L’oro di Dongo e qualche scheletro nell’armadio del PCI

E’ il 1996, piena era post-ideologica, quando Roberto Festorazzi, nel libro Tesoro di Dongo, comincia a fornire una maggiore chiarezza storica a ciò che, nei cinquant’anni precedenti, gli eccessi della vulgata antifascista apologetico-resistenziale aveva tenuto nascosto o trattato con faziosità, ossia il famoso oro di Dongo, un patrimonio la cui cifra oscillò tra i 200 e i 600 miliardi di lire, il quale venne fuso ed incamerato occultamente dal Partito Comunista Italiano con abili investimenti immobiliari nel capoluogo lombardo e a Roma.

Per quanto concerne il capoluogo lombardo, vennero comprati dal Partito Comunista appartamenti, villette e un intero edificio nella zona più centrale, esattamente in Via Pietro all’Orto, traversa di Corso Vittorio Emanuele (all’epoca centro nevralgico di forti speculazioni edilizie).

Per la costruzione dell’edificio – che attualmente ospita il cinema Arlecchino – Pietro Secchia, colui che non ci avrebbe pensato due volte a scatenare una guerra civile nel clima incandescente pre-elezioni del 17 aprile 1948, affidò ad Alfredo Bonelli il compito di finanziare la costruzione dell’immobile.

Acquirente di tale immobile divenne, successivamente, l’industriale Cella, colui che rilevò da Benito Mussolini, alla vigilia della partenza da Milano verso il Ridotto Alpino Repubblicano (25 aprile 1945), la tipografia de Il Popolo d’Italia in piazza Cavour a Milano, la quale divenne la prima sede de “l’Unità”.

Per quanto concerne Roma, il denaro sottratto dall’oro di Dongo e dalle casse fasciste della Repubblica Sociale Italiana (esperienza che si chiuse con un attivo di 20 miliardi e 900 milioni di lire) venne rinvestito dal Partito Comunista nell’edilizia e in terreni in cui si stavano costruendo palazzine iniziate nei primi anni della guerra.

Il caso lampante è il palazzo di via delle Botteghe Oscure, sede della direzione del PCI, acquistato per 30 milioni di lire dalla Società di Riassicurazioni. Gli avversari politici lo ribattezzarono subito “palazzo Dongo” senza torto alcuno.

Infatti, stando a quanto testimonia Alfredo Bolelli, socio di Pietro Secchia negli affari edilizi milanesi del PCI, i bigliettoni da mille che, per impossibilità, non furono investiti nel capoluogo lombardo, furono investiti a Roma nell’acquisto di una tipografia e due proprietà immobiliari, una appunto nella via adiacente a Largo di Torre Argentina.

A smascherare gli introiti finanziari del PCI sono inoltre Valerio Riva e Francesco Bigazzi nel loro saggio monumentale, in cui si narra con attenzione la vicenda legata alla speculazione edilizia del palazzo di via Pavia a Roma, in cui emerge una collusione cospiratoria tra la Società Anonima Terreni Edilizi (SATE) e alcuni suoi azionisti di maggioranza, Angelo e Samuele Sonnino, prestanome del Partito Comunista Italiano appartenenti a ricche famiglie ebree comuniste della Roma bene.

Avendo mosso abilmente le pedine, ponendo due azionisti di maggioranza all’interno della SATE, il Partito Comunista si arroga il diritto di convocare l’assemblea dei soci non più nella sede legale della SATE, bensì negli uffici amministrativi del PCI in Corso Rinascimento, a Roma.

Mossa che porterà ad un aumento del capitale sociale della SATE di circa 1 milione e 700 mila lire, la costituzione di un nuovo consiglio d’amministrazione, in cui spicca la figura di Alfio Marchini, organizzatore dei GAP, e attentatore, insieme a Rosario Bentivegna, per quanto concerne la strage di Via Rasella del 23 marzo 1944 ai danni di 33 ufficiali del Reparto altoatesino Bozen e capo del comando militare del PCI romano e un nuovo organo sindacale, in cui figura il nome di Walter Audisio, alias “il colonnello Valerio”, colui che, tra contraddizioni e mistificazioni, viene considerato dalla storiografia paranoide il sedicente esecutore dell’assassinio di Benito Mussolini a Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945.

