La Grassa: “Europeisti schiavi dell’establishment”

Come al solito, parto da un articolo; questa volta di un giornale contrario all’establishment italiano. Tuttavia, non è tanto la critica al CETA che m’interessa (anche se credo sia una critica giustificata) quanto appunto lo spunto che essa mi fornisce in merito ad idee che mi frullano in capo da tempo.
Sappiamo bene ormai chi e che cosa sono stati e sono gli “europeisti”.

Sappiamo com’è nata l’idea di questa disastrosa unione, voluta da uomini tanto celebrati quanto soltanto servi degli Stati Uniti e da essi finanziati a getto continuo per tenere la nostra area a loro pienamente subordinata. Per circa mezzo secolo – grazie alla “gara” chiamata “guerra fredda” tra Usa e Urss; sempre ingigantita dai soliti politici e intellettuali o ignoranti o sciocchi come stesse per scoppiare quella “calda”, mai stata all’orizzonte (e anche su questo si dovrà un giorno dire la verità) – una parte, la meno sviluppata d’Europa, ristette sotto l’influenza sovietica. Poi infine, si ricompose l’unità dei servi alle dipendenze dell’unica superpotenza rimasta.

E subito, tuttavia, si rimise in moto una “più vecchia storia” (quella rimasta cristallizzata nel periodo del mondo bipolare); ci si riavviò lentamente verso il multipolarismo, grazie al risorgere di una diversa Russia (non più l’ossificata per quanto potente Urss, vero gigante dai piedi d’argilla) e alla dissoluzione del Terzo Mondo (santificato dai pseudorivoluzionari prima innamorati della Classe Operaia, affossatrice mancata del capitalismo, nel frattempo modificatosi ampiamente rispetto alle errate interpretazioni propalate dai “marxisti” del XX secolo, cui ho appartenuto anch’io per molto tempo); un Terzo Mondo che ha visto quasi metà popolazione della Terra (Cina, India, Brasile e qualche altro paese) avviarsi lungo una via somigliante a quella capitalistica (ma anch’essa con particolarità varie e mai studiate a fondo anche perché certamente non facili da comprendere).

Di fronte alla sorpresa del multipolarismo, pur solo incipiente, mentre credevano di essere ormai soli a comandare senza problemi in un unico “Impero” mondiale, una serie di presidenze (cioè di nuclei dirigenti) statunitensi, di assoluta mediocrità e assai aggressive, si sono susseguite favorite solo dall’enorme potenza, economica e bellica, accumulata.

Siamo infine giunti alla forse più miserabile presidenza, quella di Obama, che ha tentato di farsi seguire da una ancora peggiore della sua, fallendo piuttosto imprevedibilmente in questo intento; e ne è uscito vincitore Trump. Riuscirà costui (cioè il gruppo dirigente che l’ha espresso) a far risalire le sorti del paese senza far soltanto assegnamento sulla suddetta potenza? Non sono un profeta – come si finge la gran massa di intellettuali e giornalisti, ultraignoranti e presuntuosi, oggi straparlanti nei mass media – e quindi non prevedo alcunché. Mi limito a cercare di capire che cosa accade; e già ci si rompe il cervello in questo compito.

Mi sembra che Trump stia procedendo con qualche zig zag, ma è meglio non arrivare a immediate conclusioni perché ha opposizioni tali che un simile percorso è comunque obbligato. Tuttavia è indubbio che non sarà facile per il neopresidente perseguire quanto ha ufficialmente dichiarato. Risulta intanto del tutto evidente che l’establishment europeo – sia quello posto alla dirigenza di una ormai pericolosa e distruttiva UE sia quello al governo nella quasi totalità dei paesi ad essa aderenti – non sembra intenzionato ad alcuna revisione politica, avendo sposato da tempo immemorabile la totale subordinazione agli Usa pre-Trump; e infatti si è subito schierato apertamente e senza riserve con il precedente nucleo dirigente americano, che fa la fronda al neopresidente. Anche l’approvazione del CETA sembra in fondo una delle mosse di questa scelta assai decisa.

Quello che era già in panne è il trattato transatlantico, osteggiato dal governo tedesco (mentre era in fondo voluto dagli Usa di Obama). Adesso sembra saltato definitivamente, come pure quello transpacifico, per scelta della nuova politica statunitense. Tuttavia, non credo che il pericolo sia scongiurato per sempre. Se la nuova Amministrazione americana fosse battuta (non so in quale modo), potrebbe rimettersi in moto qualche intenzione di riprendere in mano il TTIP. In ogni caso, ciò che conta è lo schieramento netto e reciso dell’europeismo suddito a favore del vecchio, ma non certo superato, establishment Usa.

E’ gesto di disperazione? Non credo proprio, la posizione di Trump resta abbastanza debole. E qui da noi, gli antieuropeisti mi sembrano pur essi non propriamente forti; pur se sono in crescita in alcuni paesi decisivi. La battaglia antieuropeista è quindi di rilevante importanza; anche per quanto accadrà negli Stati Uniti.

Al momento, vi è lotta accanita tra questi nuclei dirigenti Usa anti-Trump, uniti ai loro subordinati europei ancora in sella nella nostra area (e nemmeno ci si lasci illudere troppo dalla “brexit”, di cui ancora non si vedono chiari effetti risolutivi), e la nuova Amministrazione presidenziale americana con ciò che essa può rappresentare. Qui in Europa è indispensabile si sviluppi una lotta accanita all’europeismo perdurante da settant’anni e assai peggiorato nell’ultimo quarto di secolo. Stiamo inoltre attenti perché una parte dell’antieuropeismo oggi in azione – quello che insiste contro il presunto predominio tedesco o si riferisce al potere finanziario transnazionale, ecc. – è di fatto estremamente pericoloso e potrebbe favorire in definitiva coloro che sostiene di voler combattere. Forse l’organizzazione politica più positiva è al momento la lepenista in Francia.

Tuttavia, fondamentale sarebbe una energica azione autonomista in Germania contro gli attuali governanti. Tuttavia, devono essere abbandonate nostalgie per passati irripetibili. La strada sembra in effetti ancora lunga da percorrere. Questo è comunque un anno che qualcosa ci chiarirà; vedremo come si sposteranno gli attuali “equilibri” in fase di comunque notevole perturbazione. Per quanto riguarda la specifica situazione italiana, pur sempre nel quadro della perturbazione in oggetto, rinviamo ad un momento successivo.

(di Gianfranco la Grassa)