Tecnologia USA contro ingegno serbo

Come tutti ormai sanno durante la guerra fredda la corsa agli armamenti e allo sviluppo tecnologico venne vinta dagli USA. A tutt’oggi gli Stati Uniti hanno il primato tecnologico in ambito militare, nonostante sia rincorso, con sempre più maggior successo, da Cina e Russia. Questo strapotere tecnologico permise, dopo la caduta del muro e la dissoluzione dell’URSS, il dominio incontrastato del globo. Negli anni ‘90 gli americani hanno mostrato più volte il loro strapotere militare. Basti pensare che durante la prima guerra del Golfo i carri americani, dotati di visori notturni, attaccavano le ben armate divisioni corazzate irachene a distanze considerate impensabili tanto che i carristi di Saddam credevano di essere sotto attacco aereo e sparavano all’impazzata verso il cielo.

Da qualche anno a questa parte però il dominio tecnologico è andato affievolendosi avendo preso piede la guerra asimmetrica. Conflitto dove un gruppo di ribelli o terroristi ben motivati ed armati di soli kalashnikov riesce a tenere in scacco truppe altamente tecnologizzate. Ma pure negli anni ‘90 la dispendiosa tecnologia americana venne sconfitta da metodi tradizionali, con costi bassissimi e una strategia elementare. Siamo in Serbia, la dissoluzione della Jugoslavia sotto i moti nazionalisti delle varie etnie ha dato il via a cruenti scontri fra Serbi, Croati e Bosniaci.

Gli USA, guidati dall’allora presidente Clinton, decidono di intervenire contro la Serbia che si ritrova sola a livello internazionale. La Russia infatti, un tempo paladina dell’indipendenza serba, è ora nelle mani di Eltsinm colui che vuole renderla succube dell’economia liberal-capitalista occidentale. Sola e abbandonata la Serbia però non demorde e combatte su ogni fronte per tentare di tenere unito quel paese, Jugoslavia, di cui ancora oggi molti serbi sono nostalgici.

Siamo nel marzo del 1999, l’esercito e l’aviazione americana hanno dato il via alla cosiddetta “fase 2” che prevede massicci bombardamenti volti a distruggere la capacità offensiva dell’apparato militare jugoslavo. I bersagli sono truppe corazzate, carri armati, blindati, artiglieria, e comandi mobili. La “fase 2” avrà dunque anche l’effetto inevitabile di causare forti perdite umane nei ranghi delle forze armate serbo-montenegrine. Insieme a questo si attaccano i centri di potere e di logistica dell’esercito ma anche la stessa città di Belgrado, per spezzare la volontà combattiva della popolazione, causando così numerosi morti. Per chi di recente ha visitato la città sono ancora visibili i palazzi distrutti dalle bombe made in USA.

L’inasprimento dei bombardamenti è però coinciso con il primo abbattimento di un velivolo americano, e non stiamo parlando di un semplice caccia da combattimento, ma di un super tecnologico F-117 Nighthawk. Per chi non si intende di aviazione è l’aereo nero, spigoloso e dalla forma angolare, divenuto uno dei gonfaloni della cultura tecnologica americana. Questo velivolo infatti viene chiamato “caccia invisibile” o “fantasma” poiché tramite la sua forma bizzarra e l’alta tecnologia diventa difficilmente tracciabile dai radar, benché rimanga ovviamente visibile ad occhio nudo. Il costo di questi aerei, ormai andati in pensione, si aggirava sui 42,6 milioni di dollari negli anni ‘90: una cifra immane. Ma come spesso accade, e come bene hanno insegnato gli Svizzeri a Carlo il Temerario, tante volte la tecnologia non paga di fronte alla semplicità.

Fa da scuola quel famoso aneddoto che racconta: “gli americani, mentre sviluppavano il programma spaziale, avevano visto che le biro non scrivevano in assenza di gravita, (ovviamente l’inchiostro non scende se si scrive a testa in giù). Impiegarono energie, risorse e denaro per inventare una biro che scrivesse anche al contrario. Cosa fecero i russi di fronte allo stesso problema? Semplice, usarono le matite”. Che sia vero o no, questo piccolo aneddoto fa comprendere pienamente la situazione. L’eroe che riuscì ad abbattere il super velivolo americano si chiama Zoltán Dani, comandante della III batteria della 250.ma Brigata Missilistica antiaerea.

Il 27 marzo 1999, grazie all’eroismo e all’addestramento dei suoi soldati, questo sconosciuto comandante riuscì ad abbattere in un colpo solo 42, 6 milioni di dollari usando un vecchio missile russo riconvertito. La strategia usata da Dani ha dell’incredibile: non cercò di superare il nemico per quanto riguarda la tecnologia, anzi, utilizzò strumenti ormai considerati superati e addestrò la truppa a metodi tradizionali: tra cui l’uso di telefoni via cavo per non essere intercettati. Non solo, si avvalse anche della presenza di spie serbe in Italia che avvertivano ogni qual volta un aereo americano partiva dagli aeroporti italiani.

Un altro accorgimento, che si rivelò poi vittorioso, era quello di spostare continuamente la sua postazione di difesa in modo da essere segnalata in luoghi sempre differenti e così confondere il nemico a stelle e a strisce. Ogni piccolo accorgimento preso da Dani si rivelò fondamentale. Innanzitutto l’F-117 quando sorvolò la postazione serba credeva di essere al sicuro, non essendo segnata sulla mappa, il maltempo aiutò pure il comandante serbo; la tecnologia sofisticata in presenza di forte pioggia e fulmini perde efficacia. Il pilota, Zelko, riuscì a salvarsi lanciandosi dal velivolo in fiamme senza riportare ferite gravi, mentre il suo apparecchio cadeva al suolo distrutto. La notizia dell’abbattimento del velivolo americano corse veloce in tutto il mondo: il gioiello tecnologico USA era stato abbattuto dai serbi.

Ora, a molti anni dalla guerra, il pilota statunitense abbattuto, Dale Zelko e Zoltán Dani sono pure diventati amici. Come riporta il Daily Mail i due protagonisti della storia si sono più volte scambiati visite nei rispettivi paesi confrontando gli avvenimenti dell’accaduto e partecipando anche ad un documentario serbo sul fatto.

(di Marco Franzoni)