Falsificazione e manipolazione dell’opinione pubblica

Da quando nel 1921 venne pubblicato il saggio Opinione Pubblica del giornalista Walter Lippman molto è cambiato forse quasi tutto. I media non sono più indipendenti, ma sono aumentati, così da permettere una maggiore possibilità di scelta. Eppure nell’essenza della fruizione informativa vi sono ancora costanti intramontabili, sia negative che positive. Se un tempo l’opinione pubblica era formata “da immagini costruite da gruppi per far agire masse o individui” oggi nell’era dei reality il pubblico fa parte dello show e a volte ne è protagonista.

L’opinione pubblica non è scomparsa, come si pensa, ma si è frammentata nella disintermediazione. Si aggrega e distrugge su singoli temi o prospera sottotraccia in silenzio una mentalità che poi esplode. Come aveva già capito Lippmann, studioso dei sistemi di comunicazione negli anni ’20, non vivendo a diretto contatto con il fatto avvenuto, il nostro mondo si forma su immagini riportate in parte da mediatori, in parte dai propri stereotipi. Le immagini stereotipate servono a creare un terreno comune tra lettori e giornalisti “l’adattamento dell’uomo all’ambiente avviene tramite finzioni” scriveva il giornalista americano. “Di solito però tutto ciò culmina nell’edificazione di un sistema del male e del bene” in una catena di recriminazioni indistruttibile.

Ai suoi tempi l’opinione pubblica veniva quasi identificata come una persona da formare. Oggi è l’opinione pubblica ad essere diventata opinion leader, detta l’agenda, rigetta chiunque non le dia ragione. È diventata un’egemonia culturale indiretta, come la moglie che lascia credere al marito di comandare e poi lo gestisce, così le élite credono di averla in pugno e poi si ritrovano ad inseguire gli appetiti capricciosi. Questo nuovo metodo di formazione del consenso si forma con un meccanismo di brutale sintetizzazione e semplificazione dell’enorme flusso informativo tirando fuori dal contesto una storia che esalta il lato delle questioni più comuni a tutti. I dettagli-variabile che è ciò che differisce una situazione da un’altra spariscono nella preparazione del polpettone virale.

I fatti per come veramente si sono svolti e i dettagli vengono relegati ai margini del dibattito pubblico come cornice culturale che ha il solo compito di elaborare per giustificare un fatto a posteriori o per coprire una mancanza del progetto. La cornice culturale non deve più criticare, altrimenti tradisce la causa. Gli addetti ai lavori della comunicazione da esterni conduttori/condutture di (in)formazione dell’opinione pubblica e consenso della maggioranza sono diventati attori dello show, parte in causa, passando dall’essere trasmettitori all’essere un ripetitore. Da portatore (sano) di opinioni personali a spacciatore di propaganda di parte. Aggregare un senso comune odierno basato su proposte è molto difficile, più facile farlo contro qualcuno.

La “persona comune” si informa più sui social dove vuole solo confermare le sue impressioni o pregiudizi, in un ristretto circolo di persone, dal cugino alla pagina Facebook di riferimento, più che su grandi testate. Ormai sono i siti del giornale che rimbalzano i social, non viceversa. Bisogna prendere atto che l’opinione del cugino vale più di quella dell’editorialista del Corriere della sera. E chi lo sa che non sia anche un bene. Un trauma per l’intellettuale, come spiegava Antonio Scurati ne “La figura dello scrittore”, passato dall’impegnato influente a “ricongiunto con le masse popolari” come tanto desiderava, ora ritornato uno “stronzo” qualunque, degradato anche dal solito “stronzo” di berselliana memoria.

Chissà che da questa distruzione creativa gerarchica non possa nascere qualcosa di buono. Il web, da generatore di calunnie e isterie collettive, potrebbe diventare una palestra per mettere alla prova il nostro modo di discutere e le nostre opinioni. Sembra sempre più un’utopia come quell’altra “dell’altra Europa”. Non si è riusciti a farne una classica, ne vogliono già un’altra. Nel totale trionfo di Warhol, tutti hanno il diritto garantito ai quindici minuti di notorietà virale social, l’opinione pubblica da mittente è diventata anche emittente e per la legge di McLuhan anche messaggio dunque.

Prima qualcosa non esisteva se non passava in Tv, oggi non puoi dire di esistere se non sei connesso, un evento non può dirsi riuscito se non rilanciato viralmente sul web, un fatto non è vero se non certificato dai segugi del web, come prima era vero tutto quello che aveva detto la tv. È un’esagerazione ma non tantissimo. Controllori, censure e polizie del pensiero non sembrano soluzioni ma solo un tentativo di monopolio delle falsità da parte di chi sta in alto e ha interessi a mantenere tutto così.

