Papa Francesco e il dogma dell’immigrazionismo

Mentre i flussi migratori che da anni ormai investono l’Europa non accennano ad arrestarsi, continuiamo ad assistere a un comportamento quanto mai irresponsabile da parte di una figura dall’enorme peso mediatico: Papa Francesco.

È dalla sua visita a Lampedusa nel 2013 che Bergoglio ha elevato la migrazione a dogma ideologico fondamentale. Per accorgersene basta dare un rapido sguardo alle sue passate dichiarazioni: vi ricorderete, ad esempio, del duro attacco del Pontefice contro dei generici muri, proprio mentre era di ritorno dagli Stati Uniti in piena campagna elettorale.

L’ossessione di Papa Francesco per i migranti lo ha anche spinto a paragonarli alla figura di Gesù, dimenticando (o facendo finta di dimenticare) che Giuseppe e Maria fuggirono in Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode, ma sempre con l’intenzione di fare al più presto ritorno a Nazareth. Cosa che effettivamente fecero. Senza contare che all’epoca tra Giudea ed Egitto non vi erano confini, poiché tutte province dell’Impero Romano.

Andando al di là dei dettagli storici, è chiaro che il Santo Padre e la Chiesa debbano avere un occhio di riguardo per i più deboli e dunque anche per i migranti. Se però con i precedenti pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI l’attenzione rimaneva incentrata su questioni spirituali e, scendendo più nel quotidiano, sulla difesa della vita e della famiglia, l’attenzione di Bergoglio si è concentrata principalmente sul suo impegno a favore dell’immigrazione.

Lo dimostrano le sue svariate dichiarazioni in materia, nonché la creazione nell’agosto scorso del Dicastero sociale «per il servizio dello sviluppo umano integrale», in cui all’articolo 1 il Pontefice si assume la guida ad tempus della sezione che si occuperà specificamente di profughi e migranti. Una posizione che, tuttavia, ha prodotto ben poco di concreto. Ad esempio, l’appello che Bergoglio rivolse alle parrocchie, chiedendo loro di accogliere almeno una famiglia di rifugiati, è rimasto sostanzialmente disatteso.

I parroci si sono semmai limitati a recepire la nuova dottrina della Chiesa, organizzando qualche sporadica raccolta fondi, o dedicandosi a diffondere il credo del loro diretto superiore. [Nella mia parrocchia, ad esempio, in occasione del Natale il presepe è stato posizionato su di un gommone. Segno dei tempi che cambiano: ormai anche i simboli sacri sono buoni per fare propaganda. Già perché tra l’aiutare i bisognosi e lo sposare una causa che ha natura prettamente politica, quella dell’immigrazionismo, c’è una netta differenza. Sembra quasi che tra la sinistra ed il Papa si sia stabilita un’alleanza che sta portando ad una terribile banalizzazione del problema.]

Il fenomeno migratorio, infatti, se analizzato in modo lucido e razionale non appare così come ci viene spesso raccontato. Ascoltando l’angelus, o leggendo le interviste in cui Papa Francesco parla dell’argomento, tutta l’attenzione viene concentrata sulla figura dei migranti, senza curarsi degli effetti che lo spostamento di milioni di persone produce sia sui paesi di destinazione che su quelli di origine. Chi non è digiuno di politica economica, saprà che l’impatto sui paesi di origine non è sempre positivo come ci si potrebbe aspettare.

Alcune teorie economiche individuano nell’emigrazione di forza lavoro una possibilità di crescita per il paese di origine, qualora i migranti tornino. È evidente che tale evenienza è divenuta nel tempo sempre più rara. Così non solo i migranti vengono per rimanere, ma la loro presenza incentiva e cronicizza il fenomeno migratorio, giacché parenti ed amici verranno presto a sapere delle condizioni relativamente favorevoli che li attendono una volta giunti in Europa. Questo provoca un depauperamento della forza lavoro dei paesi di origine, che talvolta può causare quello che in gergo si definisce brain-drain.

È il caso dei tanti laureati siriani che la Merkel ha invitato a stabilirsi in Germania, i quali non fanno certo un favore alla Siria privandola di lavoratori qualificati, che potrebbero giocare un ruolo decisivo per lo sviluppo (oggi ricostruzione) del loro paese.

Al tempo stesso le rimesse, ossia il denaro che il lavoratore straniero manda a casa, non sempre diviene carburante per lo sviluppo economico. Studi sottolineano che raramente questo denaro promuove lo sviluppo di attività produttive o di servizi. Essi evidenziano, infatti, come i familiari dei migranti spendano il capitale così ottenuto nell’acquisto di beni durevoli importati, minimizzando gli effetti positivi che si avrebbero se tali risorse venissero investite in attività finalizzate alla creazione di posti di lavoro.

Le rimesse possono addirittura allargare la cosiddetta forbice della povertà, grazie alla spinta inflazionistica che l’acquisto di beni immobili (abitazioni e terreni agricoli) da parte di chi le riceve genera nel mercato interno.

Circa invece le conseguenze che l’immigrazione incontrollata ha sui paesi di destinazione non è necessario scendere nei dettagli. È sotto gli occhi di tutti come la gestione dei flussi, oltre a finanziare organizzazioni che hanno ben poco di umanitario, sia stata (e lo è probabilmente tutt’ora) sfruttata da personaggi senza scrupoli per guadagnare sulla pelle dei migranti e dei contribuenti.

Basta guardare al caso di Mafia Capitale ed alle sconcertanti dichiarazioni di Buzzi in materia di immigrazione per rendersi conto di quanto dietro alle scuse morali ci siano interessi ben più mondani. Senza considerare i disastrosi effetti che l’afflusso di manodopera – qualificata o meno – ha sul mercato del lavoro a livello sia salariale che occupazionale.

Tornando quindi a Papa Francesco ed alla sua crociata a sostegno dell’accoglienza ad ogni costo, sorge spontaneo chiedersi come mai il capo della Chiesa, che annovera al suo servizio fior fiore di studiosi, non si ponga il problema degli effetti devastanti al tessuto socio-economico, provocati dalle migrazioni a cui assistiamo ormai da anni.

La Chiesa ha il dovere di aiutare i bisognosi, ma al contempo dovrebbe lavorare affinché nessuno debba più migrare. Invece le parole del Santo Padre sembrano spesso indicare una sola via da percorrere: quella dell’emigrazione forzata e della forzata convivenza, senza riguardo dei problemi di natura sociale ed economica, o delle difficoltà legate all’integrazione di culture enormemente diverse.

È qui che si può e si deve criticare il dogmatico ed irresponsabile appoggio che Bergoglio fa di uno degli aspetti più aberranti della globalizzazione: lo spostamento in massa di forza lavoro il cui sfruttamento arricchisce pochi, impoverendo molti.

(di Lorenzo Tubani)