare lettere: per esempio a nessuno verrebbe in mente di copiare dai nordcoreani il peculiare rispetto tributato ai leader, che gli stranieri perlopiù descrivono come “culto della personalità”. Tuttavia i canali ufficiali hanno spesso evidenziato la portata universale delle idee del Juché, oggi raggruppate da Kim Jong Un sotto il nome di kimilsunghismo-kimjongilismo; e i primi cenni in tal senso si ebbero già negli anni ’70, quando il rischio di rivaleggiare con gli altri “-ismi” dominanti in URSS e in Cina era ancora troppo grande per uscire del tutto allo scoperto.

E in effetti la filosofia politica coreana ha molto da offrirci: un’originale e profonda analisi delle cause del crollo del vecchio campo socialista, di cui non a caso la Corea evitò la tragica sorte; un’antropologia collettivista all’altezza delle sfide lanciate dal pensiero postmoderno, le cui analogie col comunitarismo di Costanzo Preve si sprecano; alcune preziose indicazioni circa l’odierna struttura di classe dei paesi occidentali, sulla falsariga delle riflessioni sviluppate su questo tema da Gianfranco La Grassa; uno sdoganamento del nazionalismo, che strappa l’ultima foglia di fico rimasta a chi si dichiara soltanto patriota, e perfino della tutela dell’identità dei popoli sul piano etnico, nonché una critica dei processi di decadenza morale e spirituale proliferati all’ombra del nostro effimero benessere; un interessante sistema di calcolo economico socialista, alternativo sia al classico modello staliniano che al socialismo di mercato cinese.

Questi e molti altri contributi si possono recepire solo attraverso uno studio serio e ponderato, che sappia risolvere l’enigma coreano seguendo dappresso la sua rottura degli schemi consueti del pensiero politico occidentale, in primo luogo dei dogmi politicamente corretti diffusi a “sinistra”, e cogliendone così sia gli aspetti specifici che quelli universali.

(di Francesco Alarico della Scala)