I massacri delle Foibe e la distorsione del ricordo

10 febbraio, Giorno del Ricordo. Antifascisti e anticomunisti escono dalle gabbie a turbare la memoria dei nostri martiri e dei nostri esuli. È il caso dunque di far presente che la Storia non inizia né con la Rivoluzione d’Ottobre né con la Marcia su Roma, e di spiegare alcune cose.

Venezia Giulia e Dalmazia sono regioni di antica cultura italiana, le cui principali città sono di fondazione romana (con eccezione di Gorizia e Sebenico), e la cui popolazione indigena parla lingue latine (friulano, istrioto, dalmatico, morlacco) da duemila anni. Solo nel Medioevo le invasioni slave, e poi le dominazioni asburgica e veneziana, hanno iniziato a cambiare il panorama etnico della regione, ma ancora a inizio Ottocento, le province illiriche dell’Impero Napoleonico avevano l’italiano come lingua ufficiale, con la popolazione italiana che ammontava a un terzo della popolazione dalmata e due terzi della popolazione giuliana.

Queste sono stime perché fino a questo punto il dato etnolinguistico era poco importante (e quindi non registrato). Era anzi consueto che il contadino slavo che si arricchiva e comprava casa in città assumesse lingua e cultura italiana. Solo dopo il 1815, si sviluppano i nazionalismi sloveno, croato e italiano. Dal momento che quest’ultimo era il più pericoloso, mentre invece i primi restavano fedeli alla Corona d’Austria, gli Asburgo-Lorena fecero di tutto per favorire i primi a scapito dei secondi, specie a partire dal 1866, quando persero anche il Veneto. Nel corso di mezzo secolo, la percentuale italiana si ridusse di un terzo in Istria e dell’80% in Dalmazia.

A inizio ‘900, non mancarono numerosi casi di violenze e aggressioni compiuti ai danni persone e d’istituzioni culturali italiane. L’italianizzazione imposta dopo il 1918 e la violenza dello squadrismo fascista non caddero quindi dal cielo, ma costituirono la risposta italiana, discutibile ma in linea con i tempi, ad un clima già teso di contrapposizione inter-etnica. Da parte sua, il Regno di Jugoslavia, monarchia autoritaria ad egemonia serba, – appoggiato da Francia e Inghilterra con l’esplicito scopo di bloccare l’espansione italiana nei Balcani – perseguì a sua volta una politica discriminatoria verso la minoranza italiana che abbandonò definitivamente la Dalmazia (eccetto Zara), rifugiandosi in Italia.

Negli anni successivi, mentre Belgrado finanziava i terroristi irredentisti sloveni del TIGR, che coprono la maggioranza delle poche condanne a morte eseguite dal Tribunale Speciale fascista, Roma invece dava il suo sostegno ai terroristi separatisti croati (ustascia), i quali assassinarono nel 1934 il Re di Jugoslavia.

Anche quando nel 1941, l’Italia invase la Jugoslavia, la reazione della popolazione locale fu complessa. I ceti borghesi sloveni e croati appoggiarono l’Italia in chiave anti-serba, preferendola anche alla Germania, e le milizie collaborazioniste parteciparono ampiamente alla repressione del movimento partigiano.

Ma anche i cetnici serbi, che pure combattevano contro ustascia e tedeschi, strinsero accordi con le forze d’occupazione italiane, che proteggevano serbi ed ebrei dalla violenza genocida dei loro alleati. Solo l’inserirsi nel quadro (dal giugno ’41) del movimento partigiano comunista, che praticava sistematicamente attentati e atrocità contro i prigionieri, determinò un inasprimento da parte italiana, dal 1942, con deportazioni e rappresaglie.

Il resto è storia, culminata nel collasso dell’Italia, la sconfitta dell’Asse e la pulizia etnica della componente italiana dell’Istria. E qui giova notare che, mentre le minoranze tedesche e ungherese erano cittadini jugoslavi che avevano collaborato col nemico, la popolazione italiana era soggetta al Regno d’Italia e, giustamente, aveva sostenuto il proprio legittimo governo. I massacri delle foibe e l’esodo che ne seguì restano perciò una macchia ingiustificabile.

Per dire, le Brigate Garibaldi, con tutti i loro difetti, non si sono certo sognate di macellare i tirolesi per vendicare Marzabotto. Persino Milovan Gilas, importante comandante partigiano comunista, ammise che la campagna anti-italiana fu orchestrata dall’alto facendo leva sul risentimento locale. Certo, furono i comunisti di Tito a vincere la guerra civile jugoslava, grazie alla loro sostanziale unità inter-etnica, e quindi a portare a termine la spirale di odio e violenza innescata da tempo, con la persecuzione, il massacro e l’espulsione violenta delle minoranze etniche legate agli invasori, ma non lo fecero perché erano dei mangiabambini sporchi e cattivi, ma in un contesto di nazionalismo revanscista e irredentista, esasperato da un’occupazione, coincisa con una feroce guerra civile.

Andate oggi a chiederlo a un croato di destra, assolutamente anticomunista e anti-titino, e risponderà con le stesse identiche menzogne sulle radici slave dell’Istria. D’altra parte, già un secolo prima, la carta delle Terre Slovene del geografo Peter Kozler, rivendicava le terre giuliane fino all’Isonzo. Ricordiamo inoltre che gli stessi eventi si replicarono su scala continentale dal Baltico al Danubio, a danno dei 15 milioni di tedeschi che vivevano in Europa Orientale.

Non a caso, nella regione cecoslovacca dei Sudeti, il Presidente socialdemocratico Edvard Benes fece piazza pulita della maggioranza tedesca, ben prima di essere rovesciato da un regime filosovietico. Ma i comunisti italiani furono complici, si obietterà. Questo è vero, tant’è che, nella regione giuliana, abbandonarono il CLN per asservirsi agli jugoslavi, salvo poi essere meritatamente purgati dopo lo scisma Tito-Stalin del 1948. Qui però ricadiamo nella miseria umana dell’antifascismo militante e dell’ideologia resistenziale da noi tanto spesso criticate.

Questa gente ha smesso di essere autenticamente socialista, e continua a vomitare infamie e menzogne o a bollare il ricordo delle foibe come qualcosa di “fascista”, quando dovrebbe appartenere (e così già è de jure!) a tutto il popolo italiano. È tempo perciò che le ideologie e i nostalgismi facciano un passo indietro e si riconoscano le sofferenze patite dai nostri fratelli per il solo fatto di essere Italiani.

(di Andrea Virga)