Il familismo amorale è un’invenzione anti-italiana

 

Stefano Feltri, noto giornalista del Il Fatto Quotidiano, ci ha deliziato qualche giorno fa nel corso della trasmissione Omnibus con la solita retorica anti-nazionale deprimente, sciocca e dall’inutilissimo intento disgregativo. La frase espressa, parlando della sempreverde e ovviamente genetica corruzione italica, è stata grosso modo questa: “Siamo la nazione più corrotta d’Europa, un familismo come il nostro non è presente da nessun’altra parte..”

Tralasciando l’originalità nulla dell’affermazione, che segue una retorica spicciola ormai tradizionale sul familismo amorale, nota teoria espressa dal sociologo Edward Banfield nel lontanissimo 19581, ricordiamo il significato del concetto stesso.

Per lo studioso americano, il familismo amorale era quella dinamica sociale secondo la quale, in una data comunità, si tendono a privilegiare i rapporti interni alla famiglia rispetto a quelli della comunità stessa, producendo così una carenza nel funzionamento della vita pubblica e urbana, sacrificata dagli interessi del proprio orticello. Sulla base dei mesi passati in un paesino lucano che egli chiamò Montegrano (ma che in realtà era Chiaromonte) e dello studio basato su varie interviste ai suoi abitanti, Banfield ritenne tale dinamica piuttosto radicata nel paese esaminato.

Fatto questo breve riassunto, e ricollegandoci a ciò che ha detto Feltri (che potremmo anche chiamare “Giornalista X”, visto che la sua affermazione viene ripetuta manco fosse un bollettino meteorologico da anni in televisione come nella cultura di massa, anche da parte di chi non ha mai letto nemmeno una riga dell’opera di Banfield), ricordiamo anche quanto segue.

Per prima cosa, Banfield incentrò il suo studio su un paesino meridionale in Lucania e basta: per sua stessa ammissione non pretese mai di elevarlo a generalità culturale per quel che concerne tanto l’Italia intera quanto tutto il resto del Sud.

Si trattò, per dichiarazione implicita dello stesso autore, di uno studio incompleto, privo di reali strumenti comparativi.

Secondo punto (e seconda balla): chi parla di Banfield “godendo” per i risultati che dovrebbero deprimere l’Italia come popolo e come nazione, continua ad argomentare che in realtà gli studi comparativi nell’opera dello statunitense vi furono eccome, citando i raffronti che egli fece con la realtà della provincia di Rovigo e dello stato del Kansas.

Niente di più falso: Banfield fa effettivamente dei raffronti, ma non sul tema del familismo amorale. Le sue statistiche rispetto allo stato americano e alla provincia del nord-Italia riguardavano un altro aspetto, ugualmente studiato in The moral basis of a backward society: l’attenzione per i temi macabri, il pessimismo e la superstizione.

Nulla a che vedere con il nocciolo della questione del familismo, ovvero le attenzioni concentriche verso la salute familiare a discapito di quella pubblica. Sicuramente temi di arricchimento, ma paralleli e non correlati.

Tanto è vero che la ricercatrice Cristina Galbiati nel suo saggio Familismo e famiglia a Napoli e nel Mezzogiorno pubblicato su Rivista Meridiana, nel 2013 analizzò le dinamiche che aveva rilevato Banfield a Chiaromonte, e ne aveva ricavato una considerazione banalissima, ma ovvia: qualsiasi paesino produce dinamiche “familistiche”, perché nei piccoli centri il ruolo delle famiglie tende ad avere maggiore importanza rispetto alle istituzioni, nel Nord Europa quanto nella “arretrata” Italia.

La teoria del familismo, oltre che essere assurta a Vangelo per la cricca semicolta esterofila che domina questo Paese ormai da decenni, è anche basata su un principio che non ha una verifica scientifica, ma solo congetturale.

Un Vangelo che ha prodotto l’interesse feticistico per l’altra grande balla del giornalismo contemporaneo: la classifica della corruzione mondiale. Una graduatoria che non ha, tanto per cambiare, nessun dato scientifico che la supporti, tanto che Trasparency stessa, ovvero l’organizzazione che la compila ogni anno, parla di Indice di “percezione della corruzione”.

Perché? Perché “misurare” la corruzione è matematicamente impossibile, almeno con gli strumenti odierni. E non stupisce certamente che gli italiani, noti da almeno una cinquantina d’anni per avere un’opinione bassissima di sé stessi (anche quando non ci sono prove a sostegno dei loro auto-pregiudizi) si ritengano tra i più corrotti del mondo sviluppato.

Il familismo amorale è un’invenzione anti-italiana. Per meglio dire lo è la sua apologia, di cui Stefano Feltri è uno dei rappresentanti cancerogeni, lui e i dannati postulati diffusi a destra e a manca senza alcuna base scientifica.

Tutte le sciocchezze scritte da queste improbabili icone dell’esterofilia dilagante “dotta”, sono state capaci di prendere artificiosamente un paesino di sessant’anni fa come una sorta di runa dogmatica, senza procedere a reali comparazioni, e fingendo di ignorare che in qualsiasi altra comunità ristretta le dinamiche familiari diventano più forti rispetto a quelle pubbliche (inclusi quelle del tanto civile nord europa, lo stesso che produce le stragi dell’Heysel e i cui “angeli appassionati di calcio” vengono dalle nostre parti a distruggere Piazza di Spagna).

La classifica della corruzione è l’erede di questa “caricatura accademica”, il Tempio dell’anti-italianismo senza nessuna logica né valore scientifico, tanto solido da poter contare solo sulle interviste per poter andare avanti: in sintesi, una pagliacciata.

Tutto ciò non significa ignorare gli oggettivi problemi – anche antropologici – di cui soffre il nostro Paese, che in talune aree è affetto da un giustificazionismo sociale francamente insopportabile. Ma fare riferimento a fonti del genere, che avevano scopi ben distinti per ammissione degli stessi autori che le produssero, non è sano, non è costruttivo, ma soprattutto è inutile.

(di Stelio Fergola)