Il “micro-storico” moderno e l’antitesi della complessità

Una metafora Kantorowicziana

Vi sono tre categorie di professioni legittimate nel portare la toga: il prete, il giudice e lo studioso. La toga rappresenta l’integrità della coscienza di colui che la porta, la sua imparzialità nel giudizio,la sua responsabilità esclusivamente davanti a se stesso ed al suo Dio. Simboleggia la intima sovranità di queste tre figure: queste dovrebbero essere le ultime a cedere di fronte a delle pressioni e di agire fuori dalla loro volontà[1]

Kantorowicz così si esprime, in evidente risposta all’ostracismo di una america anticomunista che dopo averlo accolto, transfugo, a seguito delle intollerabilità tedesche, lo ricaccia nella difficile situazione di essere ebreo errante nazionalcomunista.

Kantorowicz si serve di una metafora potente, tripartita e gerarchica. Egli era lo storico di quella generazione nata dalle ceneri di Pirenne, che dopo essersi acclimatata in America lascia all’Europa che la aveva tradita, la generazione dei (pur acuti) Ginzburg e Prosperi.

Cosa hanno in comune le tre figure a cui Kantorowicz appioppa la toga? Sono intermediari che inverano la gerarchia: qualcosa che, ancora negli anni Sessanta del secolo scorso, è una appendice di civiltà. Prete, giudice e studioso dirimono, dividono, scelgono, selezionano, distinguono.

Sono professioni che fanno cernita di uomini e di anime: dividono il mondo in giusto e sbagliato, santo e peccaminoso, corretto e scorretto, augusto e miserevole. Sono i colli di bottiglia della violenza organica e razionale umana: tanto più l’umanità, con il concettualizzare, incasellare e selezionare, facendosi violenza avanza verso il ritorno all’Uno, tanto più sente che la funzione di organizzare filosoficamente questa violenza deve essere riposta su una professione.

Come la società medievale simbolizza il boia e a modo suo rende onorevole il “tagliare teste” in una professione, così la società già in qualche modo moderna si sente in dovere di uniformare queste tre professioni di “cernitori di uomini” in un unico vestiario.

Insieme alla professione e alla responsabilità, la toga è il “regalo” della civiltà stessa: un mantello, una protezione, una divisa. Qualcosa che rende queste tre professioni intoccabili: non solo in ambito religioso, ma anche civile. La società lascia ad individui specifici la funzione sociale di correggerla dirimendo e distinguendo, e contestualmente ne eleva il rango, sollevandoli dalla polvere delle pochezze e rendendoli santi laici.

Di queste tre professioni la più ampia e la più responsabilizzata di fronte alla società è quella dello studioso: esso non agisce su uomini o sui loro comportamenti, ma sulle realtà in potenza, le teorie, stende tappeti su strade di cocci sconnessi o interrompe sentieri che portano alla Verità. Egli prende dagli uomini ciò che gli uomini conoscono ma non sanno dire, e dice ciò che gli uomini dicono senza sapere di saperlo.

Teorizzare, concettualizzare è la vera missione che lo studioso ed in particolare lo storico deve assolvere. Lo storico come studioso di un multiforme scorrere mai puntualizzato è, ipso facto, LO studioso, se si parla di Uomo. Egli maneggia il materiale dell’essere evocato nella più prosaica forma biografica (nelle parentesi biologiche dell’uomo) fino ad intendere i grandissimi sviluppi diacronici. Lo storico armeggia in filosofia, in economia, in teologia senza addentrarsi in essa, con una necessaria ignoranza delle leve profonde delle stesse discipline.

Perché questa superficialità non sia un intralcio ma la sua stessa ragion d’essere, egli deve necessariamente aspirare al raccoglimento di tutto questo sapere in grandi disegni: per loro natura lacunosi, ma per loro virtù esplicativi. Se infatti “Intendere è superare”[2], va da se che lo storico, quando rifiuta, per vigliaccheria intellettuale o per moda, di “Intendere”, vale a dire di raccogliere, definire, dire l’ultima parola, non supera: e se non supera, cioè non s’arrischia a tirare le fila di un pensiero, di una riflessione, di un periodo, spesso non ha compreso a fondo.

