A Trump Romance: cronaca di un’elezione mai annunciata

 

Il lieto fine delle elezioni statunitensi del 2016 era già scritto: dopo il primo Presidente nero, la sua naturale successione al 1600 di Pennsylvania Avenue sarebbe stata una presidente donna; un altro evento senza precedenti nella storia americana, e al contempo la conclusione perfetta per la carriera politica di un presidente uscente che si era fin dal principio imposto come strenuo difensore dei diritti civili e delle minoranze. Per Hillary Clinton, già Segretario di Stato, un vero e proprio esercito composto da giornali, televisioni, intellettuali, analisti politici e perfino l’intero star system di Hollywood aveva steso, con larghissimo anticipo, un tappeto rosso all’ingresso della Casa Bianca.

Nessuno, salvo rare eccezioni, immaginava che quell’8 novembre avrebbe invece varcato il soglio presidenziale – e scritto una nuova pagina nella Storia – il “Populista”, l’“Impresentabile”, l’“Inadatto” a qualunque ruolo politico: l’imprenditore Donald J. Trump, candidato del Partito Repubblicano.

Come il presentatore Steve Harvey aveva, in una delle sue più memorabili gaffe, incoronato la candidata sbagliata alle finali di Miss Universo, così in quel lungo martedì statunitense i media si sono accorti di aver puntato tutto sul cavallo perdente. Terminava così l’8 novembre 2016 l’epopea di Hillary Clinton, la ex futura Presidente, e iniziava un nuovo, inedito capitolo nella storia di un uomo da sempre conosciuto e chiacchierato, amato e disprezzato in egual misura, da quarant’anni presente nelle cronache mondane statunitensi.

A spiegarne le cause, a svelare il mistero del personaggio e ipotizzare gli scenari politici futuri non solo per gli USA, ma per il mondo intero, è l’instant-book A Trump Romance – cronaca di una elezione mai annunciata, di Federico Cartelli (co-fondatore del think tank The Fielder), edito da Edizioni La Vela e arricchito dalla prefazione di Francesco Maria Del Vigo (Il Giornale).

Quello di Cartelli è un saggio che ci conduce, con ricchezza di fonti e al contempo un pregevole dono di sintesi, in viaggio verso una America suburbana delusa e inascoltata, tenuta ben lontana dai riflettori, dagli ambienti “che contano”, e a distanza di sicurezza da una classe intellettuale ormai autoreferenziale e barricata sulle sue posizioni; un’America che degli effetti della globalizzazione, al momento, ha subìto soltanto quelli negativi.

Prosperità, abbondanza, grandezza. L’immagine carismatica da self-made man di Trump, una incarnazione del sogno americano, si riflette nello slogan con il quale ha raggiunto, con un numero di delegati record, i vertici del Partito Repubblicano: «Make America Great Again», rendiamo di nuovo grande l’America. Trump contrappone alla sua visione di una America forte la realtà plumbea di una America, quella degli otto anni di Barack Obama, sempre più fragile all’interno e ormai incapace di imporsi nello scacchiere mondiale. La delocalizzazione delle imprese, la manodopera cinese, l’immigrazione illegale dal confine sud, la disastrosa situazione in Medio Oriente sono le dirette conseguenze di «un presidente che sembra una cheerleader» più che un uomo di polso, che pure Trump aveva un tempo sostenuto. La classe operaia tradita e la classe media sempre più delusa e impoverita esprimono con il tycoon la loro insoddisfazione verso «le strutture sovranazionali e del politicamente corretto, del progressismo esasperato e dei suoi chiassosi megafoni”.

Sarebbe un errore però, dice Cartelli, ergere Trump a simbolo di una “rivoluzione operaia” o ridurre tutta la sua fenomenologia al cosiddetto “populismo” – un termine che, sostiene sarcasticamente Del Vigo nell’introduzione, è divenuta oggi la discarica di tutti i pensieri scomodi. Trump, e con lui anche la Brexit e l’ascesa in Francia di Marine Le Pen, nasce per l’autore dalla combinazione di due fattori: «Una palese crisi delle democrazie liberali» e «una insofferenza dell’uomo comune nei confronti del potere, non più in grado di fornire risposte convincenti ed efficaci alla globalizzazione».

