Nicola Bombacci: un socialista in camicia nera

Il Socialismo può essere identificato come un ampio complesso di ideologie, orientamenti politici e dottrine filosofiche finalizzate ad un radicale cambiamento della società tale da garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico, sociale e politico.

Per comprendere come i Socialismi abbiano segnato una pagina importante nella storia degli ultimi due secoli è necessario comprenderne le interpretazioni, le evoluzioni e gli abili pensatori capaci di interpretare correttamente le circostanze storico politiche del fenomeno, in quanto ridurre il fenomeno socialista alla massima di Pietro Nenni, secondo cui “il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro” non sarebbe bastato a garantire una lunga e gloriosa vita ad uno dei fenomeni politici più diffusi ed influenti in età contemporanea.

Moltissimi furono i giovani ed i lavoratori prima affascinati e dopo coinvolti che lottarono per modificare la vita sociale ed economica delle classi meno abbienti, in particolare del proletariato. Il movimento operaio da cui scaturì il socialismo pose per la prima volta il problema della giustizia sociale e della collettivizzazione dell’economia.

In Italia, una personalità che coniuga l’impegno per la giustizia sociale e la collettivizzazione dell’economia all’evoluzione progressiva, in tutte le sue sfaccettature, del pensiero socialista può essere sicuramente individuata in Nicola Bombacci. Egli visse da uomo politico, prestato a quella politica “per cui uno si occupa dei guai degli altri come se fossero propri”, come egli stesso scrisse. Una banale e quasi superficiale definizione di cosa pubblica, che in tempi come i nostri illumina e fa da esempio. Si identificò con la corrente massimalista del PSI, qui aumentò il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conobbe un giovane Benito Mussolini, la grande promessa del Socialismo italiano, il quale attribuì a Bombacci l’appellativo di ‘Kaiser di Modena’. Quest’ultimo diventò un personaggio alquanto singolare e dissidente in quanto chiedeva al partito non solo di non distogliere la propria attenzione dai suoi obiettivi massimi, anticapitalistici e rivoluzionari, ma anche di sottoscrivere i 21 punti di Mosca per l’adesione alla Internazionale, scelta non condivisa e poco popolare che gli costò la carica di segretario nazionale.

La rottura con il PSI, accusato di inettitudine e di aver perso lo spirito rivoluzionario, fu definitiva quando incontrò dei rappresentanti bolscevichi a Copenaghen, mentre in estate fu uno dei membri della delegazione italiana che andò nella Russia sovietica per partecipare al Congresso dell’Internazionale Comunista. Affermando la necessità che il capitale fosse a disposizione del lavoro e non viceversa, sperando di realizzare la rivoluzione in Italia e che, come si provò nella Russia dell’amico Lenin, avvenga la socializzazione delle fabbriche e venga riconosciuto a tutti i lavoratori l’inalienabile diritto di possedere la propria casa e la propria terra, fu nel 1921 tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia.

Ma, anche a detta del Kaiser di Modena stesso in occasioni future, i comunisti in Italia non si dimostrarono degni successori della matrice socialista e rivoluzionaria della Rivoluzione d’Ottobre, causa anche la mancanza di una figura come quella di Vladimir Lenin, e Bombacci si ritrovò dapprima in una corrente minoritaria del partito, poi successivamente il suo allontanamento dal Partito Comunista fu progressivo e voluto dalla classe dirigente non capace di comprendere, secondo Bombacci, come le due grandi rivoluzioni del ‘900 fossero collegate: sia il Fascismo che il Bolscevismo partivano dalla comune esigenza di ridare dignità sociale e politica ad alcune classi sociali e categorie dimenticate, erano movimenti del popolo per il popolo nati da una evoluzione geopolitica dell’ideale socialista rivoluzionario in cui Bombacci si identificava.

Colpevole di essere un membro non conforme al pensiero dominante venne espulso dal PCdI per non aver sostenuto il diktat secondo cui il nemico principale da combattere era Benito Mussolini, che peraltro fu tra i primi capi di stato a riconoscere ufficialmente l’Unione Sovietica nel 1924. Secondo Nicola Bombacci, il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, creando uno stato di rivoluzione perenne sulla dicotomia Roma-Mosca animata da Mussolini e Lenin, due socialisti rivoluzionari della prima ora con coerenti, seppur differenti, interpretazioni del fenomeno socialista.