Nell’epoca ella ultra-specializzazione lo storico ha subito la fascinazione finale di questo modello di “vigliaccheria gnoseologica”. La tensione alla specificità e la rivincita delle competenze tecniche su quelle ideali e totalizzanti ha trasformato il coraggio della sintesi e il dono della filosofia storica rispettivamente in faziosità e debolezza scientifica.

In un’era in cui le scienze umanistiche sono sotto attacco (come se poi le opere storiche classiche non fossero scientifiche), gli storici hanno non solo ristretto il campo di veduta, pervenendo alla microstoria di un Ginzburg, ma contestualmente si son rifiutati di dare letture, di dare contezza, di risolvere criticamente le difformità nella realtà che gli si paravano.

Non volendo sono tornati a compilare “Annales”, o a tirare somme di eventi ultra-specifici, che per loro natura sono privi del gran respiro che hanno invece le opinioni su grandi temi.

Questi nuovi storici hanno lasciato ad altri, spesso, la facoltà di speculare: giornalisti, esperti, massmediologhi. Figure che spesso difettavano della completezza della formazione dello storico e della sua naturale aspirazione all’Uno.

La Microstoria è una storia di classi liquide

Contrapposta alla grande Storia, quella che conchiude e riassume e da letture ampie di fenomeni complessi, sta la microstoria. Che non è il metodo ed atteggiamento di opere acutissime come Il formaggio ed i vermi di Carlo Ginzburg, bensì il metodo e l’atteggiamento di chi, annotati fatti e legami inerenti ad un determinato evento, per analogia costruisce una narrazione (che è storia denaturata) che risponde a semplici domande (quando va bene) e pruriti ideologici (quando va male).

Uno storicizzare che è il rifiuto della visione di insieme che dà vera sostanza alla “lezione” che la storia può impartire all’uomo. Anche non dovesse avere valore pedagogico infatti, la storia forma una coscienza di popolo che è il rispecchiarsi in fatti, collegamenti, direzioni già accadute e, confrontandole con l’odierno, trarne le dovute analogie processuali.

Una storia minuscola, per quanto correttissima, perde questa facoltà di creare “coscienza”: ne crea una a misura di nano, di tecnico, e non di uomo né di classe (o gruppo sociale). Se la missione della storia illuministica era “educare il popolo” alla ragione, di cui la storia era il necessario dispiegarsi, e la storiografia romantica s’è basata sulla formazione di una “teoria nazionale” da regalare al popolo e alla patria[3], la nuova “storia in ritirata” è qualcosa da specialisti, per specializzandi e “spiluccatori”, che non da né il brivido della deduzione in grande stile né gli strumenti per carpire a ritroso le reali implicazioni di una riflessione a tutto tondo sul rapporto tra passato, presente e futuro.

La Microstoria è, quindi, la storia di una fase di disarmo dell’intelletto umano. La disgregazione della profonda etica di una storia “ad populum” e la costruzione di una etica della “moderatezza”, edificata sul senso di assoluta “deduzione matematica” della verità, hanno realizzato un panorama ideologico desolante, dove gli oppressi, sia nella loro valenza internazionale che nazionale, hanno poco o nulla di ampio respiro in cui rispecchiarsi.

Se non crea, non produce e non concettualizza, la storia non aiuta l’umanità ad avanzare di un passo, e lascia i rapporti intellettuali così come sono. Anche la storiografia conservatrice, elitaria e antipopolare, crea una coscienza e palesa una distanza tra quel che rappresenta e quel che la società sente che debba esser detto. Ad esempio, il fallimento nel discorso sulla decostruzione conservatrice della Rivoluzione Francese prodotto da Cobban, da Taylor e da Vovelle, ha dato il là alla sintesi di François Furet, che ha correttamente depurato Le Febvre da certo economicismo.

