LOTTO Marzo: sciopero dell’intelligenza

#NonUnaDiMeno. Oggi è il giorno della rivoluzione. Non dei tornelli, non dei negozi sfasciati, ma delle nobili battaglie della femminilità, quella vera. Del resto il progressismo impone di andare sempre oltre e di non guardarsi indietro. 40 Paesi al mondo hanno aderito alla marcia globale, sciopero, “rivolta civile” delle donne, utilizzate gli aggettivi più retorici che vi vengono in mente, che in questi casi funzionano sempre. Naturalmente è anche il giorno degli hashtag privi di senso ma che fanno tanto effetto.


Il motivo? “Protestare contro la violenza sulle donne” e il sempreverde “per i diritti”. Approccio generico che produce un comportamento ancora più generico. In Italia le principali città vengono coinvolte. “Contro la violenza di genere”, un’ affermazione che fa il verso all’ormai mitologico femminicidio, vero poema pseudo-omerico dei nostri tempi, senza però condividerne nemmeno un briciolo del senso della realtà, senza tirare in ballo nemmeno il concetto di cultura: sarebbe offensivo.

Ne condivide in compenso l’assassinio, ma dell’italiano, non certo del genere femminile, un’invenzione di regime come tante ce ne sono state nella storia. Andiamole a vedere, queste cifre terribili del femminicidio. Negli ultimi 15 anni si uccidono sempre meno donne, anno per anno, con una costanza e una regolarità da fare impressione, considerata la propaganda di massa cantastorie in “modalità menestrello”: 192 nel 2003, 172 nel 2009, 156 nel 2010, 137 nel 2011,124 nel 2012. 116 nel 2016. Per ogni donna uccisa di uomini ve ne sono tre, e l’assassinio “da uomo a donna” è addirittura inferiore a quella “da donna a uomo”.

Non entriamo in questo gioco ridicolo, infantile e pessimo e mai ci sogneremmo di parlare di maschidicio. Le vittime sono vittime, inventarne e ritrarne una categoria come pretesto di dominio è solo turpe. Non entriamo nel gioco ridicolo di pesare gli omicidi verso “i bambini in quanto bambini”, “gli uomini in quanto uomini” e le “capre in quanto capre”. O, se preferite, femministe. È talmente imbarazzante dover scrivere l’ovvio, che ci limitiamo ad accennarlo.

Sebbene vada rilevato che in certi casi si raggiunga dei gradi di “pittoresco”, per essere gentili, visto cosa è accaduto a Milano: nel capoluogo lombardo, nel cuore culturale ed economico del Paese, le nostre hanno infatti deciso di dare il meglio di sé. Non si protesta solo contro la terrificante “violenza”, ma sulla mercificazione del corpo, la donna oggetto, perché loro sono pure, pregne di spirito e di lealtà. E in nome di questa lealtà si mostrano nude.

Almeno dove conta. Ebbene sì, in questo caso l’hashtag diventa #SuLeGonne, un vero manifesto di Ribellione con la R maiuscola, per la cui esecuzione sono stati diffusi anche dei tutorial su youtube. Davvero un’iniziativa lodevole. E utile. Siamo certi che dopo aver mostrato i propri organi genitali, l’esercito di terribili maschi razzisti e sessisti – attratti proprio dagli organi genitali – smetterà seduta stante di considerare le donne come oggetti.

Nel frattempo le tombe di Lenin, Gramsci, Mussolini, Mao e Fidel Castro tremano: non per i rivoltamenti indignati, ma per le risate che si odono dall’esterno. Ridono un po’ di meno i lavoratori e le lavoratrici con un po’ di sale in zucca che dovranno giungere al proprio posto per portare poi a casa la giornata, ma cosa volete che sia, quando la protesta è per “i diritti” (non si sa bene quali, quasi tutti inventati se poi si va a guardare ai fatti e non alle chiacchiere) e se questi sono identificati come quelli sedicenti femminili, non c’è da avanzar critica e ci si attacca al tram, come si dice in gergo. Anzi, in questo caso il tram si perde proprio, ma è un altro discorso.

