Berto Ricci, l’anarco-fascista

Spirito eroico e puro che ne fa la perfetta reincarnazione dell’Uomo Nuovo, Berto Ricci e “L’Universale” sono un ottimo ed ulteriore punto di partenza per staccarsi da quel binomio “fascismo=destra” portato in auge dalle politiche del patetico neofascismo missino, e che diverge totalmente rispetto all’essenza intrinseca nel Manifesto San Sepolcro, nella Carta del Carnaro, nel Manifesto di Verona e nella democrazia organica di Carlo Alberto Biggini, eccellente Ministro dell’Educazione Nazionale durante la Repubblica Sociale Italiana.

Filo-sovietico ed anti-borghese – quindi di difficile comprensione per le menti ottenebrate dalla “cultura” d’oltreoceano -, l’approccio di Berto Ricci al fascismo, alla stregua di quello di Leo Longanesi, è quanto di più anticonformista ci possa essere. Nelle pagine del “Selvaggio” di Mino Maccari, con il quale inizierà a collaborare nel 1927, critica la mentalità conservatrice e “clericale” della frangia più “aristocratica” dello stesso movimento fascista, sostenendo come fosse d’intralcio alla realizzazione del dinamismo socialista e rivoluzionario tipico dell’azione mussoliniana, e come sfruttasse il regime per ottenere benefici e vantaggi personali, di fatto senza capire assolutamente nulla della sua essenza.

Quest’ultima, secondo il pensiero ricciano e della sinistra fascista, era intrinseca nel rifiuto delle ideologie materialiste e nel riconoscimento delle tradizioni che allontanavano l’uomo dall’essere un tassello insignificante all’interno di un sistema economico, e lo avvicinavano alla totalità di cui parla Friedrich Nietzsche nella sua filosofia eroica.

L’esempio concreto di questo pensiero è riscontrabile nei “ragazzi di Firenze”, ossia militi della Repubblica Sociale Italiana dai 15 ai 20 anni che, nella città prossima a cadere per mano alleata nell’agosto 1944, si opposero con ogni mezzo alla sua conquista, sparando dai tetti, tagliando le vie di comunicazione e “cercando la bella morte” che puntualmente avverrà sul Sagrato di Santa Maria Novella, sotto il sole cocente, mediante la fucilazione, descritta magistralmente da Curzio Malaparte nelle righe del romanzo “La Pelle” del 1947. “La consegna è quella di morire sul posto”, e cosi fecero.

La lotta di Berto Ricci alle classi conservatrici e borghesi continua anche in “Errori del nazionalismo italico”, nel quale dichiarerà come la mentalità individualista volta alla ricchezza materiale sia tipica dell’”antieroe” della letteratura contemporanea e, di conseguenza, retaggio antifascista in antitesi alla ricchezza di valori della quale esso si faceva portavoce. Il suo impegno in questo senso e nell’accorciare le distanze tra le classi sociali gli attireranno accuse di “bolscevismo” da Roberto Farinacci, Ras di Cremona nonché fascista della prima ora.

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Berto Ricci è costretto ad accantonare le sue idee per la creazione di una futura classe dirigente all’interno del Partito Nazionale Fascista e a partire per il fronte libico dove sacrificherà la sua vita per proteggere il suo battaglione dai colpi di uno Spitfire la mattina del 02 febbraio 1941.

Alla stregua di Niccolò Giani – fondatore della Scuola di Mistica Fascista, “Arnaldo Mussolini – Giovanni Gentile, Alessandro Pavolini, Julius Evola, Stanis Ruinas e Giorgio Pini; Ricci è stato vittima di ostracismo per tutto il dopoguerra da parte dell’intellighenzia antifascista. Ma in quest’epoca di oscurantismo culturale, forse, ci converrebbe riscoprirlo.

 

(di Davide Pellegrino)