Identità contro Nulla: la filosofia del Fight Club

La sfida, la provocazione, la distruzione creatrice: questa l’anima di un capolavoro incompreso e criticato alla sua uscita, adorato e quanto mai attuale oggi a diciotto anni di distanza, in un mondo uguale eppure molto diverso. Chuck Palahniuk concepisce Fight Club come sberleffo verso il proprio editore, che gli aveva rifiutato un altro romanzo perché “troppo violento”; si evolve per la regia di David Fincher in un film omonimo il quale, pur non rivelandosi un flop, non raccoglie che un successo di pubblico appena discreto e forti strali della critica, per poi essere riscoperto negli anni successivi e godere di un successo sotterraneo, silenzioso e quanto mai meritato.

Un’opera profonda ed ermetica che non può essere pienamente compresa alla prima visione: oltre l’odore acre del sangue, superato lo shock del pugno, Fight Club cela tra le righe una filosofia di battaglia e un inno all’affermazione della propria identità in un mondo che, oggi in modo più manifesto che nel remoto 1999, punta all’annichilimento e l’omologazione. Maestro di pensiero, un ribelle di nome Tyler Durden.

«Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita». Tyler non ha una casa, non acquista mobili, non veste alla moda: ha consapevolezza di sé stesso, determina per sé cosa ha importanza o meno, possiede una Identità forte e definita, capace di vedere attraverso la vacuità del consumismo e influenzare le persone attorno a sé. In un mondo arido e sterile, popolato da una generazione dal potenziale sprecato che «pompa benzina, serve ai tavoli, o divengono schiavi con i colletti bianchi». Tyler è il seme di una rivoluzione che deve prima ed innanzitutto partire dal nostro Spirito per mutare poi la società.

Il magnetismo della sua autoaffermazione attrae attorno a sé altri individui sempre più consapevoli della propria nullità e del proprio destino ai margini della Storia, desiderosi di esplorare la profondità del proprio animo attraverso l’esercizio dell’autodistruzione e della rinascita. Il “Fight Club”, il luogo dove si combatte in due secondo poche e rigidissime regole, non resta una brutale esibizione di mascolinità e un mero sfogo per le frustrazioni quotidiane, ma diventa una scuola di pensiero.

Ricerca dell’essenziale contro consumismo sfrenato, identità contro nullità. Tyler non critica la società dell’annichilimento e della schiavitù sotto contratto con le parole, ma la sfida apertamente attraverso l’arma dell’Esempio. L’Esempio è egli stesso: con la sua sola presenza mostra come vivere e agire secondo dei princìpi, ai quali seguono inevitabilmente delle priorità: l’essere cioè a conoscenza di cosa sia importante o meno per sé stessi e il conseguimento dei propri ideali.

Al contrario del narratore anonimo, Tyler non ricerca il significato della propria esistenza tramite la validazione del mondo esterno; non costruisce protesi della propria identità e personalità con i possedimenti materiali, bensì accoglie il sacrificio e l’autodistruzione come mezzi per giungere alla conoscenza di se stesso e alla consapevolezza dell’inevitabilità della morte: consapevolezza, questa, che è per Tyler il motivo per il quale combattere a viso aperto una società consumista che punta a cloroformizzare le coscienze tramite la perversione della continua ricerca della perfezione, e incatenare gli individui in una esasperata ricerca di un inesistente benessere mentale attraverso i beni materiali. Omicidi, crimini e povertà non sono il problema, ma i sintomi di un problema ben più grande: uno stile di vita impostato all’annullamento dell’individuo e la distruzione dell’identità.

La filosofia di Tyler Durden non è un inno al menefreghismo e all’individualismo anarchico come il suo comportamento sfrontato può a prima vista far intendere, bensì alla ricerca una esistenza che, pur inevitabilmente destinata alla fine, sia votata al raggiungimento di uno scopo superiore, da perseguire con determinazione e consapevolezza, accogliendo il sacrificio e l’autodistruzione come mezzi per la generazione di un nuovo sé. Il Fight Club, e il Progetto Mayhem poi, sono ciò che anima la sua vita e lo spinge a superare ogni difficoltà, a compiere lavori che detesta, e a vivere ogni giorno in perfetta coerenza con i propri ideali.

Per rispondere, però, alla domanda “cosa voglio?”, è necessario prima rispondere a “chi sono?”. Tyler non azzarda definire chi sei, bensì chi non sei: «Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca: sei la canticchiante e danzante merda del mondo!». Quando ottieni la consapevolezza piena di non essere niente e nessuno, di essere irrilevante per l’esistenza dell’universo al di fuori di tutto ciò che è stato deciso ti rappresenta come persona, è il momento esatto in cui voti la tua vita alla ricerca di un significato superiore per te stesso e il mondo che ti circonda. L’alternativa, tragica eppure vera per molti, è rimanere intrappolati nel circolo vizioso produci-consuma-crepa, lasciando questo mondo esattamente come lo si ha vissuto: anonimamente. O, per dirla nelle parole stesse di Tyler Durden: se non rivendicherai la tua umanità, diventerai una statistica.

(di Federico Bezzi)