Italia e rugby: un amore finito sul nascere?

Si ripete spesso che le cose più belle non durino mai abbastanza e nella nazione calciofila per eccellenza, alla pari con il Brasile, il rugby ha rappresentato la piacevole scoperta sportiva del terzo millennio.

Come dimenticare il debutto nel Sei Nazioni con tanto di vittoria sui campioni uscenti della Scozia, o il passaggio delle partite casalinghe dallo stadio Flaminio a quello Olimpico a partire dal 2012. Ed è proprio lo stadio Olimpico, durante le partite interne del torneo fra le principali nazionali europee, a mostrare i segni di una disaffezione tra gli italiani e lo sport della palla ovale.

Il Sei Nazioni 2017 si è aperto con due gare interne di fila a distanza di sei giorni l’una dall’altra, ed in entrambe le occasioni i dati degli spettatori hanno superato quota quarantamila unità solamente grazie ad una foltissima presenza di tifosi ospiti. Eppure lo scorso anno lo spettacolo mostrato dagli spalti era nettamente diverso. Nella seconda gara interna di questo anno, contro l’Irlanda, non si è dovuto nemmeno provvedere ad aprire alcuni settori nord dei distinti.

Gli “sport minori” vivono di entusiasmo e l’Italrugby, nonostante prestazioni spesso gagliarde, latita nei risultati da diversi anni (tredici sconfitte nelle ultime quattordici partite del torneo). Le sconfitte, spesso onorevoli ma altrettanto spesso da record negativo del torneo (non ultima la sconfitta casalinga più larga mai subita da una nazionale nella storia del Sei Nazioni ad opera dei verdi irlandesi), stanno allontanando il pubblico. Il rugby vive di momenti e tempistiche diverse dagli altri sport, ne è testimonianza l’usanza del “terzo tempo” in cui tifosi e squadre si ritrovano dopo la gara, indipendentemente dal risultato, a bere e festeggiare insieme. Buone abitudini impraticabili per altre manifestazioni sportive. Eppure la convivialità non basta più ad attrarre il pubblico delle grandi occasioni, se non nel caso di una partita contro una nazionale di cartello (ad esempio gli All Blacks neozelandesi che a novembre fecero registrare il tutto esaurito).

A ciò si aggiunge che negli anni in cui la febbre per la nazionale saliva, il numero di praticanti non è invece proporzionalmente cresciuto . L’attuale selezione azzurra è legata a capitan Parisse che nonostante i suoi 33 anni, che a settembre saranno 34, non sembra avere alle spalle una nuova generazione in grado di ridare slancio all’intero movimento. Il lavoro del nuovo commissario tecnico, l’irlandese Conor O’Shea, sembra orientato proprio al lungo periodo, con la volontà di ripartire dai settori giovanili e dalle Accademie, ma siamo sicuri che gli italiani aspetteranno ancora molto per il capovolgimento di gioco e risultati del XV azzurro?

(di Luca Lezzi)