Spunti dal passato: la riforma bancaria del 1936

Come ormai noto a tutti, la salute delle banche italiane è più che mai precaria. Basti pensare alle eterne sofferenze di Monte dei Paschi di Siena, ormai da anni in una spirale negativa; oppure ai fallimenti di Banca Etruria, Banca Marche, CarliChieti e CarliFerrara che, nel 2015, hanno portato alla disperazione molti loro obbligazionisti. Mentre, generalizzando, basti pensare che il comparto bancario è quello che, il più delle volte, porta in rosso la borsa di Milano.

Sono quindi ormai anni che il “discorso banche” rimane al centro dei problemi del nostro Paese, senza che gli economisti riescano a trovare una soluzione in grado di risanare l’intero sistema. Nel passato ci sono, tuttavia, degli esempi che potrebbero essere forse riproposti, alla luce dei risultati che ottennero all’epoca.

Era infatti il marzo 1936, quando in un mondo ancora sconvolto dalla crisi del ’29, Mussolini promulgava il DL n. 375, con la quale il regime fascista riformava completamente il sistema bancario italiano.

Questa riforma era articolata sui seguenti punti cardine:

– La trasformazione della Banca d’Italia in un istituto di diritto pubblico.  All’istituto bancario era affidato il compito dell’emissione della moneta. Il credito poteva essere erogato in base alle esigenze dello Stato, che in questo modo poteva vantare una capacità di emissione per le proprie politiche virtualmente illimitata. Parallelamente a ciò, tutte le quote della Banca d’Italia appartenenti ad enti privati vennero espropriate e riassegnate ad enti di pubblico interesse.

– Il principio di separazione temporale e territoriale del credito. La separazione temporale del credito stava a significare la costituzione di banche separate per i diversi rami di attività, ed a una specializzazione del credito in base alla sua natura; semplificando, le Banche di credito ordinario dovevano gestire il credito a breve termine, mentre gli istituti di credito dovevano gestirlo nel medio-lungo periodo. Al contempo sul lato della separazione territoriale gli istituti vennero divisi in 4 categorie, ad ognuna delle quali era dedicata una specifica disciplina giuridica.

Le banche erano quindi divise in:

– Banche di interesse nazionale, costituite in società per azioni: erano considerate operanti in tutto il territorio nazionale.

– Istituti di diritto pubblico, che avevano una sfera di azione regionale o interregionale.

– Banche ordinarie, casse di risparmio e banche popolari: erano aziende di competenza regionale, provinciale e interprovinciali.

– Casse rurali, operanti nell’ambito comunale.

Questo provvedimento aveva come scopo la tutela del risparmio ed il controllo del mercato bancario. Ogni categoria bancaria doveva rispondere direttamente alle direttive che la Banca d’Italia stabiliva per ogni tipologia di istituto di credito.

Vigeva il principio della separazione tra banca e industria. Seguendolo, alle banche era vietato l’ingresso nei consigli di amministrazione delle aziende. Questa norma era dettata del fatto che chi eroga credito non può essere socio del creditore, per evidenti conflitti di interesse.

L’Italia di allora, attraverso questa riforma,  inevitabilmente collegata all’istituzione dell’IMI e IRI (che meriterebbero un intero approfondimento a parte), riuscì a risollevare l’economia italiana, subordinandola alla politica e strappandola della mani degli speculatori finanziari.

Questa riforma instaurò anche le basi di politica monetaria che permisero all’Italia del dopoguerra il boom economico: la vigilanza creditizia finanziaria della Banca d’Italia sugli istituti privati durò infatti fino al 1993. Poi la legge fu abrogata dal Governo Amato, che diede quindi la possibilità alle lobby finanziarie di penetrare totalmente negli istituti bancari Italiani.

Un altro interessante esempio di riforma bancaria fu senza dubbio la Legge sulla Reichsbank del 15 giugno 1939. Con essa, il Terzo Reich si spingeva anche oltre a quello che fece l’Italia pochi anni prima. La legge prevedeva che le politiche monetarie dovessero seguire le indicazioni del Reich, proprio per evitare la situazione di ricatto che si era avuta nel periodo di iperinflazione del marco, quando la Reichsbank aveva poteri quasi uguali a quelli che ha ora la BCE. In termini pratici, Hitler ebbe il controllo diretto e il pieno potere sulla banca centrale tedesca.

Una sintesi della portata epocale di questa manovra si può trovare in questa affermazione, facilmente trovabile su molti blog di approfondimento online: ”Nel giugno del 1939 in Germania per la prima volta da quando, nel 1694, si era imposto il signoraggio, un governo aveva avuto il coraggio e la forza di nazionalizzare la banca di emissione, riacquistando, così, la proprietà della moneta.”.

Una riforma di questo tipo, a dir la verità difficilmente attuabile per un paese dell’Unione Europea e dell’eurozona, potrebbe permettere all’Italia attuale di rilanciare il proprio sistema economico e risanare quello bancario, senza sottrarre dall’economia reale svariati miliardi di euro, e soprattutto senza dover ricorrere a nessun meccanismo salva Stati che porterebbe la Troika in Italia, o senza sperare in improbabili manovre di fondi speculativi esteri, che semmai dovessero agire lo farebbero per interessi personali, e non del Paese.

(di Pietro Ciapponi)