La politica energetica di Donald Trump

Sono ancora fresche dentro le nostre orecchie le parole di Donald Trump durante il suo insediamento alla Casa Bianca; prima l’America, potere al popolo, ricostruire l’industria americana, abbandonare l’interventismo e l’imposizione del modello democratico USA nel mondo. Interessante sarà capire come il tycoon arrivato ora al potere attuerà la sua politica energetica che inevitabilmente passerà da quella estera e sarà alla base della ricostruzione economica ed industriale della prima potenza al mondo.

Gli annunci su di una politica che guarderà meno al cambiamento climatico, riducendo le restrizioni alle compagnie petrolifere è un chiaro segnale che gli USA punteranno prepotentemente sul settore delle estrazioni di gas naturale e greggio per supportare la domanda energetica. La nomina di Rex Tillerson, numero uno di Exxon Mobil, la prima compagnia petrolifera al mondo con un fatturato che sfiora i 500 miliardi di dollari, è la conferma di tale linea. Mentre durante l’amministrazione precedente la guerra al prezzo del greggio aveva spinto i paesi del Golfo, come Arabia Saudita (primo produttore) ad aumentare la produzione facendo crollare il prezzo per mettere in difficoltà le più costose estrazioni di shale gas e oil in Nord America e nei giacimenti off shore sottomarini di tutto il mondo, oggi alla luce degli ultimi accordi in sede OPEC di riduzione della produzione saudita, e di conseguente aumento del prezzo, si delineano interessanti scenari.

Il compito di Tillerson come Segretario di Stato sarà quello di riallacciare i rapporti deteriorati dall’amministrazione Obama sopratutto con la Russia (primo produttore di gas naturale al mondo) del suo amico Putin, anche perché proprio Exxon Mobil ha enormi interessi gestendo l’enorme giacimento di gas nell’isola russa di Sakhalin, nonché delle esplorazioni che stanno prendendo parte nell’area del circolo polare. La Russia ha bisogno di esportare gas e l’America necessariamente punterà e sui giacimenti interni di shale gas e su quelli esteri gestiti dalle proprie compagnie petrolifere in partnership con i governi. La crescita dell’industria di estrazione va in parallelo con l’indotto creato che potrebbe rinvigorire le aziende americane produttrici di equipaggiamenti e strutture, oltre che alla disponibilità economica da parte delle aziende energetiche di poter investire per migliorare le tecnologie di esportazione e consumo, e poter spendere più risorse nel progetto massivo di centrale nucleare a fusione pulita.

Studi riguardo le emissioni di CO2, supportati anche dal premio per la fisica Nobel Carlo Rubbia, dimostrano che puntando sul gas naturale le stesse scendono in maniera significativa rientrando in valori accettabili. È chiaro che un mercato petrolifero in crisi crei più danni che benefici al mondo dell’economia reale, sopratutto negli investimenti nella ricerca di energie alternative e più pulite, con buona pace degli ecologisti che vorrebbero distruggere tutti gli impianti, pozzi e raffinerie, non avendo però un chiaro piano alternativo alle energie fossili.

La disastrosa politica estera dell’amministrazione Obama in Medio Oriente, e gli ultimi attriti con il governo israeliano, hanno tagliato fuori gli USA da futuri scenari sopratutto per gli importanti giacimenti scoperti off shore in Egitto, Israele e Libano. È alquanto prevedibile che Trump voglia riallacciare con la Russia per tornare ad avere voce in capitolo in quell’area, e in qualche modo allontanare Mosca da Pechino, considerando ormai che in Africa la Cina ha un ruolo di prim’ordine negli investimenti industriali, d’altronde gli affari si fanno anche ricostruendo dialogo ed alleanze, cercando di romperne delle altre.

Scenari interessanti ed equilibri fragili passeranno per i gasdotti ed i pozzi di tutto il mondo nei prossimi anni. I presupposti di ottimisti per un mondo multipolare che passi anche dall’energia ci sono tutti, gli uomini di talento non mancano e interlocutori esteri pronti al dialogo ci sono, ora vedremo quanto duri saranno gli ostacoli e quanto testardo sarà il presidente Trump con la sua amministrazione nel perseguire i suoi obiettivi.

(di Simone Nasazzi)