20 febbraio 1909: veniva pubblicato il Manifesto del Futurismo

Era il 20 Febbraio 1909 quando sulle colonne del prestigioso giornale francese Le Figaro appariva il ‘Manifesto iniziale del futurismo’. Con questa pubblicazione prendeva vita ufficiale il futurismo, avanguardia letteraria, artistica e politica destinata a diventare in breve tempo un movimento cardine del panorama culturale italiano ed europeo.

L’obiettivo principe dei futuristi era quello di abbattere il concetto di arte come oggetto decadente confinato e mostrato solo nei musei e nei luoghi di cultura tradizionali ed elitari. Marinetti, ed i suoi seguaci, proponevano un’ arte libera, veloce, dinamica e violenta, in poche parole un’ arte a specchio della vita moderna, che iniziava a mostrarsi proprio nei primi anni del ‘900, grazie a innumerevoli innovazioni tecnologiche. Le ambizioni di questo movimento si potevano identificare quindi in due punti cruciali: l’esaltazione della modernità e l’impeto irruento del fare artistico.

Come riportato dall’enciclopedia Treccani, il futurismo “si fece promotore di un atteggiamento vitalistico e attivistico che avrebbe dovuto investire e modificare radicalmente ogni dominio artistico e culturale e la stessa politica”.

I futuristi si diedero quindi l’ambizioso obbiettivo di fare tabula rasa del vetusto “concetto d’arte” e delle forme tradizionali del fare artistico, proiettando l’arte in un futuro dinamico, meccanico e moderno. Grazie alla sua poliedricità il futurismo riuscì a tangere quasi ogni forma d’arte, passando da letteratura e pittura fino ad arrivare a danza, teatro e musica.

Per capire al meglio impatto irruento, dinamico e fuori dagli schemi di quest’avanguardia proponiamo quindi il sopracitato manifesto:
1. Noi vogliamo cantar l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.
2. Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.
5. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
6. Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.
7. Non v’è più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.
8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.
9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertarî, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica.
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

(di Pietro Ciapponi)