“CGIL, CISL e UIL”, pregne dei loro brillantissimi risultati nella tutela dei diritti dei lavoratori in più o meno gli ultimi 35 anni, hanno deciso di dare ulteriore prestigio ai loro marchi appoggiando la protesta. Ma questa, forse, è la notizia che sconvolge di meno. Sì, è vero, la CGIL si è permessa il lusso di non aderire a livello nazionale ma di promuovere iniziative sui singoli luoghi di lavoro. Bontà loro. Nel caso delle sigle sindacali, forse l’hashtag potrebbe trasfomarsi in #MaMagariUnoInMeno, per dare il degno coronamento ad un’era di pasticci e immobilismi senza alcuna progettualità di cui il Paese ha sofferto anno dopo anno, perché per un’aliquota in più si fa tutto, probabilmente anche lo sciopero dei cartoni animati, e c’è da scommettere che prima o poi avverrà.

Ovviamente, la stampa pseudo-intellettuale italiana celebra con venerazione religiosa il Sacro Giorno. Sul Corriere della Sera c’è un articolo che sulla home viene titolato in un modo che è tutto un programma: “Cosa ci manca ancora per dirci tutti femministi”.

Linda Laura Sabbatini, in bella vista sull’edizione cartacea, spara invece un fantastico Nelle mani delle donne un mondo migliore, e mette in campo tutto, qualsiasi cosa, dal femminismo storico all’immigrazione di massa, all’accoglienza forzata (un altro tema che è come il sale: sta bene su tutto), per poi ovviamente volare sulle ali dell’entusiasmo dei “diritti negati” a un genere che stradomina in svariati campi della società senza che nessuno si possa azzardare a dirlo, pena l’emarginazione istantanea: dalla violenza psicologica sull’uomo, alla crescita lavorativa nel mondo della stampa stessa, ai casi di separazione i cui esiti sono a senso unico praticamente da sempre. Sull’ultimo esempio si potrebbe citare il fenomeno in aumento dei suicidi dei padri separati, vittime da decenni di una piaga “di genere” (odioso utilizzare il loro vocabolario, ma anche efficace) che ha il coraggio ancora di strepitare e di parlare di diritti non facendo altro che soverchiare quelli altrui senza nessun ritegno, con la complicità delle istituzioni e della cultura di massa.

Sì, ci sono poche donne in politica, ma nessuno si è mai soffermato sul fatto che esse si iscrivano ai partiti molto meno degli uomini: magari si potrebbe accettare una diversità reale, invece di ossessionarsi contro di essa. Sì, molte donne hanno problemi di assunzione a causa della possibilità fisica che potrebbero avere di portare in grembo un figlio. In questo caso, ovviamente, soffermarsi sul fatto che forse il problema è sistemico, che altrettanto probabilmente è anche giusto far lavorare la donna nel contesto delle sue differenze fisiche, sulle quali si può strepitare ma che “purtroppo” esistono e bisognerebbe trovare soluzioni, anziché cercare la forzata omologazione.

Ma forse chiediamo troppo, specie in un mondo che ha abolito il concetto di procreazione, non sia mai che possa creare degli squilibri, in fondo è meglio estinguersi. Sì, un’estinzione a quote rosa è l’unica via.

Perché si sa, il femminismo è un’aspirazione assoluta dell’umanità. Talmente vicina all’Olimpo della verità assoluta (ma già sappiamo di essere offensivi e perché no, anche un po’ sessisti non presupponendo una totale identità) da eliminare il riferimento al femminile, quindi siamo, anzi dovremo essere “tutti” femministi, uomini e donne, in un futuro radioso fatto di vulve all’aria e perché no, anche peni bene in vista, perché se la lotta non è comune non si va da nessuna parte.

Nel frattempo, attendiamo con ansia lo sciopero dei cartoni animati che vi prevedevo sopra. Abbiate fede, io ci credo. Perché anche Topolino ha i suoi diritti.

(di Stelio Fergola)