La morte di Lenin però, rese utopistico il progetto. Il successore di Lenin, Iosif Stalin, non incarna lo spirito socialista e rivoluzionario del bolscevismo leniniano, ed il nuovo Capo Supremo dell’URSS verrà fortemente criticato da Bombacci che esprime queste parole di condanna riguardo la non impostazione socialista dello Stato sovietico: ’’Nella Russia di Stalin non esiste uno Stato socialista, ma uno Stato-Padrone, autoritario che ha accentrato tutti i poteri politici, economici e polizieschi nelle mani di una pletorica e plutocratica burocrazia, la quale ha di fatto il potere di fissare i salari agli operai agricoli ed industriali e di stabilire i prezzi di vendita dei prodotti agricoli ed industriali: Stalin è un traditore della rivoluzione bolscevica’’.

Seppur in misura minore, anche le Leggi Fascistissime del 1925 rappresentarono una delusione per Nicola Bombacci, non per quanto riguarda il contenuto antidemocratico, ma perché si accusava Mussolini di essere stato corrotto dalla borghesia, dalla destra monarchica, dalle plutocrazie e di essersi fatto convincere ad abbandonare l’idea rivoluzionaria del fascismo, in cui le idee socialiste di Bombacci stesso si ritrovavano. Inizia la ‘’fase del silenzio’’ di Bombacci che si ritira a vita privata a Roma, lavorando per l’ambasciata russa e occupandosi della stesura di alcune sue opere, fase però che è destinata a concludersi presto: la malattia del figlio Wladimiro spinge l’intellettuale di Modena a chiedere un aiuto economico al regime, ed il Duce, che si ricordava dell’attività politica comune negli anni passati, concesse delle sovvenzioni per la cura del figlio.

Dal 1933 è possibile parlare di una non condanna del regime da parte di Bombacci e dal 1935 di un suo tentativo di adesione, culminato con la pubblicazione su ‘’La Verità’’ di un articolo in cui celebrava Benito Mussolini, il successo del corporativismo e marcando le similitudini con Lenin: ‘’Ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro’’. Rimanendo critico nei confronti del regime, inizia un percorso di amicizia e collaborazione tra il Papa Rosso ed il Duce, nonostante Bombacci non ebbe mai la tessera del PNF.

Singolare la sua lungimiranza nel predire tra le pagine de ‘’La Verità’’ l’incrinarsi dei rapporti tra Mussolini e la monarchia, in quanto il regime non poteva più assicurare quella stabilità tanto comoda ai plutocrati nemici del socialismo mussoliniano e a chi, secondo Bombacci, aveva sfruttato per interesse personale non condividendone la matrice socialrivoluzionaria del programma di San Sepolcro. Dopo l’8 Settembre, il progetto della Repubblica Sociale Italiana sancì un matrimonio politico totale tra Mussolini e Bombacci, basato su un ritorno alla fase diciannovista del Fascismo, la collettivizzazione dell’economia, il lavoratore al centro della RSI.

‘’Ero con Lenin nei giorni della rivoluzione, pensavo che il bolscevismo fosse la naturale evoluzione del movimento operaio, ma mi sbagliavo. Il Socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. Ma ora Mussolini si è liberato dei traditori borghesi e ha bisogno di voi lavoratori per la creazione dello stato proletario’’. La principale occupazione di Bombacci, ormai “Socialista in camicia nera’’, durante i seicento giorni di Repubblica Sociale era il dialogo con i lavoratori: era felice di parlare come rivoluzionario di qualcosa di rivoluzionario, che avrebbe portato i lavoratori a partecipare alla gestione delle aziende e alla equa divisione dei profitti, ridando al lavoro la stessa dignità del capitale, iniziando a realizzare quell’ambizioso progetto di terza via mussoliniana fra capitalismo e bolscevismo che avrebbe reso inutili e datati i concetti e le etichette politiche fino a quel punto vigenti.

Bombacci non fu apprezzato praticamente da nessuno, i vincitori non resero giustizia al suo nome e lo cancellarono dalla letteratura politica perché troppo scomodo. Venne però apprezzato immensamente da Mussolini, perché era intellettualmente onesto, era un appassionato difensore della più pura anima del socialismo, era un pensatore dissidente fuori dagli schemi che non abboccò alla retorica del diverso come male assoluto, e fu capace di comprendere che un fenomeno come il socialismo poteva incrociarsi con altre esperienze politiche ed evolversi, mantenendo intatto il suo atteggiamento di condanna nei confronti del capitale.

Seguì la sua idea nella buona e nella cattiva sorte, non rinnegandola e non scappando, venne etichettato come traditore del socialismo da chi nel nome di quest’ultimo però vendette sé stesso e un paese sovrano al capitalismo americano, Nicola Bombacci morì in modo singolare, gridando “Viva l’Italia! Viva il Socialismo!” mentre una pallottola gli trapassava il corpo. Senz’ombra di dubbio però, la più severa punizione se la autoinflisse la sedicente sinistra italiana, dimenticandolo, non capace di comprendere la sua lezione.

(di Niccolò Fontana)