Questo nuovo “scrivere Di storia” lascia i rapporti intellettuali tra massa e popolo, tra culture diverse, tra sfruttati e sfruttatori esattamente dove li ha trovati. Imperversano, infatti, in questi anni, le “conclusioni liquide”: non una consona cautela sulla definizione di concetti tagliati con l’accetta, ma la pavidità di non dare nomi alle cose, di non tentare mai di lanciare il cuore oltre l’ostacolo della complessità, appellandosi alla fluidità.

Cos’è dunque questa microstoria se non una storia reazionaria per una società dalle classi liquide?

Contro la Memoria e l’Imparzialità

Al fine di sfuggire alle catene che essa stessa si è forgiata, questa società inventa continuamente espedienti (non rimedi, perché transeunti e bisunti) per risolvere la contraddizione che ha ucciso la complessità sana del fare riflessione storica. Espedienti che sono maleodoranti e che alienano le funzioni dello storico a processi altri, se non a figure terze.

Si sente, quindi, come panacea alla decadenza del riflettere storico, il magnificare la “memoria storica”: un artificio intellettuale che le anime pie socialdemocratiche non si sono degnati di mostrarci.

La “memoria storica” è il nuovo modo in cui la storia (pare) si debba fare dal basso: quello che una volta era deputato alla riflessione continuata, adesso è appaltato ad associazioni, congregazioni, gruppi settoriali che, adoperando strumenti non scientifici, fissano un punto sulla mappa del tempo e, dopo aver deciso chi e come può ricordare, stilano una “storia” facendo finta che la “memoria” sia oggettiva, sana e senza problemi.

Ma la “memoria” è, invece, quanto di più soggettivo e passibile di errore vi possa essere. Non tanto per la sua natura unilaterale e particolare, ma per sua stessa ammissione. I ricordi (la somma dei quali dovrebbe costituire una “memoria”) sono sempre “i ricordi di qualcuno”, limitati nel tempo e nello spazio e talvolta anche nella autenticità. Il ricordo come unità della nuova storia non può diventare l’unità se non di “memorie parziali”; che a loro volta creano storie anguste e claustrofobiche, in cui non c’è spazio per un’analisi radicale e completa di un periodo, di un evento, di un personaggio, di una ideologia.

Il miraggio di fare una storia che sia nient’altro che una “memoria collettiva” fallisce nel suo proponimento di unire. L’utilizzo del “ricordo” e della “memoria”, nella società contemporanea, dà sempre luogo a narrazioni che dividono, sia in senso politico che filosofico: la retorica (o memoria) antifascista (col suo corollario di ricatti morali), e la retorica anticomunista (col suo bagaglio di “sentito dire”), altro non sono che i degni prodotti della premessa filosofica alla loro base. Esse non sono una “memoria collettiva”, una base sociale ed edificante, ma soltanto una congerie di “memorie” e “ricordi” che, partiti dalla unilateralità, dalla parzialità e dalla insufficienza della verità, arrivano ad una storia unilaterale, insufficiente e parziale.

Cosa vale la pena ottenere da questo baratto che ha dato la complessità e la naturalità della storia in pasto alle liste di proscrizioneP Si dice che la memoria, il ricordo, sarebbero imparziali perché semplice esposizione di fatti e non di riflessioni sugli stessi.

Sarà liberatorio dunque “liberarsi” dal dogma della “imparzialità imposta” rileggendo Trotskij:

Il lettore serio e dotato di spirito critico non ha bisogno di una ingannevole imparzialità,che gli offra una coppa di spirito di conciliazione misto ad una buona dose di veleno depositata sul fondo, ma gli occorre la buona fede scientifica che, per esprimere le proprie simpatie ed antipatie, francamente e senza mascherature,cerca di fondarsi su uno studio onesto dei fatti, sulla dimostrazione dei rapporti reali tra i fatti, sulla individuazione di quanto nello svolgimento dei fatti vi è di razionale.

Questa è la sola obbiettività storica possibile, d’altronde del tutto sufficiente […]”[4]

Questo baratto, che ha divorato da dentro una storia forse ideologica ma di sicuro ampio respiro e ci ha reso una storia minuscola che non edifica, non ci ha nemmeno garantito una parzialità desiderabile. Non l’equanimità che trasforma la parzialità dello storico come terreno di dibattito tra tesi aderenti alla realtà, ma un astratto sentire pre-politico che muore ancor prima di essere concepito, stante che ogni storia è sempre storia di interessi intellettuali.

