La storia insegna: ecco come l’URSS integrava i rom

L’ episodio accaduto alla Lidl di Follonica ha fatto risalire a galla l’eterna diatriba della condizione dei nomadi e dei campi rom. A difendere a spada tratta una condizione di degrado e di illegalità, che scatena inevitabilmente tra chi vive in tali ghetti l’ “arte dell’arrangiarsi” che comprende soprattutto l’accattonaggio, la prostituzione, il furto e la ricettazione ed altre conseguenze del vivere ai margini della società, è proprio una certa sinistra, proprio quella che talvolta si ostina a dichiararsi socialista quando non addirittura comunista.

Costoro reputano qualsiasi programma di inserimento sociale non “spontaneo” una forzatura, una violazione dei diritti e della libertà. Certa “sinistra socialista” non vede o fa finta di non vedere che anni di totale permissivismo celato dietro un finto rispetto della tradizione nomade hanno portato a un totale distacco dalla società civile, a scontri sociali, nonché a un’ intollenza causata dai numerosi episodi di furto e di illegalità che ruotano intorno ai campi nomadi.

Tutto ciò non ha nulla di solidale né di rispettabile. Eppure, chi dice di ispirarsi al socialismo o al comunismo, per trovare delle soluzioni serie all’integrazione dei nomadi (dell’etnia rom soprattutto), non dovrebbe guardare lontano. Basterebbe volgere lo sguardo verso Est e rimembrare quella che fu la patria del socialismo reale: l’URSS.

Ivan Ivanovič Rom-Lebedev (1903 – 1991), attivista bolscevico Rom

Sì, perché nell’Unione Sovietica i rom erano inseriti in un programma “anti nomadismo”. Un programma di seria lotta all’analfabetismo (allora come oggi diffuso in suddetta etnia) e di inserimento sociale.

Con l’attuazione di tale programma nel 1923 la condizione dei rom migliorò, fino a giungere nei decenni alla completa integrazione all’interno della società sovietica: nel luglio 1925 si formò a Mosca, favorita dal governo sovietico, l’Unione Rom Panrussa (UZP) che subito aprì sedi a Leningrado, Černigov, Vladimir e Smolensk.

Nello stesso anno fu costituita a Rostov la prima fattoria collettiva rom dell’Unione Sovietica, mentre l’UZP continuava a lavorare insieme al Commissariato del Popolo all’Agricoltura e al Dipartimento delle Nazionalità del Comitato Esecutivo Centrale Panrusso per creare la Commissione per l’Insediamento dei rom Lavoratori: l’obiettivo era di incoraggiare i rom ad abbandonare il nomadismo.

Le popolazioni romaní iniziarono presto a stabilirsi sulle terre a loro riservate da ciascuna Repubblica sovietica: si stima che tra il 1926 e il 1928 5mila appartenenti all’etnia si siano insediati nelle fattorie in Crimea, in Ucraina e nel Caucaso settentrionale.

Furono condotte campagne di alfabetizzazione, e nel gennaio 1926 furono create a Mosca le prime classi in lingua romanes dell’Unione Sovietica, all’interno delle scuole elementari russe esistenti. Lì si insegnavano varie materie, inizialmente in russo e poi, con la creazione di un apposito alfabeto, furono stampati testi anche nell’idioma rom.

Parallelamente alla battaglia per l’istruzione dei rom, il governo fece ogni sforzo per aiutarli ad inserirsi nella società e anche nell’ambito della classe operaia: nel 1931 a Mosca c’erano già 28 cooperative che occupavano 1.350 operai rom che lavoravano insieme a colleghi di almeno altre undici nazionalità.

Stalin in persona, per celebrare un successo integrativo riconosciuto non solo in URSS, inaugurò un teatro in lingua romani tutt’ora esistente. Chi si rifiutava di seguire tale programma di integrazione sociale e continuava a nomadare o a contrabbandare (soprattuto in bestiame) veniva considerato “antisociale” e perseguito aspramente. Le pene partivano dalla semplice detenzione ai campi di lavoro e rieducazione.

Tutto ciò ci insegna che, spesso, chi si fregia del termine socialista, altro non è che un mondialista che confonde il rispetto per l’essere umano con il permissivismo che rasenta l’anarchismo.

Roba “sciatta” che non fa che danneggiare le comunità. Non dovrebbe essere difficile capire quanto il degrado porti all’illegalità, all’abbandono scolastico e allo scontro sociale. Soprattutto allo sfinimento di chi subisce trasversalmente queste crisi.

Non a caso l’episodio di Follonica ha riscontrato un’opposizione della maggioranza dei cittadini italiani al licenziamento dei dipendenti Lidl. Molti hanno visto nella reazione popolare razzismo e xenofobia, senza prendere in considerazione la più ovvia delle ipotesi: l’esasperazione. Esasperazione che a volte ha bisogno di soluzioni poco gentili e “lefty”.

Come l’ortodossia socialista insegna.

(di Luigi Ciancio)