Perché dei dissenzienti?

Perché dei dissenzienti? Qual è l’utilità di persone che spezzano un’ideologia perfettamente omogenea, pacifica? C’è proprio bisogno di tollerare individui polemici, combattivi, provocatori? Sarebbe così bello pensarla tutti alla stessa maniera, rimanendo in un ovattato e rassicurante safe space dal sapore americano, in cui vigono i medesimi valori, le medesime idee, i medesimi gusti. O forse no?

La domanda iniziale ricorda volutamente il titolo di una conferenza che Jean-Paul Sartre tenne il 10 dicembre 1959 a La Chaux-de-Fonds: “Pourquoi des philosophes?” (“Perché dei filosofi?”). Il titolo – come lui stesso tiene a sottolineare – non è suo, ma del collega Jean-François Revel, il quale, due anni prima, aveva pubblicato un’opera omonima con l’intento – a metà strada tra la serietà e la provocazione – di mettere in dubbio la stessa ragion d’essere di quanti si definiscono, appunto, filosofi, attraverso la domanda sulla loro utilità pratica all’interno della società. A cosa servono, dunque, questi “amanti del sapere”?

La sua risposta è che, molto semplicemente, i filosofi non servono a niente e a nessuno: essi, con le loro elucubrazioni astratte e inattuali, non arricchiscono materialmente la società, non prendono parte alla produzione. In altre parole, non contribuiscono in alcun modo al progresso economico. Sono persone improduttive, in-utili e, aggiunge, anche un po’ ridicole, tanto da suscitare il riso dei non-filosofi.

Insomma, il solito luogo comune trito e ritrito, ma tristemente radicato nella grande maggioranza dell’opinione pubblica; luogo comune che poggia – com’è evidente dalla domanda “a che servono?” – sul consumismo sfrenato che caratterizza la mentalità attuale, per la quale solo ciò da cui si può trarre un guadagno concreto sembra essere degno di lode. Ciò esclude, per ovvie ragioni, i poveri filosofi, visti da Revel e dalla società in generale semplicemente come autori di libri austeri, noiosi, infarciti di strani termini (ontologia, epistemologia, ecc.) che in pochi comprendono e che sanno perciò di snobismo e vuoto intellettualismo. Dunque, “pourquoi des philosophes”? Quali vantaggi si potranno mai ottenere da questi bizzarri individui? Insomma, perché li tolleriamo?

È a queste domande che Sartre risponde nella sua conferenza. Stando al pregiudizio di cui sopra – riassume – il filosofo non è altro che «un disadattato»; «soltanto, tutto ciò definisce, insieme al filosofo, anche il non-filosofo. È in quanto uomo adattato che il non-filosofo rimprovera al filosofo il suo carattere di dis-adattato, ma questo biasimo si rivolge sulla situazione stessa del non-filosofo per designarla in ciò che le è proprio: l’adattamento alla Città […], la sottomissione all’essere», – dove “Città” ed “essere” stanno a indicare lo status quo. Un giudizio indubbiamente duro, ma non è finita qui. Il non-filosofo viene provocatoriamente descritto mediante l’immagine – simpatica ma non scherzosa – del «pisello in un barattolo di piselli»: persone identiche, sostituibili, inautentiche, adattate a una Città conformistica in cui non c’è – e non deve esserci – spazio per originalità e idee non conformi, rivoluzionarie, potenzialmente destabilizzanti.

Si capisce ora il perché della nostra domanda di apertura: nella Città attuale – postmoderna e post-ideologica, per usare i termini esatti –, i dissenzienti sono infatti dei disadattati al pari dei filosofi di cui ci parla Sartre. Di fronte a un’opinione pubblica sempre più aggressiva nei confronti di chi non si riconosce nei valori propagandati dagli slogan dei media cosiddetti mainstream, dei benpensanti, degli pseudo-intellettuali da studio televisivo, delle star del cinema e della musica, ma anche e soprattutto delle scuole e delle università – in altre parole, dall’establishment –, quale potrebbe infatti essere il ruolo del dissenziente se non quello, appunto, del disadattato? Sbeffeggiati, insultati, diffamati da questi «piselli in un barattolo di piselli», tutti coloro che hanno il coraggio di opporsi «si trovano di fronte a un divieto di scoprire il pensiero in quanto tale»: gli adattati impongono insomma l’eliminazione del pensiero.

Dunque, perché dei dissenzienti? Semplicemente, «perché pensano» e sanno, per questo, che «l’ideale del pisello è impossibile», oltre che sbagliato: l’essere umano non è fatto per sottomettersi all’essere, per accettare in modo passivo le imposizioni esterne. La ricchezza dell’uomo è proprio la sua capacità di scegliere autonomamente le battaglie a cui aderire e quelle a cui opporsi. È sbagliato – lo ripetiamo – «che si stia in un gruppo come un pisello in un barattolo di piselli», o come nella safe space dei college d’oltreoceano, in cui è di fatto vietato esprimere le proprie idee nell’eventualità che possano risultare troppo sconvolgenti per qualcuno. «Per integrarsi fino in fondo al gruppo, […] per diventare completamente un pisello» o, se preferiamo, un uomo-macchina, un automa, a ognuno è infatti richiesto di rinunciare a ciò che fa di lui un uomo: il pensiero e, con esso, il dialogo. Su cosa si dialoga e ci si confronta, infatti, se la si pensa tutti alla stessa maniera?

Per dirla ancora una volta con Sartre, domandare il perché dei dissenzienti equivale insomma a chiedersi: “Perché degli uomini?”.

(di Camilla Di Paola)