Da Collodi al nulla: l’estinzione delle storie italiane per ragazzi

Il successo di critica e pubblico di Lo chiamavano Jeeg Robot, dell’esordiente regista Gabriele Mainetti, conduce un giornale come il nostro, che non si occupa specificamente di spettacolo, a fare una serie di riflessioni sul valore di certe storie, per la cultura ma soprattutto per l’educazione dei giovani di qualsiasi comunità nazionale.

In questi casi una citazione per rompere il ghiaccio è sempre utile: “La fantasia fa parte di noi come la ragione: guardare dentro la fantasia è un modo come un altro per guardare dentro noi stessi” diceva il pedagogo Gianni Rodari. Il tema delle storie per ragazzi è un ambito in cui l’Italia ha prodotto opere illustri fino all’inizio dello scorso secolo, poi ha tenuto duro per qualche decennio, e infine è stata colonizzata, anche lì, dal gigante statunitense: lo stesso che ha cresciuto molti di noi, anche in generazioni non più tanto recenti, insieme alle produzioni giapponesi che, non casualmente, appartengono al Paese che più di ogni altro mantiene una propria identità nel “blocco capitalista”.

Certo, nello Stivale il pensiero, la letteratura e la filosofia non si sono mai estinti, ma non sono più accompagnati da una pedagogia giovanile: insomma, il Bel Paese produce cultura per adulti che sono già stati cresciuti da stranieri. E’ un fatto di straordinaria gravità, perché da decenni abitua le generazioni a recepire le storie e gli autori esteri (in particolare americani) come unica fonte di esempio, di emulazione, distruggendo di fatto ogni tipo di epicità e mitologia nazionale.

Tutt’altro scenario era quello di quasi un secolo e mezzo fa: in un’ Italia che si avviava unita verso il XX secolo, bisognosa più che mai di insegnamenti validi per i suoi futuri adulti, Carlo Lorenzini, in arte Collodi, pubblicava nel luglio 1881 la prima puntata di del suo racconto “La storia di un burattino”, in seguito noto come Le avventure di Pinocchio. Una volta completato, il lavoro fu raccolto in un libro unico, divenendo, per l’epoca, l’opera letteraria italiana più venduta nel mondo.

La storia di Pinocchio era la metafora perfetta delle esigenze di un popolo in gran parte analfabeta che, a pochi anni dalla legge Coppino, cercava di diffondere l’istruzione elementare per tutti. L’allegoria del burattino di Collodi va infatti oltre la favola: si sfiora l’esempio di romanzo italiano per eccellenza che molti vedono nei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. A traviare le vulgate sulla questione, la natura infantile della storia. Un approccio senza dubbio limitato, anche considerando che il primo finale Pinocchio si “fermava” ad una scena tragica: il burattino moriva infatti impiccato per il rimorso di aver dato pena al suo babbo. Mancava l’elemento della redenzione presente, invece, nella versione finale, risultato di un ampliamento dell’opera realizzato dall’autore a seguito delle numerose lettere di protesta ricevute dai piccoli lettori.

Che l’Italia fosse viva nell’ambito pedagogico (non solamente fantastico) è dimostrato anche da Cuore di Edmondo De Amicis, uscito nel 1886, e da Il giornalino di Gian Burrasca (1912) di Luigi Bertelli, meglio conosciuto come Vamba. Il minimo comune denominatore era sempre lo stesso: allevare e crescere i figli del Paese per costruire il futuro. Anche in opere non strettamente educative, comunque, c’erano autori italiani di enorme rilievo. E’ impossibile non citare i vari romanzi di un autentico maestro come Emilio Salgari, autore a cavallo del XIX e XX secolo di Le tigri della Malesia, Il Corsaro Nero, I Misteri della Jungla Nera e di molte altre storie avventurose che hanno appassionato e avvicinato alla lettura intere generazioni di giovani.

Anche il giornalismo per ragazzi ebbe una vasta copertura: dal Giornale per i bambini, edito nel ideato da Ferdinando Martini e diretto da Guido Biagi, al Giornalino della domenica, fino al celebre Corriere dei Piccoli del 1908.

Non potevano mancare le pubblicazioni giornalistiche durante il fascismo, che osservavano con ligio dovere i dettami ideologici del regime: da Il Balilla fino al Giornale dei ragazzi del 1926. Singolare la presenza, durante il ventennio, dei fumetti e dei cartoni di Walt Disney, uniche opere straniere ad essere consentite.

Quanto successo nel secondo dopoguerra è ben noto. Il progressivo imporsi della fumettistica americana e giapponese ha, di fatto, ridotto ai minimi termini le pubblicazioni italiane che, quando presenti, si sono spesso rifatte a modelli culturali stranieri (si pensi all’intera produzione della Bonelli editore negli anni ’80 e ’90, con personaggi come Dylan Dog e Martin Mystere). Nel cinema, il deserto più assoluto. Tra i pochi a resistere, il regista d’animazione Enzo D’Alò, che con film come La Gabbianella e il Gatto e la recentissima versione di Pinocchio (2013) ha provato a rilanciare il settore. Ma la qualità e gli investimenti non hanno quasi mai risposto alle aspettative.

Torniamo a parlare di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, il cui valore è importantissimo considerando che esplora il terreno del supereroe moderno, totalmente estraneo alla tradizione nostrana. Non si tratta solo un film italiano. E’ soprattutto un film all’italiana. Potremmo definire i suoi caratteri una commistione in salsa da supereroe tra “Romanzo Criminale” e “Gomorra – La serie”.

Il successo di critica e pubblico del film (realizzato con meno di due milioni di euro, un vero miracolo) ci porta a due considerazioni finali.

La prima riguarda la necessità di ricordare Gabriele Salvatores per aver sondato il terreno del fantastico un paio di volte in carriera. “Nirvana” (1996) non ebbe il successo sperato, mentre “Il Ragazzo Invisibile” (2014) pur non essendo un capolavoro di dialoghi e recitazione dei giovani protagonisti, riusciva a colpire con scene d’azione di inaspettata qualità. In ogni caso, il coraggio del regista napomilanese potrebbe aver inaugurato un filone editoriale che nel nostro Paese è virtualmente estinto da un secolo: in tal senso va ringraziato e incoraggiato.

La seconda considerazione è di ordine prospettico. Il mondo russo lo ha capito meglio di qualsiasi altro: Masha & Orso è un esempio di racconto visivo, fantastico, per bambini, indissolubilmente legato alla cultura nazionale russa. Sissignori, i cittadini del domani si formano con valori della propria terra e i valori della terra sono anche quelli per bambini. Non può non interessare chi come noi, comprende l’importanza e il valore educativo dei racconti che avvicinano al cielo.

Perché abbiamo bisogno di storie di fantasia. E per ragazzi. I nostri. Ne abbiamo bisogno da morire. Come se non ci fosse un domani.

(di Stelio Fergola)