Buoni 73 anni, Jimmy Page!

L’ultima volta che vidi Jimmy Page (73 anni questo mese) fu nel 2008, durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Pechino. In quell’occasione stava improvvisando una versione di Whole Lotta Love con Leona Lewis, all’epoca fresca vincitrice della prima edizione in assoluto di X Factor.

Rimaneva poco o nulla del suono della Les Paul crunchoso, gracchiante, puro, senza fronzoli e regolazioni udibile in brani quali Black Dog, I Can’t Quit You Baby (Otis Rush), Bring it on Home (Sonny Boy Williamson II) e Heartbreaker. Il Marshall Super Lead Plexi del ’59 era stato sostituito da uno JCM 800 – molto slash e Guns ‘n Roses – e da un lead più potente e corposo per “coprire” eventuali magagne tecniche che potessero venire fuori con l’età.

La nostalgia salì; andai a rifugiarmi immediatamente in Jimmy Page con la Fender Telecaster – riutilizzata, tra l’altro, per registrare brani quali Travelling Riverside Blues (Robert Johnson) e la arcinota Communication Breakdown – del periodo degli Yardbirds. Questi erano famosi per aver dato i natali, chitarristicamente parlando, al mago della leva del vibrato, Jeff Beck, a Slowhand e a Eric Clapton. Erano stati essenziali per comprendere la sua futura filosofia musicale, la stessa di Robert Plant, John Paul Jones e di John Bonham, il mago della Ludwig che tanto faceva imbestialire Mitch Mitchell della Jimi Hendrix Experience.

Think About It (1968), dall’album Goodnight Sweet Josephine, è un ottimo punto di partenza. Quest’ultima racchiude il primo esperimento di Jimmy Page a livello di shredding che si sarebbe successivamente applicato all’arcinoto assolo di Heartbreaker (Led Zeppelin II), sul quale si è sempre dibattuto se si trattasse del primo caso di tapping della storia prima dell’avvento sulle scene mondiali di Eddie Van Halen e del suo brown sound.

La psichedelia di How Many More Times, nel quale si percepisce la maestosità al wah e l’ottimo lavoro di John Paul Jones, trae le sue origini da Happening Ten Times Years Ago, brano in cui Jimmy Page – un po’ come Skydog Duane Allman con Richard “Dickey” Betts nella Allman Brothers Band – condivide le parti solistiche con Jeff Beck, del quale si sente anche la sua flebile voce durante l’interludio.

L’ idea di utilizzare l’archetto del violino sulla Gibson Les Paul – tecnica udibile in Whole Lotta Love dal minuto 1:25 fino all’assolo – proviene da Dazed and Confused, “rubata” dagli Yardbirds a Jake Holmes dopo una sua performance al Greenwich Village di New York nel 1969 e modificata con intermezzi strumentali riprendenti il tema principale udibili anche nella versione dei Led Zeppelin di 26 minuti contenuta nel live al Madison Square Garden del 1973.

Dopo un 2016 terribile, che ha visto la morte di David Bowie, Leonard Cohen, Glenn Frey, Leon Russell, George Michael e Prince, festeggiare il compleanno di Jimmy Page è sinonimo di consolazione, segno che, tra il fango, rimane ancora qualche punta di diamante.

(di Davide Pellegrino)