Quali risposte non ha saputo o voluto fornire, in particolare, la “Obama coalition”, abbandonata proprio da larghe fette di elettorato che anni prima avevano consegnato con entusiasmo al primo Presidente nero le chiavi della Casa Bianca? Cartelli dimostra come questo “tradimento” dei Democratici verso la working class sia stato calcolato in base previsioni demografiche degli Stati Uniti, che nel futuro prossimo dovrebbero vedere un notevole aumento delle minoranze, in particolare di ispanici e asiatici, e un grosso calo di popolazione bianca: in altri termini, un allargamento della tipica base dell’Asinello e un assottigliamento di quella del GOP.

Pur presentando un candidato con parecchie ombre, imposto dall’alto, contro un outsider, Bernie Sanders, azzoppato dal suo stesso partito, i Dem hanno puntato tutto sul sostegno totale di donne, neri, ispanici e giovani. Sostegno totale che in realtà non c’è stato: Trump, pur non vincendo tra le minoranze, ha saputo mietere consensi trasversali. Anche la figura di Hillary Clinton non ha convinto tutti, essendosi lei presentata non come elemento innovativo – pur non mancando mai di paventare sempre il suo genere quasi come un titolo di merito – ma come un “terzo mandato” di Obama senza Obama, un presidente che secondo Cartelli ha lasciato una eredità vuota: «Non è avvenuto il simbolico passaggio di consegne perché non c’era nulla di significativo da consegnare e mostrare orgogliosamente all’America e al mondo».

Rimane aperta la domanda su chi sia, a questo punto, l’elettore di Donald Trump. A delinearne un profilo volutamente riduttivo quanto stereotipato di persona volgare, non acculturata, incapace di decidere per il suo stesso bene, l’esatto opposto dell’elettore democratico giovane e plurilaureato, ci hanno pensato legioni di intellettuali – «maestri del tutto e professori del nulla» – che dalle colonne dei giornali, gli stessi che hanno profetizzato per mesi una scontata vittoria di Hillary Clinton, sono arrivati a mettere in discussione la liceità degli strumenti di democrazia diretta, la validità del sistema elettorale statunitense e lo stesso suffragio universale: l’ignorante, l’incolto e presumibilmente razzista, il «paniere dei deplorevoli» (come disse la stessa Hillary Clinton in una uscita infelice) non può incidere sulle sorti di un paese, ma deve votare solo ed esclusivamente come viene lui indicato, pena passare sotto le forche caudine.

Strali di frustrazione, questi degli intellettuali, che in realtà riflettono soltanto la loro inadeguatezza nel «capire e narrare la contemporaneità socio-economica degli Stati Uniti». Il giudizio di Cartelli, riguardo a ciò, è capitale: «Chi vuole fare politica deve scendere al paesello e sporcarsi le mani con il paese reale, anche a costo di macchiare giacca e cravatta e di mettere in pericolo la propria reputazione intellettuale. In caso contrario è preferibile osservare un religioso silenzio, in attesa che altri dieci, cento, mille Trump conquistino la scena mondiale».

Ora che Trump è prossimo a varcare la soglia della Casa Bianca, quali carte dovrà giocare per vincere la sua scommessa col popolo americano? L’autore delinea due fattori decisivi: l’economia, che Trump vuole impostare in direzione protezionistica, e la politica estera, in particolare verso Cina, Iran e Russia. Su ciò si gioca la carriera di un personaggio che potrebbe divenire, con le stesse possibilità, un ottimo presidente o viceversa una figura dimenticabile, ma che in ogni caso ha già scritto la Storia.

(di Arturo Zaia)