La Neolingua che non piace a nessuno

Da “antipolitica” a “terrorismo”, passando per “femminismo” e “rivoluzione colorata”… Quali immagini evocano in noi queste parole, e soprattutto chi ne ha deciso il corrente significato? Sono gli uomini a formare la lingua o, come dice Fichte, è la lingua a formare gli uomini? Quanto è davvero libera la nostra opinione, scevra da concetti preconfezionanti la nostra capacità di giudizio?

Con quali sistemi i media ne pervertono il senso, in modo che la sovrastruttura capitalista e consumistica giustifichi costumi e modi di pensare, producendo nell’opinione pubblica strutture linguistiche che “cambiano il passato per controllare il futuro” e portino avanti dunque la sua stessa esistenza, è spiegato nel libro Neolingua (Circolo Proudhon Edizioni, 2015), AA.VV. a cura di Lorenzo Vitelli e Andrea Chinappi.

Quale differenza esiste tra la propaganda nei totalitarismi e quella presente nei nostri sistemi cosiddetti “democratici”? Il giornalista Marcello Foa, nella prefazione, riassume che «la parola è potere. Attraverso il linguaggio si possono governare le masse, orientare i sentimenti, rivoltare valori e ideologie. È un’arte di cui le dittature si sono appropriate per prime […] e le democrazie non sono immuni dal contagio che è ancora più insidioso perché non dichiarato e in apparenza non assoluto, ma produce effetti altrettanto cloroformizzanti». Ad anestetizzare le masse, ad impedire una seria contestazione dei significati imposti, sono i media che “operano un divario tra individuo e realtà”.

La potenza dell’immagine, del simulacro, risiede nel fatto che, al contrario della realtà, può essere soggetta a una interpretazione univoca fornita dai mezzi di informazione, i quali non rappresentano l’opinione pubblica, ma sono coloro che la costruiscono, operando una «colonizzazione semantica della psicologia collettiva […] creando una profonda antinomia tra l’esistente e il modo in cui ce lo rappresentano», dice Vitelli nell’introduzione. Il linguaggio rappresenta una realtà «simulata perché ideologizzata, che ci pacifica con il pessimo ordine del Mondo», e attraverso esso «si condensa il processo di riconciliazione delle contraddizioni all’interno delle coscienze».

Il punto di forza di Neolingua, la fondamentale utilità di questo libro per comprendere come le contraddizioni del sistema consumistico vengano abilmente mascherate, consiste nel non limitarsi a descrivere la comunicazione dei media nel mondo occidentale, ma a catalogare come un vocabolario, e analizzare criticamente una per una, le parole più usate ed abusate dei nostri giorni, ponendole alla prova della realtà e spogliandole del velo di simbologie che le ha pervertite e rese a uso e consumo del pubblico.

A come “antimafia” («un fenomeno […] che viene cavalcato per fini e interessi personali e non per una reale guerra al crimine organizzato»), L come “libertà” («nella società del consumo, la libertà di avere è di fatto l’unica che impera»), R come “razzismo” («alle origini dell’ideologia razzista ci sono gli odierni professionisti dell’anti-razzismo, eredi della trazione liberal-democratica e progressista anglosassone»), finendo con la T di “turismo” («indice di sottomissione al colonialismo economico globale»).

I giovani autori di Neolingua non approfondiscono solo i linguaggi della politica e dell’economia, ma si spingono ad analizzare cosa si nasconde dietro i nostri costumi, connessi alla sovrastruttura consumistica e da essa riformulati. Così sono ad esempio l’Arte, che non rappresenta più – citando Rousseau – il popolo che la crea; così è la Letteratura, svenduta alle logiche di mercato per i “turisti del Pensiero”; così il Sesso, che “si è emancipato sia dalla riproduzione sia dall’amore in senso culturale”.

Molto di quello che leggerete in Neolingua contraddirà ciò che si è stati portati a pensare fin dalla prima educazione; le sue analisi spesso impietose minano concetti culturali in apparenza intoccabili; farà, in definitiva, riflettere e arrabbiare, ma inevitabilmente aprire gli occhi e parlare una lingua nuova. Una visione inedita ma necessaria per comprendere e riflettere sulla nostra identità.

(di Arturo Zaia)