Laibach: la dittatura della provocazione

“Non andiamo a suonare in Corea del Nord per provocare i coreani, ma ci andiamo per provocare il resto del mondo.”

Quando Morten Traavik e l’artista parigino Valnoir, creatore di svariate copertine di dischi metal e industrial, proposero ai Laibach un viaggio nella Repubblica Popolare Democratica di Corea per suonare davanti al popolo di Kim Jong-un, probabilmente il corpulento cantante e leader che risponde al nome di Milan Fras si sarà lasciato andare a una convinta frase di approvazione. Per i maestri dell’estetica del potere, della destrutturazione musicale e concettuale, del situazionismo beffardo, esibirsi davanti al pubblico di uno degli stati più ermetici, autarchici e politicamente distanti dall’Occidente, costituiva un’occasione troppo allettante per non essere sfruttata.

Dopo circa un anno di mediazione diplomatica tra l’entourage e le istituzioni coreane, tra Morten Traavik e il Comitato delle Relazioni Culturali Internazionali della Repubblica Democratica coreana, i Laibach ottennero il lasciapassare per poter suonare in due date nella capitale asiatica. Il 19 e il 20 agosto del 2015 la band slovena si è potuta esibire al Panghwa Arts Theatre di Pyongyang davanti ad un pubblico più incuriosito e rispettosamente silenzioso, che eccitato all’ascolto di suoni e voci mai sentite prima di quel momento. Il gruppo che prende il nome dalla città di Lubiana aveva scritto un altro capitolo di una storia fatta di provocazioni mirate, studiate e ragionate: erano diventati la prima band occidentale della storia a esibirsi nella discussa Corea del Nord.

“Il nostro processo creativo è stato istituito nel 1982 e non è cambiato nulla da allora. È chiaramente descritto nel nostro manifesto.”

I Laibach si formano nel 1980 a Trbovlje, una città mineraria della Slovenia. Scelgono di denominarsi con il nome tedesco della città di Lubiana. Del collettivo artistico-politico Neue Slowenische Kunst – NSK nato nel 1984 – i Laibach diventano i capostipiti dell’ala musicale. Il legame di amicizia con il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek influenza sin dai primi lavori il processo creativo della band. Prendendo spunto dalle rappresentazioni estetiche dell’avanguardia classica degli anni ’20, i Laibach intendono appropriarsi della retorica totalitarista evitando accuratamente tutte le prese di distanza, per facilitare la costruzione di un processo utile all’approfondimento della conoscenza e alla comprensione dei meccanismi di un dato sistema politico e sociale. Mettere in luce le verità nascoste dell’ordine simbolico seguendo le enunciazioni di Žižek: il gruppo balcanico sovverte paradossalmente ogni forma di analisi e censura critica, concentrandosi esclusivamente sugli aspetti tabù del sistema.

“Utilizziamo il linguaggio della manipolazione. Non ci siamo mai considerati degli artisti, piuttosto potete definirci come ‘ingegneri delle anime umane.’”

Le ambigue rappresentazioni sceniche, i testi marziali, l’abbigliamento parafascista del gruppo, la voce cavernosa e gutturale di Milan Fras non vengono recepiti positivamente dalle istituzioni slovene e della ex Jugoslavia che all’epoca, per ovvi motivi, erano scarsamente tolleranti nei confronti di messaggi vagamente provocatori. Nei primi anni ’80 il gruppo fatica ad emergere in patria. Nel 1983 girano l’Europa con gli inglesi Last Few days: “Occupied Europe Tour ‘83” è il nome del tour che rievoca antesignanamente i movimenti di protesta internazionale degli ultimi anni, come dirà in un’intervista recente il cantante Milan Fras. In un concerto a Lubiana nel 1984 sono costretti a non dichiarare il proprio nome a causa della censura, tre anni dopo possono finalmente esibirsi nella capitale slovena svelando al pubblico il nome Laibach.

“Siamo coscienti del potere della politica sin dalle nostre origini, dunque analizziamo il linguaggio della politica in relazione con la cultura. L’arte può agire, dovrebbe agire, in questa direzione meglio di qualsiasi altro sistema di codificazione. Certo, è necessario che sappia sfidare, che sia coraggiosa e, se necessario, che miri a proiettarsi ad absurdum come negli insegnamenti dei dadaisti e dei futuristi.”

Uno dei live più potenti della storia del gruppo si tenne nei primi anni ’90 allo Stadio Stella Rossa di Belgrado. La band decise di inscenare un discorso nazionalista in lingua serba, un messaggio con contenuti ricorrenti negli stadi e nelle piazze di in un territorio di uno Stato che in quel periodo si avviava alla completa disgregazione. Per evitare il pericolo di reazioni minacciose da parte del pubblico presente ad uno spettacolo che avrebbe potuto essere recepito come una presa in giro o una provocazione i Laibach “confusero” volutamente due piani pronunciando, durante il discorso in serbo, parole che rievocavano la violenza nazista del Blut und Boden. La memoria dei crimini commessi dai nazifascisti in Serbia sovrastò ogni altro dubbio nella mente dello spettatore che a quel punto recepì coerentemente e correttamente il discorso nazionalista, come un messaggio appropriato e dovuto che poteva essere accettato.

