La Lira: una storia di dignità

Come ogni forma di propaganda, anche quella antinazionale e filoeuropeista trae la propria forza dalla rimozione dello spirito critico e della memoria collettiva. Dalle tribune politiche agli approfondimenti dei quotidiani, passando per gli immancabili salotti pseudo intellettuali della “gauche caviar”, ogni giorno gli indomiti alfieri dell’integrazione europea ci ricordano quale triste momento vivremmo oggi senza l’Euro, dipingendo il profilo di un’Italia in preda a carestia, pestilenza e locuste in caso di ritorno alla “Liretta”. Non si contano più ormai i fiumi di parole spesi al solo scopo di bollare la vecchia moneta come storicamente debole e inaffidabile, e nello stesso tempo celebrare il “Fiscal Compact” come la giusta via sovranazionale dell’espiazione e della redenzione.

Questa ricostruzione dei fatti perde ogni attendibilità e si rivela appunto come propaganda davanti alla storia dei 140 anni della Lira italiana; una storia tutt’altro che fallimentare. Come ben evidenziato dall’Enciclopedia online di Banca, Borsa e Finanza nell’ambito del Progetto Bankpedia, infatti, con l’entrata in circolazione dell’Euro a partire dal 1°gennaio 2002 “la lira italiana esce di scena con un bilancio non certo brillante, ma nemmeno negativo e tanto meno disastroso” , non avendo conosciuto, tra l’altro, “crisi disastrose con cambi del nome e del valore della moneta fin quasi al suo annullamento”. Basti pensare alla storia travagliata di una moneta considerata forte come il marco tedesco.

La “nostra” lira, dunque, come tutte le altre valute, e non certo più di loro, ha vissuto fasi di forte deprezzamento, soprattutto nei due dopoguerra e dopo la crisi valutaria del 1971 e la successiva crisi petrolifera del 1973; tuttavia, prosegue Bankpedia, “anche il franco francese, la lira sterlina e lo stesso dollaro USA non sono stati immuni da cadute pesanti”. A tutti coloro che “dall’Euro non si torna indietro” o che “pensa che disastro se stavamo ancora con la Lira”, è necessario rinfrescare la memoria sui due principali cicli espansivi vissuti dalla vecchia moneta nazionale, per certi versi molto diversi, entrambi, però, accomunati da un’unica regia e centro propulsivo: la Banca d’Italia.

Il primo ciclo fortemente positivo si ebbe all’inizio del Novecento e durò almeno sino allo scoppio della guerra nel 1914. Nel 1893 c’era stata la crisi della Banca Romana, uno dei sei istituti di emissione allora esistenti: non solo una crisi bancaria insanabile, per quello che era stato l’erede della Banca dello Stato Pontificio, ma anche un grave scandalo politico, che aveva scosso il sistema finanziario del giovane Regno d’Italia, provocando una crisi di fiducia nella Lira. Fu proprio in questa circostanza che dalla fusione di tre di quei sei istituti di emissione venne costituita la Banca d’italia, con l’obbligo di rilevarne gli ingenti crediti in sofferenza e di liquidare la Banca Romana entro venti anni. Al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia fu confermato il privilegio di emissione, ma “con la limitazione e l’obbligo della conversione in biglietti della Banca d’Italia”.

L’anno successivo il Tesoro affidò definitivamente il servizio di Tesoreria dello Stato alla nascente banca centrale, protagonista da quel momento della stabilizzazione della Lira – che conobbe una fiducia senza precedenti da parte degli operatori economici internazionali – e promotrice dello sviluppo industriale del primo Novecento, con investimenti soprattutto nel campo siderurgico.

Iniziò così una storia d’interdipendenza tra la Lira e la Banca d’Italia. Proprio a quest’ultima la legge del maggio del 1926 affidava in maniera esclusiva il servizio di emissione nazionale. Appena due mesi dopo, nel “discorso di Pesaro” (18 agosto 1926), Mussolini dava inizio alla “battaglia per la difesa della Lira”, che portò al conseguimento della famosa “quota 90” sulla sterlina. La successiva riforma bancaria del 1936 trasformò la Banca d’Italia in istituto di diritto pubblico e affidò al suo capo, il Governatore, la guida di un Ispettorato per la vigilanza bancaria, alle dipendenze del Tesoro. Un assetto, quello del periodo fascista, confermato nel dopoguerra dalla legge del 1947, che, pur abrogando l’Ispettorato, manteneva il sistema della vigilanza affidato alla banca centrale, rafforzandolo anzi, in quanto sua funzione propria, e non più delegata dal Tesoro.

Per il secondo importante ciclo espansivo della Lira è necessario aspettare il decennio 1955-1965, quello che il Daily Mail in una corrispondenza da Roma del 25 maggio 1959 definì del “miracolo economico” per via “del livello di efficienza e prosperità del potenziale produttivo” raggiunto; un’Italia, secondo The Economist sempre nel 1959, “scalciante e urlante […] trascinata, in pieno XX secolo, dal suo assetto contadino a un assetto industriale”. Un boom per certi versi inatteso per la classe dirigente democristiana, e che smentiva il dibattito interno al PCI circa la “tare originarie” del capitalismo italiano, che avrebbero portato ad un inevitabile sbocco rivoluzionario, sancito dall’alleanza tra braccianti del Sud e operai del Nord.

