“La storia infinita” e il materialismo che uccide

“È più facile dominare chi non crede in niente”
La storia infinita, 1979

Con questa frase Gmork, il personaggio “servo del Potere che sta dietro il Nulla”, spiegava al giovane cavaliere Atreiu perché il mondo fantastico di Fantàsia, frutto delle speranze, delle invenzioni e anche dei sogni umani, doveva essere distrutto.

Il romanzo La storia infinita, uscito nel 1979, narra la storia del piccolo Bastiano, un ragazzino rimasto orfano della madre e in rapporti complicati con il padre,  che attraverso la lettura di un mistico libro ritrova la via della vita. Una vita tra l’altro non fine a sé stessa, ma in grado di salvare allo stesso tempo un universo parallelo, Fantàsia per l’appunto, progressivamente eroso da una misteriosa entità (il Nulla) che lo sta portando all’inevitabile estinzione.

Fantàsia è l’allegoria della creatività umana: un vero termometro delle capacità di sognare degli uomini, della loro tendenza a porsi obiettivi spirituali – prima ancora che materiali – all’apparenza impossibili ma che possono costituire il leitmotiv della loro stessa esistenza. In un mondo reale in cui più nessuno sogna, immagina o semplicemente idealizza, la rappresentazione fantastica dell’essere e qualsiasi proiezione ulteriore sono destinati a perire.

La grande intuizione sta proprio nella citazione di Gmork. L’essere al servizio del Nulla ha infatti la missione precipua di impedire a chiunque ci provi di ricostituire Fantàsia attraverso l’unico strumento possibile: l’immaginazione. Immaginare è la chiave di volta per la libertà e in un certo senso anche per la fede. La sua negazione è espressione di apatia, ignavia e, in sintesi finale, sottomissione.

L’ autore del libro, il tedesco Michael Ende (noto anche per il racconto Momo, pubblicato nel 1973), è ricordato nel mondo della letteratura europea novecentesca per una caratteristica: la sua feroce critica al consumismo e alla società occidentale in generale.

Per Ende il mondo nato dalle ceneri della seconda guerra mondiale è più grigio di quanto il suo colorato aspetto, fatto di luci sfavillanti al neon, di benessere economico e di divisione sempre maggiore del lavoro, lasci trasparire. La ragione che sta alla base dell’idea de La storia infinita è il progressivo materialismo della società umana, ormai unico elemento valido per lo sviluppo della stessa, a discapito dello spirito e dell’intermediazione del “sogno” come strumento utile per affrontare la realtà.

Chi non sogna non può risolvere i problemi, questa la sintesi de La storia infinita. Va ricordato che l’ opera, nonostante possa senz’altro denotare un approccio anticapitalista, in realtà non si inquadrava da un punto di vista politico nel contesto della guerra fredda.

A ben guardarla, non risparmiava nessuna delle ideologie che dominavano la società mondiale nella seconda metà del XX secolo: il capitalismo ne usciva a pezzi tanto quanto il comunismo, considerato che entrambi erano il frutto della prima rivoluzione industriale inglese, basata sulla produzione e sull’idea della crescita percentile della materia. Senza di essa, non sarebbero nati gli Adam Smith, esattamente come non sarebbero nati i Karl Marx.

Un approccio alla vita e all’esistenza che ha dimostrato di trascurare completamente (allo stesso tempo senza poterne fare a meno) caratteristiche ugualmente fondative della natura umana, ben lontana da essere esclusivamente indirizzata al rapporto tra ricavi e costi come invece era sempre stata dalla fine del XVIII secolo in Inghilterra, prima di espandersi al resto dell’Occidente nei due secoli successivi.

Non è un caso che i maggiori critici del pensiero di Ende siano stati i sessantottini. La sedicente rivoluzione proletaria, per definirla in un tono polemico che sarà caro agli spiriti di Preve e Pasolini, era in realtà una rivoluzione borghese, quella in cui cessava di esistere la legittimità di uno Stato interventista a parziale freno dell’ideologia consumista, da quel momento in avanti pronta a celebrare un trionfo che, dopo il 1989, sarebbe stato completo.

Certamente, siamo filosoficamente in disaccordo con la visione del mondo che La storia infinita proponeva: un viaggio nella fantasia propedeutico a credere nel reale, laddove all’epoca era invece tutto focalizzato sul messaggio politico.

Generazioni che avrebbero fatto dell’autoreferenzialità e della propria crescita personale le loro principali ragioni di vita, non potevano trovare spazio per l’immaginazione e per la trascendenza della creazione. Sì, perché l’uomo di Ende, quando immagina, si avvicina a Dio, nulla gli è precluso e riesce a fronteggiare i drammi con quell’ottimismo che, nelle società basate sul profitto, è schematico quanto atomizzato.

L’ autore criticò molto il film diretto da Wolfgang Petersen e uscito nelle sale nel 1984. Diverse fasi della storia erano state trascurate nella pellicola, e lo stesso padre di Bastiano, nel film la parte “forte” della famiglia dopo la tragica morte della moglie, nel romanzo è in realtà un uomo incerto, sofferente per la scomparsa della donna.

L’ ossessione di Ende per il modo in cui era stato trattato il suo lavoro, alla cui stesura aveva dedicato circa tre anni, probabilmente fu eccessiva. Un film non è un libro, anche se molti sembrano non accorgersene, proprio perché limitato nello spazio e nel tempo: a questi fattori deve fare fronte prima di presentare il risultato finale.

Al contrario di un testo che tutto può preservare, inclusa la stessa immaginazione tanto cara ad un autore sensibile che, con 38 anni di anticipo, dipingeva un regno fantastico che, forse, oggi è veramente estinto.

(di Stelio Fergola)