“Con l’Italia non abbiamo un rapporto speciale, non vogliamo fare differenze con il pubblico; prendiamo ciò che ci viene dato senza fare differenze. Ma certamente l’Italia è il nostro “vicino di casa”, condividiamo una storia comune – metà della Slovenia è stata occupata dall’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, perciò ora dovremmo essere noi a “occuparla” e ad esibirci più spesso nel vostro Paese.”

Il recente successo non ha imborghesito minimamente la mentalità di Milan Fras che, in una recente intervista per il magazine “Sentireascoltare” [http://sentireascoltare.com/…/uno-spettro-si-aggira-per-eu…/] , ha risposto con il consueto stile Laibach a una domanda sull’uso dell’immaginario totalitario: “Noi non ci difendiamo dalle persone che ci biasimano, ma queste persone s’illudono; ad esempio la gran parte dell’immaginario totalitario di oggi è un prodotto della società consumista stessa e della cultura popolare. Laibach sta analizzando solo l’ideologia dominante, trasformandola nell’espressione di un immutabile urlo totalitario.”

L’ancestrale attenzione della band verso i fenomeni politici e sociali dell’Occidente, in particolare dell’Europa, è sempre viva. Nella stessa intervista il gruppo, partendo dal testo apocalittico di “Eurovision” (un brano inserito nell’ultimo album), analizza lucidamente la situazione attuale del Vecchio Continente mettendo in luce quali potrebbero essere le vie di uscita da un decadimento che sembra inesorabile:

“L’Europa cade a pezzi di continuo, ma sembra che a cadere a pezzi sia anche il modo di costituire l’Europa stessa. Ogni volta che tenta di rimettersi in piedi, l’Europa fallisce sempre di più. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è di un’Europa che vada dall’Atlantico al Pacifico e crediamo in questa visione, ma l’Europa ha prima bisogno di una vera e propria rivoluzione. La vera illusione è che gli obiettivi di giustizia sociale, la stabilità finanziaria e la sostenibilità ambientale possano essere raggiunti entro i parametri del sistema capitalistico globale. Le vere cause della miseria del popolo, dopotutto, non provengono dai danni provocati da alcune centinaia di politici o dall’avidità di alcune migliaia di banchieri, ma dalle dinamiche strutturali che, in primo luogo, consentono e premiano tale comportamento. La crisi di oggi non può essere risolta mediante l’introduzione di piccole regole, o tramite una sorta di “chirurgia estetica” di un qualche tipo. Essa può essere risolta solo mediante la trasformazione in un sistema completamente diverso. Ci auguriamo vivamente che l’idea di un’Europa unita possa essere salvata, ma non la fredda Europa tecnocratica di Bruxelles e delle banche che opera solo secondo i dettami del dogma neoliberista, ma un’Europa ri-politicizzata, fondata su un progetto di emancipazione condivisa. L’Unione Europea deve trovare il giusto equilibrio tra il dibattito e il consenso su una visione d’insieme. Questa visione deve permeare tutti gli aspetti della società. Senza questa visione l’Europa non può progredire ma può solo continuare nel suo declino”.

La fama della band, che racconta le dinamiche del dominio e del potere beffandosi dello stesso potere, nel frattempo è cresciuta esponenzialmente in Europa e con un album come Spectre (2014), musicalmente più “accessibile” ma ricco ugualmente di reconditi spunti, si è accentuata la curiosità dei media mainstream verso un fenomeno unico e complesso che si discosta totalmente dalla concezione di normale gruppo musicale.

Il manifesto dei Laibach

“La base dell’attività dei Laibach risiede nella sua concezione di unità, che si esprime in ogni media sulla base di leggi adeguate (arte, musica, cinema …). Il materiale utilizzato dai Laibach è taylorismo, rumorismo, fascismo, totalitarismo, disco… Il principio di lavoro è totalmente costruttivista e il processo compositivo è basato sul “ready-made”. La produzione industriale è un processo razionale, ma se si estrae da questo processo l’attimo e si dà enfasi a esso, se gli assegniamo la dimensione mistica dell’alienazione, si rivela la componente magica del processo industriale. La repressione presente nel rito industriale si trasforma, in questo modo, in un dettato compositivo e la politicizzazione del suono può diventare sonorità totale. Escludiamo qualsiasi evoluzione dall’idea originaria; il concetto originale non è evolutivo, ma entelechiano, e la sua presentazione è solo un collegamento tra questa staticità e il cambiamento di determinate unità. Prendiamo la stessa posizione nei confronti degli effetti diretti della materia musicale sulla nostra idea; naturalmente, questa influenza è una necessità materiale, ma è di secondaria importanza e appare soltanto come il sottofondo storico e musicale contingente che, nelle sue possibilità, è illimitato.
LAIBACH esprime la sua atemporalità con i reperti del presente ed è per questo necessario che all’incrocio tra politica e produzione industriale (la cultura dell’arte, l’ideologia, e la consapevolezza) s’incontrino gli elementi di entrambi, sebbene voglia essere parte di entrambi. Questa vasta gamma ci permette di oscillare, creando l’illusione di movimento (sviluppo).”

(di Antonio d’Avanzo)