Le cifre parlano chiaro. Dopo la crisi inflattiva galoppante dei primi anni dopo la guerra, tra il 1958 e il 1963 il PIL prese a salire ad un tasso medio del 6.5% con punte dell’8%, e nel 1964 il reddito nazionale medio era aumentato del 50%. Per la prima volta nella storia della Penisola, il numero degli addetti del settore agricolo fu superato dagli addetti dell’industria e dei servizi. Un’emigrazione interna senza precedenti dal Sud verso il Nord aveva strappato milioni di italiani alle campagne e trasformato il volto delle grandi città, ora segnato da ciminiere e grandi palazzi.

Il 1960 è una data particolarmente significativa. È l’anno dell’orgoglio per le Olimpiadi di Roma, riprese per la prima volta dalla televisione, quasi a rappresentare come nella staffetta olimpica un cambio, ma simbolico in questo caso, dell’immaginario collettivo in precedenza segnato dalle immagini forti e sofferenti del cinema neorealista. È anche il primo anno nel quale la spesa della Pubblica Amministrazione segna un seppur modesto avanzo primario. Ed è l’anno, infine, nel quale una giuria internazionale nominata dal Financial Times premia la lira italiana con un Oscar come moneta più salda del mondo occidentale.

Poco noto, invece, è il nome del silenzioso e abile stratega dietro questo boom economico: Domenico Menichella. Già direttore generale dell’IRI negli anni Trenta, autore di fatto della riforma bancaria del 1936, venne chiamato nel 1947, in una sorta di continuità tecnica, operativa e di merito dal fascismo alla nascente Repubblica, alla guida della Banca d’Italia. Scelto da De Gasperi come negoziatore con gli Stati Uniti per la gestione dei fondi per la ricostruzione del Piano Marshall, ideatore della controversa e troppo vituperata Cassa del Mezzogiorno e del Piano Senigaglia per il rilancio dell’industria siderurgica, nonché mentore dell’ENI nel “periodo d’oro” di Enrico Mattei, seguì personalmente nel 1957 la firma a Roma del Trattato costitutivo della CEE, premurandosi di far inserire al governo Segni “clausole di salvaguardia” per il ripristino dei dazi doganali precedenti in caso di necessità per il mercato nazionale.

Fu Menichella che riuscì a stabilizzare il cambio della Lira sul Dollaro a quota 625, permettendo la rivalutazione delle riserve di Bankitalia e la riduzione dell’indebitamento del Tesoro, grazie ad un maggior apporto della prima al finanziamento del secondo. Si crearono così condizioni più favorevoli per l’accesso delle imprese ai finanziamenti, con un sistema di crediti per le banche che si adeguavano a questo indirizzo, e un aumento senza precedenti della liquidità che favorì investimenti e progresso tecnologico (sono gli anni dell’ultimazione della diga del Vajont e della posa dei mattoni dei primi impianti nucleari italiani).

Gli indubitabili successi conseguiti dalla Lira nel corso della sua storia, oltre ad essere legati a politiche e scelte interne ben oculate, s’inseriscono certamente all’interno di trend internazionali favorevoli: non a caso, il trentennio 1945-1973 è quello che lo storico Hobsbawm ha definito “età d’oro” del Novecento.

Tuttavia, rievocare personalità quali Domenico Menichella – servitori umili, silenziosi, spartani, e spesso dimenticati, della causa nazionale, indipendentemente dal tipo di regime politico nel quale hanno operato – rappresenta un’operazione di giustizia e verità storica; così come riportare nel dibattito politico la tematica della sovranità monetaria, della dignità di una moneta nazionale e dell’importanza di una banca centrale che la emetta è un ottimo viatico alla velenosa propaganda filo Bruxelles che fa leva proprio sull’ignoranza del nostro passato.

Non è per niente casuale che i diffamatori mediatici della Lira in stile “l’Euro ci ha salvato” e “ci vuole più Europa (nel senso di più Unione Europea)“ hanno come beniamini due campioni assoluti dell’europeismo: Romano Prodi – che prima di guidare il centro-sinistra, è stato tra gli anni Ottanta e Novanta direttore dell’IRI, e come tale anche suo “ristrutturatore”, per non dire apertamente suo agente liquidatore; e Carlo Azeglio Ciampi, l’ex Presidente della Repubblica, la cui tardiva retorica patriottarda non ne nasconde la responsabilità in qualità di Governatore della Banca d’Italia tanto della rottura nel 1981 dello storico sodalizio di quest’ultima con il Tesoro, vera causa dell’impennata stratosferica del debito pubblico, quanto della disastrosa svalutazione della Lira del 1992.

(di Daniele Dalla Pozza)