British Blues: quel legame tra John Mayall e Mick Taylor

Nella Londra del 1965, invasa dagli Hippie che strizzavano l’occhio già alle sonorità che si sarebbero create negli anni a venire grazie a menti quali Jimi Hendrix e Syd Barrett, viene da chiedersi come abbia fatto un mediocre studente d’arte di Manchester come John Mayall a diventare il pioniere del British Blues con Peter Green, riscopritore di Elmore James nel suo primo periodo nei Fleetwood Mac con brani quali I Held My Baby Last Night e Love That Burns.

La risposta: Bluesbreakers with Eric Clapton (1966). Oltre a segnare la nascita del Rock Blues – del quale i Cream, i Blind Faith e i Derek and the Dominos saranno i vate assoluti in seguito – entusiasma e lascia a bocca aperta l’intero panorama musicale, allora abituato alle sonorità più morbide di Muddy Waters, B.B. King, Howlin’ Wolf e Buddy Guy in termini di blues urbano.

A fare da padrone è il crunch dell’accoppiata Marshall Bluesbreaker – Gibson Les Paul del 1959 di Eric Clapton, il quale colorerà in maniera aggressiva blues standard quali Hide Away di Freddie King e Have You Heard (About My Baby), di cui si ricorda molto volentieri la versione più “slow” contenuta nell’album Behind The Iron Curtains con Walter Trout con Coco Montoya a spartirsi le parti solistiche. Tuttavia, come per Ozzy Osbourne con Randy Rhoads, l’affetto più grande, John Mayall, lo provó nei confronti di un ragazzino diciassettenne di Welwyn Garden City, tale Mick Taylor.

Durante una jam session improvvisata dietro le quinte con Jimi Hendrix, di lui Keith Richards ebbe a dire che nel suo modo di suonare, di pizzicare le sei corde, vi era tutto, dal sustain al vibrato al concepimento e interpretazione del brano.

Con i Bluesbreakers registrerà, nel 1967, Crusade, contenente la cover di Oh, Pretty Woman di Roy Orbison e Snowy Wood, suo brano strumentale che gli vale, nel 1969, la chiamata da Mick Jagger e soci per sostituire Brian Jones alle chitarre, che di lì a poco avrebbe ingrassato il cosiddetto “Club 27”. Rimase nei Rolling Stones fino al 1974.

Sue, in parte, le chitarre in pezzi da novanta quali Brown Sugar, Bitch (Sticky Fingers – 1971) e Gimme Shelter (Let It Bleed – 1969). Vi sono state – e vi sono tuttora – numerose diatribe in merito al motivo dell’abbandono dei Rolling Stones da parte sua; c’è chi la imputa alla rottura della band con il rock blues, altri invece al rapporto difficile con Keith Richards, dipendente più che mai dall’eroina. Io ci vedo un lato romantico, ossia la sua voglia di ritornare dal maestro che lo aveva lanciato al grande pubblico.

Nel 1982, otto anni dopo l’addio a Mick Jagger, infatti, è sul palco con John Mayall nel Reunion Concert del quale si ricorda la versione di Lookin’ For Willie di ben 10 minuti e un tributo ad Howlin’ Wolf, “la più grande voce Blues di sempre”, come la ebbe a definire Bonnie Raitt.

Stesso copione lo si ha nel 2003: venne invitato dal polistrumentista di Macclefield in occasione del concerto per il suo 70º compleanno, nonostante otto anni prima si fosse macchiato di un peccato mortale, ovvero la collaborazione con Ligabue nella registrazione di Hai un Momento Dio.

Se questo non è amore, cos’è?

(di Davide Pellegrino)