Una nuova Storia per un nuovo patriottismo

La devastazione di questo bombardamento “buonista” la vediamo ovunque, e si vede che tre soggetti sono scomparsi dalla nostra storia: le classi, la patria e la storia.

Ripercorrendo a ritroso la nostra genealogia dell’errore non ci riesce difficile capire il motivo di questa scomparsa. Questi tre soggetti sono ampi, ariosi, difficili da maneggiare negli spazi angusti e castrati che la nuova corrente della storia pavida si è imposta. Ovunque si sciolgono le grandi indivitualità che prima invece occupavano le redazioni e le teorizzazioni storiche in monadi di facile comprensione, ma che non traghettano la psiche dell’uomo da nessuna parte.

L’individuo, il diritto, la forma, i santini moderni (diritti umani, diritti sessuali, pruriti democratici) si sostituiscono ai suddetti soggetti, lasciandoci privi di una vera “Storia patria”, la quale è più e meglio di una agiografia puzzolente dell’italianità, ma una riflessone cogente e continua su cosa voglia dire essere italiani e come si realizzi davvero un orizzonte nazionale.

Colpendo alla nuca lo sciovinismo abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Invece di decorticare la storia dalla patina di agiografia e di sciovinismo che vi si era appiccicata sopra, agli italiani (e agli europei) hanno tolto il diritto di ragionare su di sé, identificando la Nazione con la sua parte cattiva (posto che essi siano due corpi divisibili chirurgicamente e non aspetti di una stessa essenza), e lasciando quindi sul campo soli con le nostre miserie di colpevolezza.

La “Religione della colpa”, di cui la “Religio Holocaustica” è una confessione maggioritaria, ha distrutto la Storia, e il ragionamento sulla stessa, ingessandoli e gettandoli a mare con il peso del nazifascismo e del comunismo ai piedi.

La teoria del “Male assoluto”, dell’Ur-Fascismo e di altre amenità sono aspetti teoretici e culturali di una dominazione esterna, militare e culturale. E se è vero che ciascuna storia è sempre storia di interessi intellettuali, e quest’ultimi sono i paraventi filosofici di interessi materiali, lo scadimento della storia al degrado che abbiamo descritto, così pavido e così insulso, altro non è se non la moda culturale della dominazione neo-coloniale sull’Europa, prima imposta forzosamente e dopo assimilata.

In questo quadro una decolonizzazione della mentalità storica e del “fare storia” è un aspetto inscindibile da un reale affrancamento che abbracci anche la sfera culturale e non solo quella materiale. Solo in una storia ragionante e complessa, rinnovata nella sua volontà categorica di tirare somme, affettare in parte la realtà ed avere prospettive filosoficamente e genuinamente parziali, senza illudersi che esistano altri mezzi se non il metodo scientifico per comprendere la realtà, solo questa Storia può offrire la casa comune di dibattito in cui i nodi di Gordio della Storia nazionale si possono sciogliere.

Lo storico deve tornare ad elevarsi sopra la miseria comune, con un metodo rigidamente scientifico e una grande teoria (o vestito di idee: Ideen Kleid) che possa ristabilire il rapporto tra passato, visione complessiva e problemi reali.

Lo storico è, pertanto, un militante. Non di un partito, ma di una ideologia (quale essa sia), che ne informi la visione del mondo e che lo porti ad un vaglio critico della realtà, volto tuttavia non solo alla correttezza, ma alla sicurezza che fare storia è, soprattutto, concettualizzare, dirimere, comprendere e superare.

Historia est militia super terram.

(di Lorenzo Centini)

[1] Ernst Kantorowicz, “The fundamental Issue: documents and marginal notes on the university of California Loyalty oath”, 1960

[2] George W. H. Hegel, citato in “In memoria del Manifesto” di Arturo Labriola,1895

[3] La tesi di Frederick Jhon Teggart in “Theory and process of History”,1918

[4] Leon Trotskij, prefazione alla “Storia della Rivoluzione Russa”,1930