La presenza nel collegio sindacale di Walter Audisio, di Alfio Marchini e del fratello, coordinatore del sistema di spionaggio PCI-forze alleate durante la guerra civile, è un’implicita testimonianza di come il palazzo in via Pavia sia stato costruito con i proventi giunti dall’oro di Dongo.

Tesi, questa, che viene confermata anche nel libro di Festorazzi citato poc’anzi, il quale sostiene che l’aver seppellito magistralmente per 50 anni la vicenda su Dongo non abbia assolutamente impedito alla gente di pensare che le istituzioni repubblicane possano essere considerate anche nasciture rispetto a un furto, in quanto il destinatario dei proventi sottratti dai partigiani comunisti non fu lo Stato, bensì il partito: il PCI.

Bettino Craxi, in sede di processo sulle tangenti Emimont ai partiti (1993), colse perfettamente nel segno quando ebbe a dire che in Italia il sistema di finanziamento ai partiti conteneva delle irregolarità e illegalità sin dagli inizi della terza parentesi repubblicana e che la vicenda dell’oro di Dongo non si limitava a ladrocini di ordinaria amministrazione, ma conteneva al suo interno una sorta di “leva mortale” che fa si che si scaturiscano feroci regolamenti di conti in campo politico/istituzionale.

Non è un caso, infatti, che nelle ombre del lago di Como si siano consumati, tra il maggio e il giugno 1945, feroci regolamenti che nulla hanno di diverso a quanto successo tra il 1945 e il 1949 tra Parma, Modena e Reggio Emilia con il cosiddetto Triangolo della Morte emiliano (o Triangolo Rosso).

Per un’ulteriore conferma basta leggere i verbali del processo di Padova, celebrato nel 1957 per fare luce su quei fatti per accorgersi immediatamente che sullo sfondo della “vicenda Dongo” vi era un intreccio di opposte visioni politiche: la prima, partitocratica e antilegalitaria, si scontrava con quella fedele alle regole dello Stato di diritto.

In sede di processo, i comunisti non ammisero mai di aver depredato il Tesoro di Dongo per ricostruire il partito, tuttavia dovettero riconoscere che quel “prelievo” andò al comando della Divisione Garibaldi. Poiché la lunga prassi cospiratoria (come nel caso della SATE – palazzo via Pavia a Roma) aveva abituato i comunisti a non lasciare traccia dei movimenti contabili, si preferì non continuare a forzare la mano su quegli impieghi di denaro in sede di processo.

Resta comunque chiaro come, analogamente all’appropriazione dell’oro di Dongo del PCI, anche l’appropriazione di denaro da parte della Divisione Garibaldi sia da considerarsi illecito a tutti gli effetti. Segreti ed intrallazzi, quelli del PCI, che non riguardano solo gli introiti finanziari derivati da appropriazione di denaro illecito, bensì anche la copertura giudiziaria per quanto concerne gli attentati della Volante Rossa nella Milano del 1947.

Il gruppo terroristico Volante Rossa – Martiri Partigiani opera nel capoluogo lombardo per circa 4 anni, dall’estate del 1945 al 1949 (analogamente allo stragismo emiliano) ed è costituito da reduci della 116a, 117a e 118a Brigata Garibaldi, i quali, dal 9 gennaio 1947 fino al 27 gennaio 1949 si rendono autori di diverse operazioni terroristiche e omicidi, di cui non si conosce esattamente il numero esatto.

Si è a conoscenza della cifra esatta, invece, del numero dei componenti contro cui viene celebrato il processo nel 1951: 32. Dei seguenti elementi, 27 sono in carcere e 5 latitanti. Il processo del 1951 terminerà con la condanne di 23 imputati tra le quali 4 ergastoli.

Dei cinque latitanti condannati in contumacia, tre – Giulio Paggi, Paolo Finardi e Natale Bruno – sfuggono all’arresto grazie all’abile complicità del PCI, il quale mette a disposizione mezzi per l’espatrio in Cecoslovacchia (per quanto concerne Giulio Paggi e Paolo Finardi) e in URSS (per quanto concerne Natale Bruno). I 3 saranno successivamente graziati da Sandro Pertini, il 26 ottobre 1978. Alla faccia della questione morale.

(di Davide Pellegrino)