Ancora una volta, la vera democratizzazione spaventa le élite, come agli albori della democrazia quando veniva associata ad anarchia ed il suffragio universale non era visto di buon occhio. Da quel dibattito variegato di elitismo e populismo nacque la democrazia rappresentativa, con i suoi pregi e difetti. Come allora, spaventa aver visto che le moltitudini non corrispondono all’idea che se ne erano fatti i salotti. Non corrispondono neanche a quell’ideale della società civile sventolato dalle anime belle. Quando la classe dirigente si è resa conte di non aver più presa tra la gente ha cercato di arginare il nuovo flusso ma ormai era troppo tardi. Invece di affrontare la nuova ondata di petto, anche a costo di naufragare, si è preferito chiudersi sempre più, emarginando e criminalizzando a priori l’avversario, con la tecnica della spirale del silenzio, dichiarando di fatto la resa, lasciando immense praterie di consensi facili a chiunque non abbia vergogna a parlare pane al pane vino al vino.

All’inizio affrontare di petto certe questioni avrebbe alzato lo scontro favorendo l’irrazionalità, ma nel lungo periodo, avrebbe anche mostrato il vero volto delle parti in causa, invertendo il senso di marcia attuale. Alla fine di questo scontro, sarebbe potuta finire male oppure consegnare una nuova opinione pubblica più consapevole e ragionevole. Ora il mondo è bloccato ognuno nella sua trincea oppure arretra riportando indietro le lancette dell’orologio, pensando di rallentare il tempo, spaventati dal futuro che avevano promesso e che alla fine era una minaccia.

Infine ogni tanto si finge di aver scoperto un argomento nuovo chiamandolo con un nome diverso da come era sempre stato chiamato. Questa volta tocca alla post-verità o come le si è sempre chiamate balle. Si dà, di solito, un nome nuovo alle cose per usarle in maniera diversa, magari come arma. Il punto è che non ci sono i buoni (informazione) contro i cattivi (disinformazione). Il congiuntivo di Di Maio per i media diventa notizia, per il popolo del web lo shish di Renzi diventa tormentone. Entrambi si sentono superiori, entrambi si accusano a vicenda di non vedere la trave dell’altro e travisano tutto alla fine. Vogliamo tuffarci nel mare di notizie senza bagnarci, immergendoci con l’impermeabile e discutendo poi di com’era l’acqua.

Come ha mostrato Luca Sofri in Notizie che non lo erano, la distorsione produce una vera e propria realtà parallela nella quale è vero quello che vuoi. Le forme di disinformazione che oggi esistono sono diverse non fanno capo ad una sola logica.
1) Disinformazione istituzionale, atta alla propaganda, fatta da media o governi.
2) Disinformazione che si vorrebbe contro-informazione ma usando le stesse scorrettezze e faziosità del potere diventa il cavallo di Troia per la colonizzazione dell’opposizione in funzione di gestione del dissenso
3) Disinformazione ingenua, di consumatori isolati tra il cugino e la pagina Facebook di riferimento, impermeabile all’esterno e che vive in un ambiente dove si ripete sempre la stessa cosa, tutti la pensano allo stesso modo e si danno ragione a vicenda.

Se il giornalismo è dire quello che la gente non si vuol sentir dire, che sia ai vertici o alla fine, non dovrebbe importare. Ma come fare quando il tuo stipendio dipende da quanti lettori leggono e quanta pubblicità hai? I giornalisti sono tirati da entrambi i lati. Tra chi crede sempre alla versione ufficiale e chi non ci crede mai. Hanno entrambi torto ma a dirlo perdi lettori e finanziatori.

Come è stato fatto notare già, la soluzione starebbe nell’educazione e nell’esperienza, non nella censura dall’alto o nel tribunale del popolo. Ma prima bisognerebbe ricominciare a saper parlare, ascoltare e discutere. Perché argomentare dove non vige il principio di non contraddizione è difficile. Se oggi vale dire tutto e il contrario di tutto hai sempre ragione. La modernità ha un serio problema con la verità che non riguarda solo l’informazione. Ripartire dal riparare i quotidiani corto-circuiti linguistici (wittgesteiniani) per avere una visione d’insieme chiara sarebbe un buon inizio.

(di Matteo Vitale)