Viaggio a Montségur, l’ultima fortezza dei catari

Ci sono luoghi che possiedono una forte valenza simbolica e spirituale. Luoghi dove anche il visitatore più distratto e scettico può sentire quel brivido lungo la pelle, quella sensazione ambigua e vaga di trovarsi in un posto fuori dal comune. Il Castello di Montségur è sicuramente uno di quei luoghi. Arroccato a 1200 metri d’altezza, vicino ai Pirenei francesi, fu costruito nel 1204 dal potente signore occitano Raymond de Pereille. Attualmente dell’antico chateu che dominava la vallata rimane ben poco, e le rovine sono state nuovamente colonizzate da piante e animali selvatici. Raymond de Pereille decise di costruire la fortezza come ultimo e disperato rifugio per le rimanenti comunità catare dell’Occitania e della Linguadoca.

I catari (dal latino medievale chatarus, puro) erano gli appartenenti a un movimento ereticale che durante il Medioevo si era diffuso in ampie parti dell’Europa. Le loro maggiori comunità si trovavano principalmente nell’odierno sud della Francia, a ridosso dei Pirenei. I catari, o albigesi (poiché molto radicati nella città occitana di Albi), propugnavano a livello teologico un profondo dualismo fra il bene e il male, simboleggiati dall’eterno scontro fra la luce e la tenebra. Lo stesso Dio, per il catarismo, era a sua volta ambivalente; a un Dio buono, redentore e Padre, contrapponevano un Dio malvagio, creatore del mondo fisico e materiale. Anche Gesù Cristo non era un vero uomo, ma bensì un angelo in sembianze umane. Essendo la materia indissolubilmente legata al Dio malvagio, l’uomo puro (il cataro, quindi) doveva slegarsi da tutto ciò che era materiale e terreno. Molti catari, per esempio, si astenevano totalmente dal sesso e dal cibo, reputando il lasciarsi morire di fame un estremo atto di fede. Anche il suicidio poteva dunque diventare un atto religioso per liberarsi dal proprio corpo terreno e corrotto.

Anche la Chiesa cattolica, ovviamente, divenne oggetto di critica da parte delle comunità catare. A sua volta, il Papato iniziò a considerare l’eresia albigese come pericolosa e da estirpare. In molte città francesi, chiese e conventi divennero oggetto di feroci attacchi da parte di cittadini ispirati dalle idee del catarismo. Tuttavia in Linguadoca e in Occitania il fenomeno era ormai talmente diffuso che molti nobili iniziarono a simpatizzare apertamente per i catari, dando loro asilo e protezione. La reazione alla “minaccia catara” nacque dalla comunione d’intenti fra il Papato romano e la monarchia francese. Per vent’anni, dal 1209 al 1229, la Francia meridionale fu sconvolta dalla crociata lanciata dal papa contro le comunità albigesi della zona. Il Re di Francia Filippo II Augusto, prendendo la palla al balzo, si unì alla Guerra Santa nella speranza di annettere al suo regno le contee meridionali che agivano ancora come indipendenti.

Il Castello di Montségur sopravvisse alla crociata, vedendo tuttavia molte altre comunità catare venir annientate dalle armate francesi. Resistette fino al 1243, quando venne infine assediato dall’esercito del Re di Francia guidato dal siniscalco reale Hugh de Arcis. Solamente 400 albigesi erano rimasti all’interno della fortezza fatta costruire 40 anni prima in loro difesa. Resistettero tuttavia coraggiosamente per 11 mesi, ma nel marzo 1244 furono costretti a capitolare. Per aver salva la vita, agli albigesi assediati fu chiesto di abiurare la loro eresia. 222 catari tuttavia si rifiutarono di abbandonare la loro dottrina, e vennero bruciati vivi in massa il 16 marzo 1244. Fra di loro c’erano anche alcuni famigliari dello stesso Raymond de Pereille. Con la caduta dello Chateu de Montségur l’eresia catara poteva dirsi definitivamente estirpata dalla Francia.

Ben presto nacquero attorno al castello albigese numerose storie e leggende. Una di queste racconta come, durante l’ultima notte d’assedio prima della capitolazione, quattro sacerdoti catari avessero abbandonato Montségur per portare in salvo alcuni preziosi tesori. Sono in molti, ancora oggi, a interrogarsi su quali ricchezze i catari custodissero dentro i bastioni della fortezza. Per molto tempo si è creduto che a Montségur fosse nascosto, e protetto, addirittura lo stesso Sacro Graal. Secondo alcune leggende, era il Graal dunque il tesoro portato in salvo dai catari prima della conquista crociata del castello. Nel poema medievale Parzival, la rocca in cui la sacra coppa è custodita si chiama Monsalvat, che proprio come Montségur significa “montagna sicura”. In un’altra storia legata al Graal, il suo custode sarebbe un cavaliere occitano di nome Perilla. Non poi così diverso, a ben vedere, da Pereille, il casato del costruttore di Montségur.

Nel tempo dunque la rocca di Montségur ha acquistato la fama di Tempio del Graal, luogo sacro adibito alla sua protezione e custodia. Gli stessi catari, in molte leggende, furono visti come i custodi dei più profondi segreti della cristianità, a iniziare dalla stessa discendenza di Gesù e Maria Maddalena. Al di là delle storie, le rovine del castello attirano ogni anno migliaia di visitatori. Appassionati di esoterismo e spiritualità si danno appuntamento a Montségur all’approssimarsi del solstizio d’estate. Grazie a una particolarità architettonica infatti, in quel periodo si possono vedere i raggi del sole che sorge attraversare le feritoie della fortezza. La luce, entrando da quelle orientali e uscendo da quelle occidentali, sembra indicare un luogo lontano. Il luogo, si dice, in cui i quattro catari scampati al rogo del 1244 nascosero il loro prezioso tesoro.

(di Andrea Tabacchini)